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Perché l’economia femminista salverà il mondo

Perché l’economia femminista salverà il mondo

In tempi di legge di bilancio è il momento di riflettere sul sistema economico che il bilancio statale presuppone. È davvero l’unico sistema possibile? O esiste un’alternativa? Ed è femminista quell’alternativa?

Mercoledi, 07/01/2026 - «L’economia è la lingua madre della politica, è il linguaggio del potere». In un mondo capitalistico «ciò che possiamo permetterci equivale a ciò che è possibile fare». Ma, si domanda Emma Holten, «come viene calcolato il valore nella società?»
La scrittrice ed attivista femminista danese Emma Holten, nel suo libro Deficit (Ed. La Tartaruga, 2025), mette in discussione la struttura apparentemente immodificabile dell’economia mondiale a partire da un interrogativo: quando smetteremo di considerare il lavoro di cura delle donne un deficit, una perdita in termini di denaro? L’autrice racconta di essersi infuriata leggendo un articolo sull’economia danese che bollava le donne come “un deficit per le casse dello Stato”: perché fanno lavori meno pagati o part-time e quindi pagano meno tasse contribuendo in misura minore al PIL, partoriscono e usufruiscono del congedo per maternità, dedicano molto tempo a prendersi cura degli altri. Non producono valore, quindi, in un’ottica economica. Ma, appunto, come viene calcolato il valore nella nostra società?
Quando tutto è definito da un prezzo si crea una gerarchia, e le cose a cui appare difficile attribuire un prezzo finiscono in fondo alla gerarchia: questo non significa che quelle cose non abbiano in effetti un valore, bensì che nel dibattito economico-politico vengono trattate come se non lo avessero. «Quando qualcosa non ha prezzo, il suo prezzo diventa zero». Per il capitalismo ciò che non ha un prezzo non ha un valore. E ciò che non ha un valore è considerato una spesa.

L’economista Clara Mattei – docente alla New School for Social Research di New York, nonché nipote della partigiana e costituente Teresa Mattei -, nel suo libro L’economia è politica (Ed. Fuoriscena, 2023), evidenzia che siamo stati portati a credere che l’economia sia una scienza esatta e che il capitalismo sia l’unico modo possibile di vivere. In realtà il capitalismo è una scelta politica, e il capitale come merce, come denaro da investire, come ricchezza espressa in PIL «esiste grazie a specifiche relazioni sociali e, in particolare, grazie al fatto che la maggioranza della popolazione globale non ha alternativa se non quella di vendere la propria capacità di lavorare per un basso salario ed essere retribuita meno rispetto al valore che produce. È questo “l’ordine del capitale”, di cui non parliamo mai ma che sta alla base della nostra società». Quante volte sentiamo dire o diciamo noi stessi/e che avere un lavoro – qualunque lavoro sia, per quanto orribile sia – è comunque una fortuna per la quale bisogna ringraziare? Ebbene stiamo ringraziando per esserci sottomessi all’ingranaggio di un sistema che grazie alla nostra forza-lavoro arricchirà sempre e solo una piccola percentuale di ricchi: è la paura di perdere il lavoro che ci fa accettare condizioni di lavoro sempre peggiori. Il problema è che se le persone si rendessero veramente conto di essere sottomesse ad un sistema ingiusto basato sul dominio di classe e non accettassero più la condizione di salariati a basso costo, crollerebbe la base stessa del sistema economico in cui viviamo: il capitalismo è di fatto incompatibile con la democrazia, così come è di fatto incompatibile con la sostenibilità della vita. Proviamo a rileggere con gli occhi di Clara Mattei l’annuale legge di bilancio: «Se lo Stato italiano, come la maggior parte degli Stati del mondo, aumenta la spesa militare o quella per salvare e sostenere banche e imprese in difficoltà e al contempo taglia la spesa sociale (sanità, scuola, trasporti, edilizia pubblica, sussidi di disoccupazione e via dicendo), sta trasferendo strutturalmente le risorse dai molti cittadini che dipendono dai salari che guadagnano ai pochissimi che vivono dei redditi da capitale generati dalla ricchezza posseduta. In altre parole, non si tratta per gli Stati di non spendere, ma di “spendere” nella maniera “corretta”, ovvero a favore dell’élite economico-finanziaria e a discapito della maggioranza della popolazione. Mentre ci curiamo in ospedali fatiscenti, studiamo in classi pollaio e facciamo file chilometriche per rinnovare la carta d’identità, i forzieri di Leonardo, produttore di armi, e Autostrade per l’Italia (i cui azionisti sono per metà asset manager stranieri come Blackstone e Macquarie) traboccano di soldi delle nostre tasse. Per la classe dei capitalisti la retorica del “non ci sono i soldi” non esiste. Queste manovre economiche non sono solo decisioni tecniche, sono scelte profondamente politiche. Meno risorse sociali abbiamo, meno diritti abbiamo in quanto cittadini e più siamo costretti a comprare tali diritti con il denaro. Così la nostra dipendenza dal mercato aumenta. Se vogliamo garantire una buona istruzione ai nostri figli, assicurarci cure mediche adeguate, una casa dignitosa, il diritto al trasporto, siamo sempre più vincolati alla necessità di avere soldi a sufficienza, che ci possiamo procurare in un solo modo, vendendo la nostra capacità di lavorare in cambio di un salario». Ecco che il sistema capitalistico si autoalimenta sfruttando proprio quella sensazione di inevitabilità che gli economisti ci hanno inculcato. Riassume con veemenza Clara Mattei: «È ora di smetterla di bersi l’idea che nella società capitalistica abbia senso discutere di politiche economiche ritenute corrette o sbagliate in vista di un fantomatico bene comune. Occorre rendersi conto che nel sistema capitalistico le politiche economiche funzionano a vantaggio di alcuni e a discapito della maggioranza. La nostra macchina economica non è strutturata per soddisfare i bisogni della gente comune ma per aumentare la rendita e i profitti dei pochi detentori di capitale. Ciò che è vantaggioso per i profitti è certamente svantaggioso per la maggioranza delle persone, dato che il vantaggio per i primi si fonda in larga parte sul sacrificio delle seconde». Gli uomini hanno costruito una società su fondamenta patriarcali, antropocentriche e capitaliste, ignorando l’ecodipendenza e l’interdipendenza. Eppure – ci ricordano Giovanna Badalassi e Federica Gentile nel loro libro Signora Economia (Ed. Le Plurali, 2024) – il termine “economia” etimologicamente vuol dire “amministrazione della casa”, significato che ci rimanda subito alla sfera domestica familiare, e non alla sfera produttiva pubblica.

