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Sandro e Mia: quando affidare una figlia significa imparare a fidarsi di nuovo

Sandro e Mia: quando affidare una figlia significa imparare a fidarsi di nuovo

La storia di Mia, raccontata da suo padre Sandro, è particolarmente delicata.I nomi utilizzati in questo articolo sono di fantasia, a tutela delle persone coinvolte

Sabato, 17/10/2026

«Tutto è cominciato molto presto», racconta Sandro, padre di Mia, «la bambina mangiava pochissimo, cresceva poco e parlava con grande difficoltà».
Arrivarono i primi controlli, la neuropsichiatria infantile, il sostegno già dalla scuola dell’infanzia e, progressivamente, la consapevolezza che la situazione sarebbe stata molto complessa.
Mia oggi ha ventotto anni. La sua disabilità non ha mai avuto un nome preciso, nonostante anni di visite, accertamenti genetici e consulti anche fuori dall’Italia. Ha un importante deficit intellettivo, un disturbo del linguaggio e gravi difficoltà comportamentali, con episodi di aggressività che nel tempo sono diventati sempre più difficili da contenere. In famiglia nessuno era preparato ad affrontare una disabilità così complessa. I suoi genitori si trovarono completamente impreparati davanti a comportamenti che, con la crescita della figlia, diventavano sempre più difficili da comprendere e da contenere. Mia attraversava a volte crisi di aggressività molto forti e, crescendo, aumentavano anche il peso e la forza fisica. Con pochissimi strumenti e pochissimo sostegno, Sandro racconta che faticavano a trovare una modalità di relazione capace di rasserenarla e a gestire quei momenti senza alimentarne ulteriormente l’agitazione. La situazione divenne progressivamente molto difficile per tutta la famiglia, Mia compresa.
«Io cercavo medici, terapie, farmaci, strutture. Cercavo qualsiasi soluzione che permettesse a Mia di continuare a vivere in famiglia», dice Sandro che, per un periodo, organizzò un’assistenza molto impegnativa tra scuola e centro pomeridiano privato, ma la situazione divenne progressivamente insostenibile e, quando Mia aveva undici anni, la ASL la inserì in lista per una struttura residenziale. La decisione fu dolorosissima: «La cosa che mi ha fatto più male è stata accompagnarla il primo giorno nella struttura. Lei non voleva entrare e abbiamo dovuto lasciarla lì comunque. È stato terribile. È terribile».
Dopo alcuni anni di attesa, Mia entrò dunque in una struttura per minori. Tornava a casa nei fine settimana, ma Sandro iniziò presto a notare qualcosa che non lo convinceva: lividi, spiegazioni poco chiare, segnali che gli facevano temere che la figlia non fosse trattata come avrebbe dovuto: «Ogni volta che la vedevo cercavo di capire se stesse bene. Poi ho cominciato a notare quei lividi e a farmi delle domande, anche perché, quando usciva dalla struttura, non voleva più rientrare e reagiva aggredendo anche noi». Infine arrivò una ferita profonda su un braccio: «A quel punto ho deciso di denunciare. Non potevo far finta di niente, non solo per lei, ma anche per tutti gli altri bambini».
Le indagini portarono all’installazione di telecamere e, successivamente, all’arresto degli operatori coinvolti.
Sandro racconta che dalle immagini emersero maltrattamenti ai danni dei bambini ospitati nella struttura. Ancora oggi, a distanza di molti anni, continua a essere chiamato a testimoniare nel processo: «È una ferita - dice - che non si è mai chiusa del tutto. Ogni volta che vengo convocato, torno con la memoria a quegli anni».
Per Mia iniziò allora un nuovo percorso. Non essendoci disponibilità adeguate nel Lazio, fu trasferita in Toscana.
Racconta Sandro: «Sono andato a trovarla dopo circa un mese. Non ci avevano permesso di vederla prima, anche per le sue condizioni. Mi aspettavo di trovarla peggio di come l’avevo lasciata e invece era più serena, più tranquilla. Si era molto affezionata a un’operatrice. Sembrava quasi un’altra ragazza».
Fu allora che Sandro ebbe anche una conferma dolorosa: se Mia, in un altro luogo, con altri operatori e altre modalità di assistenza, riusciva a stare così diversamente, significava che nella precedente struttura qualcosa era davvero mancato, ma insieme al dolore si aprì una possibilità nuova: «Ho capito che esistevano anche strutture serie, con competenze, rispetto e amore verso Mia. E lì si è aperta la speranza che la sua vita potesse davvero migliorare».
