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Scienziate, farmaciste e studiose dimenticate dalla storia ufficiale e interpretate da Kiefer

Scienziate, farmaciste e studiose dimenticate dalla storia ufficiale e interpretate da Kiefer

La mostra ‘Anselm Kiefer. Le Alchimiste’ del grande artista tedesco è ospitata a Milano (Palazzo Reale) fino al 27 settembre 2026: 42 grandi tele 'in dialogo con la Sala delle Cariatidi, ancora segnata dai bombardamenti del 1943'

Venerdi, 15/05/2026

Il tema centrale della mostra ‘Anselm Kiefer. Le Alchimiste’ del grande artista tedesco è ospitata presso Palazzo Reale (Sala delle Cariatidi, dal 7 febbraio al 27 settembre 2026) è quello delle alchimiste, scienziate, farmaciste e studiose dimenticate dalla storia ufficiale.
Anselm Kiefer dedica 42 grandi tele a figure femminili come Caterina Sforza, Maria la Giudea, Isabella Cortese, Marie Meudrac, Mary Anne Atwood, Cristina di Svezia, Sophie Brahe sorella dell’astronomo danese Tiko Brahe, la dotta padovana Camilla Herculiani e molte altre presentandole come antesignane del pensiero scientifico moderno.
La mostra mette in dialogo queste “alchimiste” con la Sala delle Cariatidi, ancora segnata dai bombardamenti del 1943: le figure femminili mutilate della sala diventano metafora della cancellazione storica delle donne dalla scienza e dalla cultura.
Visivamente è una mostra molto monumentale e materica, tipica di Kiefer: piombo, oro, bruciature, paglia, elettrolisi e superfici corrosive evocano il linguaggio stesso dell’alchimia, ma l’incanto dei colori, dei fiori e delle piante scolpite che l’artista dedica alla profondità dell’anima e alla tensione spirituale di ogni donna sono dei capolavori di arte e di emozioni.
La mostra è un racconto polisensoriale e di grande riflessione sui contributi scientifici di donne studiose, alchimiste, botaniche, farmaciste e pensatrici che attraversarono la storia europea come presenze quasi invisibili. Donne che scrivevano formule, distillavano sostanze, curavano corpi, studiavano i metalli e i segreti della trasformazione, diffondevano una cultura del benessere quando la conoscenza era custodita quasi esclusivamente dagli uomini.
Kiefer non le celebra come semplici figure “curiose” del passato. Le tratta come custodi di un sapere spezzato, cancellato o attribuito ad altri. Nelle sue tele immense, annerite e dorate, queste donne riemergono come voci sotterranee: figure rimaste nelle note a margine dei manoscritti, nei processi per eresia, nei ricettari senza firma.
Tra le più importanti c’è Maria la Giudea, forse la più antica alchimista di cui sia rimasta memoria, vissuta probabilmente tra il I e il III secolo ad Alessandria d’Egitto. È una figura quasi leggendaria: i suoi testi sono andati perduti e sopravvivono solo nelle citazioni di autori maschili successivi. Eppure a lei vengono attribuiti strumenti fondamentali della chimica antica, come il bagnomaria, che ancora oggi porta il suo nome. Maria vedeva l’alchimia non soltanto come trasformazione della materia, ma come processo spirituale: il metallo che cambia era anche l’anima che si purifica. Kiefer la evoca come una madre originaria della conoscenza occidentale, quasi sepolta sotto secoli di silenzio.
Poi appare Caterina Sforza, signora rinascimentale di Forlì e Imola, donna di potere e guerriera, ma anche appassionata di medicina, cosmetica e sperimentazione chimica. Nei suoi laboratori raccoglieva ricette per unguenti, veleni, elisir e preparati terapeutici. Il suo manoscritto “Experimenti” contiene centinaia di formule. Per molto tempo la storia l’ha raccontata soprattutto come figura politica scandalosa o amante combattiva, minimizzando il suo interesse scientifico. Kiefer recupera invece proprio quel lato: una donna che studiava la materia in un’epoca in cui alle donne era raramente concesso un sapere tecnico.