Emma Holten propone quindi un nuovo approccio economico: l’economia femminista. L’economia femminista mette al centro le persone e le relazioni umane al posto del mero profitto, la soddisfazione dei bisogni primari anziché dei desideri costruiti, salvaguardando l’equità e la democrazia. Nelle parole di Marcella Corsi – traduttrice del volume Economia femminista (Ed. Alegre, 2025) - «l’economia femminista non è semplicemente un’altra branca dell’economia politica, ma un altro modo di intendere il mondo, un tentativo di costruire un paradigma economico alternativo a quello dominante, generatore di disuguaglianze multiple». Alla base dell’economia femminista Holten pone riproduzione e lavoro di cura, «cioè tutte le attività retribuite e non retribuite necessarie per mantenere le persone sane, in forma, felici e vive», dalla scuola primaria al confortare un amico: dato che nessun essere umano può sopravvivere senza che gli altri prima o poi si prendano cura di lui, il lavoro di cura è quello che rende possibile ogni altro lavoro. «L’economia femminista si chiama così perché, nel bene e nel male, sia in passato sia oggigiorno, le donne dedicano più tempo a queste attività». Colpisce che queste riflessioni provengano dalla Danimarca, uno dei paesi più paritari al mondo: eppure anche lì Emma Holten evidenzia che le donne in casa lavorano in media 54 minuti al giorno in più rispetto agli uomini. In Italia, secondo l’Istat, una donna che lavora a tempo pieno e ha figli dedica circa 60 ore alla settimana alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, contro le 47 ore del partner uomo, con una disparità di circa 13 ore, superiore alla media europea di 11 ore. In base al rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro e Federcasalinghe, il lavoro di cura non retribuito rappresenta l’85% del lavoro non retribuito in Italia, ha un valore pari a un quarto del PIL ed è svolto per il 71% dalle donne. A livello globale, secondo l’Onu, le donne svolgono almeno 2,5 volte più lavoro domestico e di cura rispetto agli uomini; secondo i dati della Commissione Europea, in UE il 79% delle donne svolge lavori domestici ogni giorno contro il 34% degli uomini. L’economia consolidata ha però difficoltà a misurare il valore del lavoro di cura, che è svolto nella maggior parte dei casi – in modo retribuito e non – dalle donne.
«Il femminismo per me è sempre stato un tentativo di capire cosa sta succedendo» spiega Emma Holten. Ed effettivamente il femminismo serve proprio a questo: a guardare con nuovi occhi il mondo che ci circonda e che la nostra cultura ci dice di dare per scontato, perché – come ricorda anche Clara Mattei - «solo se impariamo a guardare il mondo diversamente, potremo agire diversamente». Il femminismo serve a dimostrare che si può vivere in modo diverso. E che vivere in modo diverso conviene.