Da quel momento la residenzialità apparve a Sandro non più soltanto come una terribile necessità ma anche come uno spazio nel quale Mia poteva trovare protezione, relazioni e una qualità di vita migliore: «Per la prima volta ho pensato: forse qui Mia è davvero al sicuro, forse potranno aiutarla anche a stare meglio con gli altri».
Divenuta maggiorenne, Mia dovette lasciare quella struttura. Dopo un nuovo periodo di ricerca, arrivò finalmente nella comunità dove vive ancora oggi.
Già nei primi mesi Sandro si accorse che Mia stava bene. Nonostante si trovasse ancora una volta in un luogo nuovo, con operatori che non conosceva, è a questo punto che accade qualcosa che per lui ha un valore enorme: quando Mia trascorreva qualche giorno a casa, era lei stessa a ricordargli che doveva tornare nella sua struttura e ancora adesso è così: «A volte mi dice che deve rientrare. Io le rispondo che può restare ancora, ma lei insiste: deve tornare nella sua comunità».
Per un genitore che ha sofferto tanto nel momento dell’affidamento, sapere che la propria figlia torna volentieri nel luogo in cui vive significa poter respirare: «All’inizio pensavo che affidarla significasse abbandonarla. Oggi so che può significare anche proteggerla e aiutarla a gestire meglio la quotidianità».
Sandro è sempre rimasto molto presente nella vita della figlia. Ha lavorato tutta la vita, anche in ruoli impegnativi, ma chiarisce che, quando c’era Mia, tutto il resto veniva dopo: «Il lavoro era importante, ma Mia veniva prima di tutto. Sono sempre stato presente e ho sempre cercato di esserci».
Oggi accanto a lui c’è una compagna che ha faticato molto a comprendere e gestire Mia.
Anche Mia, a sua volta, non la accettava: «All’inizio tra loro era difficile. Mia non voleva avvicinarsi e la mia compagna non sapeva come comportarsi. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato».
La compagna di Sandro ha imparato a conoscerla, a capire come entrare in relazione con lei, a evitare ciò che la agitava e a trovare strategie capaci di rassicurarla: «Ha imparato a capire i suoi segnali. Non è stato immediato, ma con il tempo Mia ha iniziato a fidarsi. Oggi Mia cerca spesso prima lei che me. Quando la chiama o la cerca, per me è una gioia enorme vederla felice. Significa che ha trovato un’altra persona di cui fidarsi».
Per Sandro questa è una delle conquiste più grandi della sua vita: riuscire ad andare insieme al ristorante, uscire, trascorrere del tempo fuori casa senza che tutto diventi ingestibile sono cose che per molte famiglie sembrano normali. Per lui hanno il valore di una libertà riconquistata: «Per altri può essere una semplice cena fuori. Per noi è una conquista. Vuol dire che possiamo stare insieme senza avere paura di quello che succederà. E vederla felice è qualcosa di indescrivibile».
Resta una paura: Sandro sa che Mia oggi vive in un luogo in cui sta bene. Sa che è seguita, assistita, accompagnata. Eppure il suo pensiero torna sempre allo stesso punto: cosa accadrà quando lui non ci sarà più?
«Spero almeno che continui a stare bene, che possa migliorare ancora e soprattutto che venga seguita e non abbandonata. Quando penso al suo futuro mi fa sempre male».
La paura non riguarda soltanto dove vivrà sua figlia. Riguarda chi la accompagnerà fuori, chi saprà comprenderla, chi si accorgerà se qualcosa non va, chi la proteggerà: «Non mi basta sapere che avrà un posto dove stare. Vorrei sapere che ci sarà qualcuno capace di guardarla davvero, di capire quando ha bisogno di qualcosa».
Mia, dice Sandro, gli ha aperto gli occhi su un mondo che prima conosceva soltanto in parte: quello delle persone che hanno bisogno di assistenza, vicinanza, comprensione e soprattutto di qualcuno che continui a guardarle davvero e a seguirle: «Prima non conoscevo questo mondo. Mia mi ha insegnato che prendersi cura non significa soltanto assistere una persona, ma imparare a conoscerla. E quando cominci a vedere anche dei buoni risultati, ti si apre il cuore».
Ed ecco il punto in cui questa storia incontra tante altre storie diverse tra loro: non soltanto trovare un luogo per chi amiamo, ma riuscire a credere nell’umanità in genere, a credere che, anche quando noi non potremo più farlo, qualcuno che abbiale competenze per farlo continuerà a prendersene cura con attenzione.
«Affidare Mia non è stato smettere di essere suo padre. È stato imparare a fidarmi di nuovo».

Marina Morelli
 

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