Un’altra presenza importante è la veneziana Isabella Cortese, autrice nel Cinquecento de “I secreti della signora Isabella Cortese”, uno dei libri più straordinari del Rinascimento italiano. Era un testo di alchimia domestica, farmaceutica e cosmetica che ebbe enorme diffusione in Europa. Dentro vi si trovavano ricette per tingere i metalli, preparare profumi, medicamenti, colori e sostanze misteriose. Ma di Isabella sappiamo pochissimo: forse era una nobildonna, forse uno pseudonimo, forse addirittura una figura collettiva. È il simbolo perfetto della conoscenza femminile cancellata: un’opera famosissima senza un volto certo.
Martine de Berterau viene ricordata come il primo ingegnere minerario nell’Europa del ’600, che viaggiò con il marito inventariando miniere e giacimenti di metalli ma trovó, purtroppo, misera morte al rogo.
Anna von Sachsen, Elettrice di Sassonia, mise a punto di ricette e si occupò della commercializzazione di rimedi curativi, fondò case di distillazione di acquavite curando un inventario di metodi di distillazione, ma si cimentò anche in prove metallurgiche. intrecciò vita domestica e alchemica.
A Padova Camilla Erculiani fu una figura molto interessante del Rinascimento italiano, nota per i suoi scritti di filosofia naturale e per il legame tra medicina, alchimia e prime forme di pensiero scientifico. Visse nel XVI secolo e lavoró come speziale (una sorta di farmacista) nel suo laboratorio chiamato ‘Le tre stelle’ frequentato da molti visitatori anche di corti straniere. Le spezierie dell’epoca erano luoghi importanti per preparare medicinali, studiare sostanze naturali, sperimentare tecniche chimiche e alchemiche.
Kiefer richiama anche Marie Meurdrac, chimica e farmacista francese del Seicento, autrice de “La Chymie charitable et facile, en faveur des dames”. Già il titolo era rivoluzionario: “una chimica semplice e caritatevole a favore delle donne”. Marie sosteneva che l’intelligenza non avesse sesso e che le donne potessero comprendere la scienza quanto gli uomini. Doveva però giustificarsi continuamente, quasi chiedere perdono per il fatto stesso di scrivere di chimica. Nei suoi testi convivono rigore sperimentale e residui di alchimia antica: è una figura di passaggio tra il mondo magico e la nascita della scienza moderna.
Susanne von Klettenberg fu amica della madre di Goethe, e ne diventó guida spirituale nel corso di una lunga malattia. Lo inizió ai segreti dell’alchimia come cammino del corpo verso lo spirito, facendogli conoscere la figura di Paracelso e la Kabala.
E infine emerge Mary Anne Atwood, mistica inglese dell’Ottocento, che interpretava l’alchimia come trasformazione interiore dell’essere umano. Pubblicò un libro enigmatico sull’ermetismo antico, ma il padre — terrorizzato dalle implicazioni spirituali e forse esoteriche del testo — cercò di ritirarne quasi tutte le copie.
Anche qui ritorna il tema della soppressione: il sapere femminile custodito, poi nascosto, poi disperso. Nella mostra queste donne non compaiono come ritratti tradizionali. Sono nomi che emergono tra piombo, cenere, paglia, oro ossidato e superfici bruciate.
Kiefer sembra dire che la loro memoria è rimasta intrappolata nella materia stessa: frammentaria, corrosa, sopravvissuta ai margini della storia ufficiale, ma lui dedica loro spazi giganteschi e con il suo complesso linguaggio ci invita ad indagare i loro studi e le loro storie. Per altro molto ben documentate dagli allestitori della mostra.
E la Sala delle Cariatidi rende tutto ancora più potente. Le sue ferite — lasciate dai bombardamenti del 1943 — dialogano con queste figure dimenticate: donne che hanno dato un contributo alle basi della scienza moderna, della chimica, delle terapie botaniche e della cosmetica, dedicandosi al bene comune, alla devozione per il prossimo e al bene comune.
 

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