Password consegnate per obbligo, posizione sempre attiva, amicizie da giustificare. Spesso la violenza psicologica nelle relazioni comincia da qui, e la prevenzione deve partire dal saperla riconoscere.

Nelle relazioni tra adolescenti, e non solo, il controllo raramente si presenta con il proprio nome, si palesa con l’aspetto della premura: dove si trova la partner? E perché non risponde subito? Perché non mi fa leggere le sue conversazioni? E altre simili pretese che, all’inizio, sono scambiate per un segno di interesse. Quando la richiesta smette di essere negoziabile e un rifiuto provoca accuse, scenate, umiliazioni o minacce, la relazione ha già cominciato a ruotare attorno al potere di uno sulla vita dell’altra.
Riconoscere queste dinamiche fa parte a pieno titolo del contrasto alla violenza contro le donne. La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, include esplicitamente la violenza psicologica tra le forme da prevenire e, aspetto più importante, non fa dipendere la gravità di una situazione dalla presenza di lesioni. C’è da dire che un litigio non rende violenta una coppia, e un messaggio isolato non basta a giudicarla; ciò che conta nel definire un comportamento violento è la ripetizione degli atteggiamenti persecutori, il timore delle reazioni dell’altro e il graduale restringersi dello spazio di scelta. Una donna può non avere alcun segno fisico ed essere comunque costretta a rendere conto di ogni amicizia, di ogni spostamento, perfino delle ore passate al lavoro. Un vero incubo, che inizia con punte di stress che in poco tempo portano a dimagrimento, ansia, inappetenza et similia.
I primi risultati dell’indagine Istat sulla sicurezza delle donne, diffusi nel novembre 2025, danno un ordine di grandezza. Il 17,9% delle cittadine italiane tra i 16 e i 75 anni che hanno o hanno avuto un partner ha subito violenza psicologica nella coppia. Tali cifre rappresentano stime preliminari e riguardano l’intera popolazione femminile adulta, non specificamente le più giovani, pertanto vanno lette come un indicatore della diffusione del fenomeno, non come una griglia da applicare alle singole relazioni.
Per chi ha quindici o diciassette anni, questi confini si giocano quasi sempre sullo smartphone. La geolocalizzazione condivisa può essere una scelta reciproca, ma smette di esserlo quando disattivarla ha delle conseguenze. Lo scambio delle password viene presentato come prova di fiducia. Se però tenerle per sé equivale ad ammettere una colpa, l’intimità diventa un regime di verifica permanente. A quel punto basta un ritardo nella risposta per far partire interrogatori, ricostruzioni degli spostamenti e sospetti su ogni contatto.
La scuola ha gli strumenti per lavorare su questo, a patto di scegliere il metodo giusto: conviene partire da casi ipotetici anziché sollecitare racconti personali davanti alla classe. Così si protegge chi sta vivendo situazioni difficili e tutti possono ragionare con meno difese. Una ragazza può uscire con le amiche se il fidanzato è contrario? Può ritirare un consenso già dato? Può dire di no senza dover poi gestire una reazione aggressiva? Discutere casi concreti aiuta a distinguere il conflitto, che in una coppia è quasi fisiologico, dal ricatto.
Dall’altro lato, il lavoro educativo resta a metà se si rivolge soltanto alle ragazze; va bene insegnare a riconoscere un partner controllante, ma si rischia di lasciare fuori dal discorso chi il controllo lo esercita. Ecco perché soprattutto con i ragazzi va affrontato apertamente il nodo della gelosia. Quest’ultima è un’emozione comprensibile, ma non dà alcun diritto di intromettersi nella vita di un’altra persona. Allo stesso modo, la delusione non autorizza punizioni, la fine di una storia non giustifica insistenze, sorveglianza o umiliazioni verso chi ha deciso di chiuderla. Questi sono temi da affrontare nella didattica ordinaria, non solo nelle ricorrenze ufficiali come quella del 25 novembre.
Una parte della responsabilità ricade sugli adulti e sul loro linguaggio, spesso senza rendersene conto, proprio quelli che dovrebbero dare il buon esempio finiscono per legittimare il controllo. Succede soprattutto quando leggono l’insistenza come passione o quando consigliano a una ragazza di rinunciare a qualcosa “per non farlo arrabbiare”, quando sminuiscono un divieto perché “lui ci tiene”. Un ruolo analogo lo gioca il gruppo dei pari, che a volte tratta la sorveglianza come normale o deride chi rispetta l’autonomia della compagna. Lavorare sulle relazioni significa interrogare anche ciò che una comunità approva, trova divertente o lascia correre. Questo non vuol dire trasformare amici e compagni in investigatori della vita altrui.
A una donna che racconta una relazione di questo tipo si chiede ancora troppo spesso perché abbia accettato o perché non se ne sia andata, insomma sono domande che spostano il peso dalle condotte di chi controlla alle scelte di chi le subisce. Ascoltare in modo utile vuol dire lasciare spazio al racconto, sospendere il giudizio e non imporre soluzioni. Persone di fiducia e servizi specializzati possono offrire un riferimento senza sostituirsi alle decisioni della diretta interessata.
Tra questi servizi c’è il 1522, il numero pubblico antiviolenza e stalking. È gratuito, attivo 24 ore su 24, gestito da operatrici specializzate e raggiungibile anche in chat dal sito. Lo si può contattare anche solo per un consiglio, o per capire come definire ciò che si sta vivendo. Farlo conoscere stabilmente nelle scuole e nei luoghi di lavoro, e non solo a ridosso del 25 novembre, è una misura semplice e concreta.
La prevenzione ha bisogno di continuità nella formazione degli adulti, nella creazione di spazi di ascolto riservati, nella collaborazione strutturata con i centri antiviolenza. Chiedere a una classe di condannare la violenza in astratto produce un consenso facile e pochi effetti. È più utile esaminare i comportamenti che restringono la libertà di una persona e le giustificazioni che li fanno sembrare accettabili. Il controllo non va descritto come semplice anticamera dell’aggressione fisica.
Che cosa resta di una relazione in cui, per essere creduta, una ragazza deve consegnare le chiavi della propria vita?
Valeria Russo è giornalista pubblicista e docente di lettere classiche. Napoletana, insegna latino e greco e scrive di scuola, cultura e parità di genere. Cura il blog L’Eco della Verità e si occupa di SEO, intelligenza artificiale e comunicazione digitale.