Possiamo dire che la strana sequenza di eventi che sembravano destinati a cambiare il nostro piccolo mondo italiano iniziò con un’onda rosa, il 20 luglio 2023, quando nelle sale cinematografiche venne proiettato il film “Barbie” di Greta Gerwig. A Barbieland le donne sono felici, ricoprono con successo qualsiasi professione, possono essere chiunque vogliano, una Barbie afroamericana è presidente e il monte Rushmore raffigura quattro volti di donna, insomma Barbieland ha «organizzato tutto in modo che le donne nel mondo reale siano felici e potenti», perciò è un enorme shock per Barbie scoprire che il mondo reale è molto diverso: il semplice camminare in strada per una donna non è semplice perché si sente trattata come un oggetto sessuale, un manifesto che ritrae nove donne non si riferisce alla corte suprema bensì a miss universo, i capi di Mattel sono tutti uomini, e una donna alla presidenza i democratici USA sembrano proprio non concepirla. D’altra parte Ken scopre nientemeno che il patriarcato! Una strabiliante invenzione in forza della quale gli uomini governano il mondo, e scopre anche che per continuare ad applicarlo hanno imparato a nasconderlo meglio, perciò decide immediatamente di esportare il patriarcato a Barbieland. Lo scossone che il film di Greta Gerwig ha dato al mondo è proprio l’aver parlato così apertamente di patriarcato in un mondo che lo nega, che appunto fa di tutto per nasconderlo meglio pur di continuare a viverci. È Barbie a svelare alle donne le contraddizioni del mondo e del modo in cui vivono, e costruendo una nuova sorellanza – mentre i Ken si impegnano a farsi la guerra tra loro – riesce a restituire cervelli e autonomia alle Barbie, mostrando infine anche a Ken che la sua vita può essere diversa da quella che ha sempre conosciuto e non per questo meno gratificante. In definitiva, anche se cominciò la sua carriera come bella bambola in costume da bagno, nel 2023 Barbie ci ha fatto sbattere il muso contro una realtà discriminatoria e infelice, una realtà che è stata costruita – dagli uomini – e che come tale può essere smontata.
Il secondo evento che in modo ancora più inimmaginabile del primo sembrò scuotere le fondamenta della società italiana avvenne di nuovo al cinema, quando il 18 ottobre 2023 il film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi apparve sullo schermo della festa del cinema di Roma, e poi su decine di altri schermi radunando migliaia di persone e diventando il film più visto nel 2023 in Italia. È ancora difficile spiegare come sia potuto accadere: un film in bianco e nero che parla di violenza maschile intrafamiliare, “una mattonata” l’ha definito la stessa regista, un film che appare incredibile sia stato prodotto prima ancora di essere stato visto e apprezzato. Perché così tante donne sono andate a vedere il film di Paola Cortellesi? Perché tante donne si sono commosse e arrabbiate vedendo quel film? Perché quel film ha colpito emotivamente anche tanti uomini? Ho riflettuto a lungo su quale sia la risposta giusta a tali domande e alla fine mi sono detta che quella “mattonata” ci ha colpite perché ci ha raccontato la verità. Una verità che quotidianamente neghiamo o ignoriamo – donne e uomini –, una verità che quotidianamente mettiamo da parte perché tutto sommato è più facile continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto, perché cambiare il nostro modo di comportarci, di parlare, di decidere, di educare è difficilissimo di fronte al muro del “è sempre stato così”. Eppure Delia ce la fa a cambiare quel “è sempre stato così”, ce la fa rivendicando la libertà di esistere prima ancora della libertà di esercitare il suo diritto di voto, decide di farcela per sé stessa e per sua figlia, a cui sente di dover mostrare che la vita può essere diversa se siamo noi a cambiarla, e che siamo noi stesse a doverci salvare.
Mentre ancora il film di Paola Cortellesi era negli occhi e nelle parole di così tante donne e uomini, l’ultima tappa degli eventi destinati a cambiare il nostro mondo fu l’11 novembre 2023, quando Giulia Cecchettin non tornò a casa. Tante donne vengono uccise dai loro compagni o ex, alcune vengono citate al telegiornale, altre rimangono un trafiletto sulla cronaca locale, il nome di poche diventa famoso. Il nome di Giulia Cecchettin lo è diventato, forse per la sua giovane età, forse per il suo viso così innocente, forse per la brutalità con cui è stata uccisa, forse perché ad ucciderla è stato il solito bravo ragazzo bianco figlio di bianchi benestanti, forse perché la sorella di Giulia, Elena, ha puntato il dito fin da subito contro la società che ha cresciuto quel bravo ragazzo «figlio sano del patriarcato», contro ciascuna e ciascuno di noi perché siamo noi la società che lo ha cresciuto, contro la Stato perché «il femminicidio è un omicidio di Stato perché lo Stato non ci tutela», forse perché il padre di Giulia, Gino, ha pronunciato al funerale di sua figlia un discorso in cui dichiarava che il femminicidio è il prodotto della nostra «cultura che svaluta la vita delle donne» e che la responsabilità educativa «ci coinvolge tutti», rivolgendosi poi agli uomini «perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere», perché «da questa violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti, anche quando sarebbe facile sentirsi assolti». E poiché Elena disse «per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto» nel novembre di quel 2023 tante piazze si accesero con la luce delle fiaccole, non solo per ricordare l’ennesima Giulia uccisa dall’ennesimo uomo che diceva di amarla, ma apparentemente anche per dichiarare che quanto accaduto a lei non sarebbe più dovuto accadere e che tutte e tutti eravamo pronte e pronti ad agire per produrre il cambiamento.
