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Storia di Carolina Ascenzi, l’anagnina che fu la modella più bella di Roma

Storia di Carolina Ascenzi, l’anagnina che fu la modella più bella di Roma

Figlia della Ciociaria povera, come molte ragazze andò a Roma giovanissima a guadagnarsi da vivere. Qui incontrò l’uomo della sua vita, il barone svedese Alberto Barnekow, alchimista, pittore e probabile affiliato ai Rosacroce. Ad Anagni la coppia sta

Martedi, 05/05/2026 - Lo storico, docente e giornalista Salvatore Sibilia (nato a Torino nel 1890 da famiglia di Anagni e qui morto nel 1969), la descrive così: «… era una bella ragazza anagnina, conosciuta con il soprannome di “passaguai” forse per i molti… guai che aveva passato e fatto passare agli uomini ed agli artisti con la sua bellezza».
Mi imbatto in questa storia d’altri tempi durante un giro di perlustrazione ad Anagni, città che ho molto amato ed ammirato per il suo enorme fascino storico, nonché per il grande garbo che ho trovato nei suoi abitanti.
Ad accompagnarmi in questo viaggio nella vicenda esistenziale di Carolina e di quel particolare personaggio che fu suo marito, il barone Alberto Barnekow, è il curatore della casa museo Barnekow, l’archeologo Guglielmo Viti, anche attraverso l’ausilio di brevi filmati. Uno in particolare, che parla della storia di questa particolare dimora, e che è reperibile anche su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=o7XBA-EtV9o). Viti è anche autore di una pubblicazione dal titolo “Casa Barnekow, tribuna di un alchimista”.
Il dottor Viti mi spiega che la casa è aperta quasi giornalmente ad eventi di vario tipo, quali concerti e rappresentazioni teatrali.
Di sicuro, il visitatore che si trova a percorrere Via Vittorio Emanuele, non può non rimanere colpito e incuriosito dalla particolarità di questa dimora, che fu il luogo in cui il barone e alchimista svedese Barnekow decise di trascorrere la sua esistenza appartata, in cerca della perfezione spirituale.
La casa fu costruita in epoca medievale, sotto il pontificato di Gregorio IX, e passò da una famiglia nobile all’altra: i Tomasi, i Ciprani e i Gigli. Finché, nel 1860, fu acquistata da Alberto Barnekow, che per venticinque anni la abbellì con affreschi e con lapidi, dal significato alchemico ed esoterico.
Questo particolare personaggio, di cui diremo più avanti, veniva guardato con sospetto dagli anagnini, per le sue idee stravaganti e quella mescolanza di giansenismo, esoterismo, mistica cristiana che riversava nel ciclo pittorico presente in quella che lui stesso chiamò la “Tribuna Albertina”.
Barnekow, proveniente dalla Svezia su incarico del re Oscar I di Svezia per copiare gli affreschi di Raffaello nelle stanze vaticane, giunto a Roma si innamorò della bellissima modella di Anagni, che già adolescente faceva girare la testa a parecchi uomini. Ella sposò il barone appena quattordicenne. Lui era di tredici anni più grande.
Carolina Ascenzi era nata l’8 maggio 1833 e, provenendo da una famiglia povera della Ciociaria, come molte ragazze della sua condizione dovette cercarsi un lavoro a Roma per mantenere sé stessa e la propria famiglia. Le scelte non erano tante. Molte di queste ragazze finivano a vendere fiori o cicoria nelle strade della città, altre facevano le balie, e altre, se avvenenti, potevano diventare modelle per artisti nelle zone di via Gregoriana, via Margutta e via Sistina. Si trattava di un lavoro piuttosto ambito, che fruttava un bel po' di guadagno soprattutto se si posava nude per gli artisti. Carolina, insieme alle sue compagne, sostava in Piazza di Spagna, per il fatto che papa Gregorio XVI e poi papa Pio IX, avevano permesso a queste modelle di posare nude all’interno di Villa Medici sede dell’Accademia di Francia, dove i rampolli di ricche famiglie francesi, i borsisti del Prix de Rome e gli appassionati d’arte, vi passavano lunghi soggiorni di studio.
