".. la sua convinzione che sia necessario declinare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali..."
Sabato, 07/02/2026 - “Riesco a chiederle di chiamarmi ministra?” proponeva Valeria Fedeli a chi le si rivolgeva come “ministro” durante il periodo in cui era a guida del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (2016-2018), concretizzando in sei parole la sua convinzione che sia necessario declinare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali. Ribadiva che il mondo politico doveva sostenere quest’uso, non solo perché si era già impegnato a farlo fin dagli anni Ottanta con la pubblicazione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di un lavoro sugli usi sessisti della lingua italiana (mai sentito il nome di Alma Sabatini?), ma anche perché aveva aderito compatto al progetto di trasformazione sociale, politica e culturale per la parità fra uomo e donna contenuto nella Convenzione di Istanbul, di cui l’uso di un linguaggio non discriminante era un cardine possente. “Noi non ci fermiamo finché non abbiamo la parità di genere” sosteneva. E infatti anche su questo tema è sempre andata avanti a grandi passi, insistendo sulla necessità, in una società che si dice democratica, della rappresentanza politica delle donne, e quindi delle parole per esplicitarne la presenza e per incoraggiare le donne a farlo. Perché se non nominare le donne significa negarne l’esistenza, non nominarsi al femminile, se si è donne, risulta in una autosvalutazione.
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