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SAISH: quando il sociale e il sanitario non si incontrano

SAISH: quando il sociale e il sanitario non si incontrano

La complessità del sostegno alle persone con disturbo autistico e altre neurodivergenze, tra competenze professionali, organizzazione dei servizi e tutela dei diritti

Lunedi, 26/10/2026

Esiste una contraddizione profonda nel nostro sistema di tutela delle persone con disabilità: la separazione tra le competenze specialistiche necessarie a valutare le condizioni di salute psicofisica della persona e le responsabilità di chi organizza i servizi sociali destinati a rispondere ai suoi bisogni di sostegno.
Una contraddizione che diventa particolarmente evidente nella complessità della relazione con persone con disturbo autistico e, più in generale, con persone neurodivergenti che necessitano di modalità comunicative, relazionali e di sostegno specifiche.
Immaginiamo una situazione concreta.
Una persona con disturbo autistico, che necessita di un sostegno costante e di modalità relazionali adeguate alle proprie caratteristiche, viene affidata a un operatore per un’attività programmata fuori casa. Durante l’uscita manifesta una crisi comportamentale. L’operatore, trovandosi solo e non essendo in grado di gestire autonomamente la situazione, decide di interrompere l’attività e riaccompagnarla a casa. La famiglia si ritrova così a dover affrontare una situazione già critica, senza che sia stata individuata una soluzione alternativa capace di garantire la continuità dell’intervento.
Un episodio del genere solleva interrogativi che vanno ben oltre la condotta del singolo operatore. Quella persona aveva bisogno di un sostegno adeguato anche nei momenti di maggiore difficoltà, non soltanto quando tutto procede senza problemi. Una valutazione specialistica dei bisogni di sostegno potrebbe evidenziare la necessità che la Cooperativa disponga di un gruppo di operatori adeguatamente formati, capaci di garantire continuità, sostituzioni appropriate e una conoscenza effettiva delle persone di cui si occupano. La presenza di più figure professionali consentirebbe inoltre di prevenire il logoramento di chi affronta quotidianamente situazioni complesse, evitando che ogni difficoltà ricada su un unico operatore.
Ma c’è un altro aspetto che non può essere trascurato. Molte persone con disabilità, soprattutto quando presentano importanti difficoltà comunicative e relazionali, non sono in grado di raccontare ciò che hanno vissuto, segnalare eventuali comportamenti inadeguati o tutelare autonomamente i propri diritti. Esiste dunque una profonda asimmetria tra le possibilità di difesa delle parti coinvolte: chi presta un servizio può spiegare le proprie ragioni, giustificare una decisione, rappresentare le difficoltà incontrate, chi lo riceve, invece, potrebbe non avere gli strumenti per esprimere il proprio disagio o far comprendere ciò che è accaduto.
È proprio questa condizione di particolare vulnerabilità a richiedere il massimo della professionalità, della preparazione e della responsabilità da parte degli operatori e di chi organizza e supervisiona il loro lavoro.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che comportamenti non adeguati alle caratteristiche della persona possono provocare ulteriore sofferenza, soprattutto quando questa non riesce a interpretare correttamente le intenzioni o le reazioni degli altri.
Può accadere allora che la persona interpreti una reazione brusca o l’interruzione improvvisa di un’attività come una propria colpa, senza riuscire a comprenderne le ragioni. Da questa incomprensione possono nascere sentimenti di autocolpevolizzazione, comportamenti autopunitivi e un dolore profondo, che la persona potrebbe non riuscire nemmeno a esprimere. Una sofferenza accompagnata da uno stato di preoccupazione e angoscia talmente intenso da superare le sue possibilità di affrontarlo, al punto che chi le sta accanto può trovarsi nella necessità di ricorrere, quando previsto dalla terapia medica, alla somministrazione di un farmaco calmante per darle sollievo. Ma quel farmaco può alleviare la crisi, non cancellare la sofferenza che l’ha provocata e che, forse, si sarebbe potuta evitare.
Sono considerazioni che dovrebbero tradursi in precisi criteri di organizzazione del servizio.
Nel Lazio, tuttavia, il sanitario e il sociale fanno capo a servizi distinti, con differenti competenze organizzative e responsabilità nella gestione delle risorse economiche.
Nel caso del SAISH, Servizio per l’Autonomia e l’Integrazione Sociale della Persona con Disabilità, sono i Municipi a gestire l’organizzazione degli interventi e i fondi destinati al servizio, mentre la ASL contribuisce alla valutazione specialistica dei bisogni. L’integrazione sociosanitaria è prevista, ma non sempre trova piena attuazione nella pratica.
Che cosa accade, dunque, quando una valutazione specialistica dei bisogni di sostegno non trova una corrispondente risposta nell’organizzazione degli interventi da parte dei servizi sociali? Accade che la continuità rischia di dipendere dalla disponibilità del singolo operatore, che la formazione specifica può diventare un requisito difficile da garantire, che le sostituzioni si trasformano in emergenze e che le famiglie finiscono per compensare, ancora una volta, le insufficienze del sistema.
Non è una questione di buona volontà degli operatori. È una questione di organizzazione, competenze, risorse e responsabilità istituzionali.
Una persona con disabilità non può essere considerata un soggetto sanitario quando entra in un ambulatorio e un soggetto sociale quando riceve un intervento nella propria abitazione. È sempre la stessa persona, con gli stessi bisogni, le stesse fragilità e gli stessi diritti. L’integrazione sociosanitaria dovrebbe servire esattamente a questo: impedire che la separazione delle competenze amministrative si trasformi in una frammentazione della presa in carico. Perché il problema non è soltanto stabilire chi debba fornire una prestazione o amministrarne le risorse ma garantire che questa sia realmente adeguata alla persona che la riceve.
La disabilità non si divide in competenze amministrative. E nemmeno la responsabilità di garantire una vita dignitosa dovrebbe disperdersi tra uffici, istituzioni e Cooperative. Tanto più una persona incontra difficoltà nel far valere i propri diritti, tanto maggiore deve essere la responsabilità di chi è chiamato a tutelarli.
Marina Morelli
 

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