Sono trascorsi tre anni da quel 2023 in cui il nostro mondo sembrò cambiare e il mondo non è cambiato affatto. Tante altre donne sono state uccise in questi tre anni da figli sani del patriarcato, eppure il patriarcato tanto negato non vacilla. Non vacilla proprio perché negato, ignorato, naturalizzato. Oggi il film di Paola Randi “Se domani non torno” ce lo ricorda quel novembre 2023 e ancora una volta ci fa piangere e arrabbiare. Il film inizia quell’11 novembre, una giornata come tutte le altre che diventa la giornata che cambia la vita di una famiglia; Gino – lo racconta lui stesso nel suo libro “Cara Giulia” - era convinto che il femminicidio non potesse riguardarlo perché lui aveva fatto le cose per bene, erano stati bravi lui e sua moglie a crescere due figlie e un figlio in serenità e libertà, eppure il femminicidio bussa alla porta di quella famiglia normale, una famiglia come la mia, come la vostra, una famiglia qualunque. Il film racconta come Elena capisca e denunci subito pubblicamente la matrice culturale e sociale del femminicidio di sua sorella, pronuncia subito quella parola – patriarcato – e dichiara che non doveva essere Giulia a proteggersi perché non può essere una responsabilità di noi donne non venire uccise dagli uomini. Gino all’inizio proprio non capisce cosa c’entri il patriarcato con la sua Giulia, non sa neanche se esista il patriarcato, perciò sua madre – un’altra donna - gli spiega il motivo per cui lei continua spesso a chiamarlo Valerio anche se il suo nome è Gino: quando lei era incinta aveva chiesto a suo marito quale nome gli sarebbe piaciuto per il loro bambino e lui aveva risposto «Valerio»; bene, piaceva anche a lei, si chiamerà Valerio; ma poi all’anagrafe suo marito aveva dichiarato che il nome di suo figlio era Gino, senza ridiscuterne con la madre di suo figlio, con la madre che lo aveva portato dentro di sé nove mesi e che lo aveva partorito, semplicemente si era arrogato il potere di imporre il nome – oltre che il cognome – al suo discendente. «Questo è il patriarcato!» «Tuo papà non ci ha fatto mancare niente, certo, però mi ha tenuto dentro casa, questo è il patriarcato!» Il fatto che a Padova in Prato della Valle ci siano statue di soli uomini, «questo è il patriarcato!» Tempo fa – spiega ancora la madre di Gino – si era pensato di inserirvi una statua dedicata ad Elena Cornaro Piscopia, la prima donna al mondo a laurearsi, padovana, ma infine non se ne fece niente… Evidentemente le lauree di noi donne fanno davvero paura, evidentemente perché conoscere rende libere. È la nostra vita quotidiana il patriarcato, è tutto quello che diamo per scontato il patriarcato, non è qualcosa fuori da noi, è dentro di noi, il patriarcato siamo noi. «Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima» ha scritto Cristina Torre Cáceres. Qualcuno disse che Giulia doveva essere l’ultima, che il suo femminicidio aveva scosso talmente l’Italia che non si sarebbe dovuto ripetere. Così non è stato.
Dopo tre anni dal 2023, da quello strano momento in cui, per un momento, sembrò che dovesse cambiare il mondo, la speranza e il tentativo di cambiamento vengono di nuovo da una sala cinematografica. Ma siamo noi – uomini e donne - a doverci mettere in discussione per cambiare e salvarci. Decideremo mai di farlo? Nel film di Paola Randi, Gino chiede ad Elena di insegnargli quello che non sa ed Elena gli risponde che non sarebbe responsabilità di noi donne insegnare agli uomini – e questo è il primo insegnamento -, ma che con lui farà un’eccezione: gli dà un libro da leggere, è “Stai zitta” di Michela Murgia. Gino legge per trovare una risposta all’uccisione di sua figlia, trova la risposta nei libri e nelle parole delle donne che condividono la vita con lui, e capisce che l’unica strada per sradicare la violenza maschile contro le donne è l’educazione, la rieducazione, innanzitutto degli uomini. Certo augurarsi che il cambiamento inizi con la lettura dei libri in un Paese che non legge è a dir poco utopistico. Io non so se l’umanità vivrà abbastanza per coltivare questo cambiamento, non so se le bambine che nascono oggi potranno dirsi veramente libere; io glielo auguro tanto perché tutto ciò che scrivo, comprese queste righe, è per loro. Mi viene in mente che alcuni anni fa al Salone del libro di Torino andai ad una presentazione di Michela Murgia in cui lei chiese a tutte e tutti noi che la ascoltavamo di alzare in alto un libro per dichiararci antifascisti: io avevo in mano il suo “Noi siamo tempesta”, che oggi conservo con la sua firma, e diedi al mio compagno che era a mani vuote il mio “Se questo è amore” che avevo presentato poche ore prima in quello stesso Salone. Ecco, io coltivo ancora la speranza che coltivava Michela Murgia, quella di cambiare il mondo con le parole, perché scrivere è l’unica cosa che so fare. A voi la scelta se accogliere parole nuove per costruire un mondo nuovo. E mi raccomando, «per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia fate rumore!».