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Storie di donne: la calabrese Cecilia Faragò, ultima processata per stregoneria nel Regno di Napoli

Storie di donne: la calabrese Cecilia Faragò, ultima processata per stregoneria nel Regno di Napoli

La storia della coraggiosa figlia della Sila rivive attraverso pubblicazioni e rappresentazioni teatrali

Giovedi, 24/09/2026

“Luna! Tu sola mi vedi, perciò ti invoco, luna, luminosa e bella. illumina le menti di questi furfanti. Fai cadere la tua luce sulle loro teste, così che mi rilascino e possa tornare a casa”.
Sono queste alcune delle evocative parole con cui l'antropologa e sceneggiatrice Emanuela Bianchi rievoca, in un proprio lavoro teatrale, la storia di Cecilia Faragò, fiera della Sila catanzarese processata nel diciottesimo secolo per stregoneria.
La performance teatrale che anche quest'estate è stata messa in scena in Calabria dopo aver calcato palcoscenici nazionali ha un proprio fascino perché l'autrice non si limita a ripercorrere i verbali del celebre processo inquisitorio avvenuto a Soveria, ma analizza il meccanismo arcaico con cui una comunità, mossa da faide locali, interessi economici e barriere patriarcali, etichetta come "strega" una donna autonoma, colta e detentrice di saperi legati alla terra.
Ecco quindi che Cecilia è trasformata da vittima silenziosa a simbolo universale di resistenza, libertà ed emancipazione contro l'oscurantismo e l'abuso di potere che nel Regno di Napoli, dove l' Inquisizione fu potente, la facevano da padrona. Quella di Cecilia Faragò non è semplicemente una storia in cui sommano pregiudizi, credenze popolari, timore del soprannaturale, manipolazione della verità e ignoranza o di quelle donne che ancora oggi, quando non sono vittime di femminicidio, devono lottare per emanciparsi.
Quello contro Cecilia Faragò, cosa che anche molti Calabresi non sanno, fu l'ultimo processo di stregoneria svoltosi nel Regno partenopeo grazie all'appassionata difesa di Giuseppe Raffaelli che riuscì a scagionarla convincendo la Corte della sua innocenza. Ben presto la vicenda di Cecilia fu nota anche fuori dalla Calabria e Ferdinando II di Borbone dovette abolire per sempre il reato di stregoneria e fattucchieria, una scelta sapiente che presto adottarono altri Stati europei.
Nata fra il 1710 e il 1712 fra Soveria Simeri e Zagarise, Cecilia Faragò quando aveva circa 20 anni si era sposata con Lorenzo Gareri, piccolo proprietario terriero e dal loro matrimonio sarebbero nati due figli: Sebastiano, che si fece monaco e Andrea, prematuramente morto per una malattia a quei tempi incurabile. Per Cecilia che era già vedova iniziarono così i problemi che non riuscirono a vincerla. Con un contratto capestro, prima di morire, Andrea aveva disposto che tutte le sue proprietà andassero a un prete del posto. Per non morire di stenti, la Faragò sii recò al Palazzo di Giustizia, riuscì dapprima ad avere la meglio. Ma due preti fecero circolare alcune voci per farla condannare per stregoneria. Era, infatti, una contadina che come molte conosceva il valore terapeutico delle erbe con cui curava chi le chiedeva aiuto. Fu così che fu accusata di aver provocato un malore e la morte del sacerdote Antonio Ferrajolo e per questa accusa nessun altro le chiese aiuto. Se riuiscì a non perdere la vita, comunque, perse i propri beni ma la sua storia ci ricorda che con coraggiosa determinazione è possibile aver ragione anche nell'amara di Calabria ancora oggi vittima di faide e dure contrapposizioni.
Francesco Rizza

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