I pittori la ricercavano. Anzi, Carolina era la più ricercata di tutte, sia per le sue forme sinuose che per il portamento eretto, dovuto al fatto che fin da bambina portava pesi sulla testa: bacinelle d’acqua, panni, legna, pane.
La gran parte di queste modelle faceva una brutta fine. O finivano a fare le prostitute, oppure si ammalavano e morivano, per il fatto di posare nude con panni bagnati addosso in gelide soffitte, dove artisti squattrinati in cerca di gloria realizzavano le loro opere.
Altre facevano incontri fortunati e la loro vita cambiava radicalmente. È il caso delle sorelle Vitti, che si trasferirono a Parigi e lì crearono l’Académie Vitti, che fu un vivace atelier d’arte privato fino al 1915. Era stata fondata a Montparnasse nel 1889 da Cesare Vitti di Casalvieri, della moglie Maria Caira di Gallinaro e delle sorelle di questa, Anna e Giacinta, tutti ex modelli. Tra i suoi docenti vi fu Paul Gauguin e la particolarità era che a questa scuola di disegno e di pittura erano ammesse allieve donne che potevano esercitarsi con modelli nudi. Ad Atina, tra l’altro, oggi esiste la Casa Museo Accademia Vitti (https://www.ciociariaturismo.it/casa-museo-accademie-vitti-ad-atina/).
C’erano poi le ragazze che sposavano giovani nobili e c’era Carolina Ascenzi che ebbe questa fortuna.
Il barone Barnekow la condusse con sé nella dimora di Anagni e le assicurò una vita da gran signora. La coppia ebbe cinque figli: quattro femmine e un maschio (Marco Giulio Alberto, morto ventenne di tubercolosi in Svezia).
Carolina muore cinquantenne ad Anagni, il 23 giugno 1885. Non risultano, oggi, eredi della coppia.
Come detto, Alberto Barnekow era un tipo molto particolare. Si dedicava all’alchimia, quell’antico sistema filosofico ed esoterico che combina elementi di chimica, fisica, astrologia e medicina. È probabile, anche se non provato, che nel salotto di casa, dotato di un ingresso, oggi murato, che si apriva su un vicolo laterale, ricevesse gli affiliati della setta dei Rosa Croce. Barnekow era stato paggio alla corte di Carlo XIV di Svezia e sottotenente negli Ussari della Scania. Era dotato di vasta cultura e di spiccata sensibilità giansenista. Il Giansenismo, dichiarato eresia da Papa Innocenzo X nel 1653, elimina totalmente il libero arbitrio dell’uomo ed asserisce che la salvezza sia solo per i predestinati.
Il 27 novembre 1861, il quarantunenne Alberto Barnekow, ha un’apparizione: vede l’Immacolata Concezione, ne descrive con precisione l’abbigliamento e ne trascrive parola per parola il messaggio che gli ha portato. Anzi, i messaggi sono dieci, e la Vergine lo indicava come capo di una nuova comunità spirituale che avrebbe dovuto costituire intorno a lui (e che, in realtà, non riuscì mai a creare). Una società somigliante in tutto e per tutta alla Città del Sole vagheggiata dal filosofo calabrese Tommaso Campanella.
L’episodio, che è dipinto sul portale di ingresso della casa, mentre i dieci messaggi sono incisi su due tavole somiglianti a quelle della legge di Mosè, in verità, tra gli anagnini non ebbe alcuna particolare eco. Anzi, si raccontava, ma la notizia è tutta da verificare, che il barone fosse completamente impazzito e che fosse stato rinchiuso in un manicomio in Belgio.
Le convinzioni luterane di Barnekow non devono trarre in inganno il lettore. Difatti, il dogma dell’Immacolata Concezione era stato sostenuto da Lutero ben prima che diventasse un dogma per la Chiesa Cattolica (stante a quanto riporta lo studioso luterano A.C.Piepkorn). In quanto testimone di un’apparizione mariana, Barnekow ebbe sempre sostegno e vicinanza dalla Chiesa di Pio IX.
Questa, in breve, la storia della coppia Barnekow. Per immergervi nell’atmosfera mistico-esoterica del luogo e nei tanti significati simbolici che esso racchiude, vi consiglio di andare di persona a visitare casa Barnekow ad Anagni: la Città di Papi “dove tutto è cominciato”.

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