Holten spiega che per costruire un sistema economico che apparisse certo, meccanico e matematico si è dovuto isolarlo dal resto della vita, da quella parte della vita in cui sono sempre state presenti le donne, la cura. Il padre dell’economia moderna Adam Smith – nel libro La ricchezza delle nazioni (1776) – poneva un confine netto tra la casa, dove ci sono le donne, e la sfera economica sociale, dove ci sono gli uomini; il fatto che fossero le donne a riprodurre e crescere nuovi esseri umani destinati a diventare forza lavoro era irrilevante. «Non esisteva l’idea che quanto accadeva in famiglia potesse creare valore economico». Venne così creato l’homo oeconomicus, che prende decisioni effettuando calcoli in base al proprio interesse personale e per accrescere le sue proprietà: in questo quadro l’interesse personale e l’egoismo sono «la forza trainante» del sistema economico; prendersi cura degli altri non è coerente con tale modello. Eppure – come ricorda Katrine Marçal in I conti con le donne (Ed. Ponte alle Grazie, 2016) – erano due donne, sua madre e sua cugina, a cucinare, lavare e pulire in modo disinteressato per Adam Smith, consentendogli di vivere con l’agio necessario a scrivere e promuovere le sue teorie. Ed è per questo che i più grandi autodefinitisi pensatori – maschi, bianchi, occidentali, eterosessuali – si sono affannati a teorizzare che la donna è per sua natura incline alla cura e ai lavori domestici. «Affinché l’economia acquisisse un potere e uno status pari a quello delle scienze naturali, dovevano essere create teorie che ignorassero la moralità e la filosofia. L’eredità di Smith è una visione dell’uomo che considera l’essere umano razionale ed egoista come base ottimale per costruire modelli meccanicistici della società». Per far sì che il meccanismo funzioni si è scelto di ignorare le conseguenze materiali ed economiche della dipendenza reciproca delle persone, e – come rilevavano già negli anni Settanta le studiose Mariarosa Dalla Costa e Selma James - si è scelto di sfruttare il lavoro femminile non retribuito che ha giocato un ruolo centrale nel processo di accumulazione capitalistica, in quanto le donne sono state le produttrici del bene più essenziale per il capitalismo: la forza-lavoro. Come ha evidenziato Silvia Federici - nel suo prezioso libro Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria (Ed. Mimesis, 2015) – parlare di donne in questo contesto «non significa solo una storia nascosta che deve essere resa visibile, bensì una particolare forma di sfruttamento e perciò una prospettiva particolare dalla quale riconsiderare la storia dei rapporti capitalistici».

Il sistema economico è una costruzione culturale, non natura inevitabile. Il PIL è una costruzione culturale – peraltro recentissima, risale al 1947 -, e il non includervi le attività non produttive di un prezzo è una scelta culturale. «Per il PIL non c’è differenza tra prendersi cura di una schiera di bambini o fare un pisolino. Si è improduttivi». In realtà il lavoro di cura non retribuito crea un profitto a coloro che non lo svolgono, e una società in cui la vita delle donne fosse identica a quella degli uomini renderebbe la vita familiare come la conosciamo impossibile. D’altra parte, già Marilyn Waring – il cui libro If Women Counted (1988) è considerato una delle pietre fondanti dell’economia femminista – evidenziò che mentre le spese militari e di guerra aumentano il PIL, il lavoro domestico e di cura no, cioè l’economia politica considera più importanti le guerre distruttive per l’umanità rispetto alle attività che consentono la vita dell’umanità.
Insomma, per i canoni dell’economia capitalistica le donne rappresentano un deficit, perché il lavoro di cura da loro svolto non è pagato o è pagato poco. Siamo noi donne a sbagliare o è il sistema economico ad essere intrinsecamente sbagliato? Emma Holten evidenzia che «siamo finiti in un paradosso: da un lato l’assistenza appare priva di valore, dall’altro rende possibile ogni altro lavoro». Affidandoci solo alla logica del capitalismo – fiduciosi che questo sia l’unico sistema economico possibile -, il cui unico scopo è produrre sempre più profitto, ci continueremo ad allontanare da ciò a cui il sistema non riesce a dare un prezzo, umiliando le persone che rientrano in quelle categorie: «ci può essere molta violenza in un foglio di calcolo».
Chiedere di cambiare qualcosa di talmente consolidato da apparire inevitabile viene bollato come utopistico e ingenuo, eppure – soprattutto dopo che la pandemia ci ha mostrato la nostra fragilità umana -, è ora di scegliere tra umanità e profitto. Si può scegliere, questo è il punto.


Fonti bibliografiche
Giovanna Badalassi e Federica Gentile, Signora economia. Guida femminista al capitale delle donne, Le plurali, 2024
Cristina Carrasco Bengoa e Carme Díaz Corral (traduzione di Marcella Corsi), Economia femminista.
Proposte, pratiche e sfide, Alegre, 2025
Mariarosa Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale, Marsilio, 1972
Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria, Mimesis, 2015
Emma Holten, Deficit. Perché l'economia femminista cambierà il mondo, La Tartaruga, 2025
Selma James, Sex, Race and Class, Falling Wall Press Ltd., 1975
Katrine Marçal, I conti con le donne. Come gli economisti hanno dimenticato l'altra metà del mondo, Ponte alle Grazie, 2016
Clara Mattei, L’economia è politica, Fuoriscena, 2023
Marilyn Waring, If Women Counted: A New Feminist Economics, Harper & Row, 1988

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