La recente riforma del processo penale estingue le ipotesi meno gravi del reato di stalking, monetizzando il danno subito da chi ne è vittima, anche contro la sua volontà
Giovedi, 29/06/2017
Quando ci si approccia allo studio del diritto nelle scuole italiane, alla frequente domanda degli studenti a cosa servano le leggi personalmente mi sono trovata a rispondere che il loro fine sia di tutelare i più deboli dai più forti. Orbene, compito delle istituzioni è predisporre, ad esempio, le norme non in base agli appetiti specifici degli operatori del diritto e meno che mai dell’opinione pubblica. La stella polare da seguire deve essere, sempre e comunque, l’andare incontro ai bisogni di chi subisce comportamenti criminosi, come nel caso particolare dello stalking. Con la recente riforma del processo penale, applicata anche alle ipotesi meno gravi di questo reato, si è voluto monetizzare il danno subito dalla vittima come se fosse un’ autovettura danneggiata a cui necessitino le opportune riparazioni per ritornare su strada. Se andiamo ulteriormente a considerare che la somma di denaro possa essere anche rateizzata, chi viene perseguitato si sentira danneggiato ed anche beffato. Ma, soprattutto, si considererà un soggetto inanimato, una cosa, non titolare del diritto costituzionale ad un giusto processo. Ed insieme a questa sensazione avvertirà di avere perso, ma la sua non sarà di certo una sconfitta personale, bensì di tutti. Si colga, quindi, l’occasione delle critiche mosse a questa scelta normativa per correggere la mira di quando sbagliato nel passato al riguardo del reato di stalking e, soprattutto, nel cambio di rotta si evitino decreti governativi e si coinvolga il parlamento, di modo che siano quanto più possible condivise dalle forze politiche ivi presenti regole nuove su tale fattispecie criminosa, nell’interesse di tutto il consesso sociale.
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