Il libro di Cavarero e Guaraldoa Bologna a febbraio 2026, l’incontro con me a Pisa a maggio, il libro di Alessandra Arachi di nuovo a Bologna a ottobre: tutti e tre gli eventi hanno in comune la loro cancellazione a 24 ore dall’appuntamento, su pressioni di gruppi transfemministi, pressioni immediatamente accolte da parte di chi aveva organizzato gli eventi. Non mi dilungo sui dettagli, che sono ampiamente pubblici, ma provo a ragionare sulla censura che sta dilagando nei movimenti e sulle sue conseguenze.
E’ sempre illuminante, per capire il senso del nostro agire e, in esso, del nostro parlare, partire dall’origine delle parole che usiamo. Per questo il nuovo numero di Marea è dedicato alla diade censura e dissenso: andiamoci dentro.
La storia etimologica di censura ci racconta di una profonda trasformazione: i Latini avevano dato questo nome alla magistratura, istituita nel 443 a.C., con il compito di effettuare regolari censimenti della popolazione, quindi per censire, per contare la popolazione allo scopo di registrare i cittadini e i loro beni.
Dunque, all’inizio, il senso della parola censura non era per nulla legato al potere di bloccare, interdire, togliere parola o libertà. Solo in un secondo momento ai due censori designati fu affidata anche la vigilanza sulla moralità dei costumi: vigilanza che poi varrà, per antonomasia, ad identificare il censore come attore di divieti e controlli e la censura come atto concreto di blocco, con la durezza della severità e dell’impedimento: la censura diventa l’opposto dell’analisi e della ricerca. Invece di affrontare un problema si passa, direttamente, alla distruzione degli avversari impedendo la loro voce. E’ quello che accade oggi, quando alcune femministe prendono parola su prostituzione, gpa, identità di genere, velo islamico e dei gruppi transfemministi vietano loro gli incontri per dibattere.
Più aderente al significato originale, e di grande fascino anche per la possibilità di evocare una pratica generativa, è la parola dissenso: dissidens è, infatti, il participio presente di dissideo, il cui primo significato è siedo separato, a sua volta composto da dis, separazione e sideo, sedere.
Chi dissente, secondo la matrice etimologica, compie un gesto di separatezza, ma comunque siede accanto: il dissenso è quindi prossimità, pur nella distanza. E’ pratica di ascolto e confronto nella quale c’è un atteggiamento di distacco o di rottura, ma che non prevede la chiusura definitiva, come invece accade nella censura, che è un atto di potere unilaterale.
Nei casi di censura transfemminista citati in apertura ci sono dinamiche ricorrenti: l’assenza di esercizio del dissenso, il servirsi della censura per chiudere il confronto, e l’accettazione della violenza censoria da parte di chi ha organizzato, che al contrario avrebbe dovuto mantenere l’incontro. Abbiamo dimenticato che il confronto è uno dei pilastri della democrazia? Cessare di difendere lo spazio di libertà che gli incontri rappresentano è un grave segnale: lascia intendere che la violenza può avere la meglio sulla discussione, anche aspra, discussione che è, però, il senso della politica.
La censura come strumento repressivo della libertà di parola, un tempo usato nelle dittature e oggi nelle mani di gruppi che si reputano unilateralmente rivoluzionarie che non accettano il contraddittorio, è pericolosa perché blocca i processi di cambiamento e trasformazione che questi gruppi dicono di rappresentare. Faccio due esempi recenti che ho vissuto direttamente.
Due anni fa, in un progetto europeo che aveva come tema il sessismo e la violenza maschile un partecipante si rifiutò di fare una attività con gli altri maschi perché si identificava come donna.
Non aveva mai comunicato nulla in nessuno degli incontri preliminari nei quali era stato chiaramente illustrato il programma e l’argomento, (per chi non lo sapesse i progetti Erasmus prevedono viaggio, vitto e alloggio totalmente gratuiti per chi partecipa), quindi sapeva bene di cosa trattava il progetto. Eppure lo riuscì a sabotare quasi per intero, perché a quel punto fu impossibile svolgere buona parte delle attività.
Meno impattante, ma faticoso e logorante il secondo caso, più recente. A giugno di quest’anno, in un progetto sulla death education, fu mostrato il TedX di una esperta che parlava di come trattare il tema della morte con bambini e bambine. Un partecipante, quando vide il cognome di origine ebraico dell’esperta, intervenne sdegnato: come si poteva darle parola, mentre era in corso il genocidio del popolo palestinese? Si provò a far notare che era assai arbitrario operare una censura sulla base del cognome, ma lui ribattè che qualunque ebreo era in automatico colpevole delle azioni del governo israeliano e poteva parlare solo dopo aver dichiarato di essere contro il governo israeliano e a favore del popolo palestinese. Una richiesta di ‘patente’ in linea con quanto accaduto a Reggio Emilia. Quando si provò a obiettare che, siccome sono gli uomini a uccidere le donne, e che secondo la sua logica ogni uomo avrebbe potuto essere considerato un assassino, disse che non era la stessa cosa e che il progetto per lui era comunque compromesso.
Ho descritto due situazioni diverse nelle quali però c’è un denominatore comune: la convinzione, monolitica, che chiunque non sia allineato su una posizione che non ammette critiche vada zittito e censurato, come a Bologna e Pisa.