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Violenza sulle bambine, il silenzio di chi subisce: perché non riusciamo ancora a proteggerle?

Violenza sulle bambine, il silenzio di chi subisce: perché non riusciamo ancora a proteggerle?

I nuovi dati Istat mostrano quanto sia difficile per le bambine raccontare la violenza subita. La prevenzione deve cominciare dall'ascolto e dalla responsabilità degli adulti.

Mercoledi, 14/10/2026

Se più della metà delle bambine che subiscono violenza sessuale non racconta a nessuno quello che è accaduto, possiamo davvero continuare a sostenere che il problema sia soltanto convincerle a parlare?


Il 12 ottobre 2026, all'indomani della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, UNICEF Italia ha dedicato un incontro pubblico alla prevenzione della violenza di genere. Il titolo scelto, Dalla parte delle ragazze. Contro la violenza di genere, richiama una responsabilità collettiva che, troppo spesso, emerge soltanto quando un episodio di cronaca costringe l'opinione pubblica a occuparsene. Intanto, proprio nelle settimane precedenti, una nuova indagine dell'Istat aveva mostrato quanto la violenza possa entrare precocemente nella vita delle donne e quanto sia difficile riconoscerla, raccontarla e interromperla.


Il rapporto Violenza contro le donne dall'infanzia all'età adulta, pubblicato il 16 settembre 2026, rivela che il 15,3% delle italiane tra i 16 e i 75 anni, circa tre milioni di donne, dichiara di aver subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei sedici anni. Per l'8,2% si è trattato di violenza sessuale. Numeri che raccontano esperienze avvenute nell'infanzia, ma che continuano a interrogare il nostro presente.


Violenza sulle bambine: quando il pericolo arriva da persone conosciute


Nell'immaginario collettivo, la violenza contro i minori viene ancora associata frequentemente allo sconosciuto, alla strada isolata, all'incontro pericoloso. La realtà descritta dall'Istat è diversa, dato che la maggior parte delle violenze fisiche e sessuali dichiarate dalle intervistate è stata commessa da persone conosciute, spesso appartenenti alla cerchia familiare o relazionale.


Insegniamo alle bambine a non parlare con gli sconosciuti, a non accettare passaggi, a prestare attenzione quando escono, tutte raccomandazioni comprensibili, ma insufficienti. Che cosa accade quando la persona da cui difendersi è qualcuno di cui ci si dovrebbe fidare?


Il problema diventa ancora più complesso quando la violenza viene accompagnata da richieste di segretezza, ricatti affettivi o dalla paura di non essere credute. Una bambina può non possedere gli strumenti per comprendere ciò che sta vivendo e può provare vergogna, sentirsi responsabile, oppure temere di provocare conseguenze nella propria famiglia. Non possiamo, quindi, attribuire a lei il peso di riconoscere e denunciare ciò che gli adulti hanno il dovere di prevenire.


Il 58,4% delle vittime non ne ha parlato con nessuno


Tra i risultati più significativi dell'indagine Istat emerge quello relativo al silenzio: il 58,4% delle donne italiane che hanno subito violenza sessuale prima dei sedici anni dichiara di non averne parlato con nessuno al momento dell'accaduto. Soltanto il 2,6% riferisce di essersi rivolto a insegnanti o professori. Quest'ultimo dato merita un'attenzione particolare.


La scuola rappresenta uno dei luoghi in cui bambini e adolescenti trascorrono gran parte delle loro giornate. Gli insegnanti sono coloro che osservano cambiamenti, difficoltà relazionali, improvvisi cali di rendimento e comportamenti segnali di un disagio. D’altro canto, non sono indicatori certi di violenza subita, ma vanno considerati insieme ad altri elementi. Tuttavia, il fatto che così poche vittime abbiano raccontato l'accaduto a una figura scolastica solleva una domanda: quanto siamo realmente preparati ad accogliere una richiesta di aiuto? Non basta invitare gli studenti a confidarsi, ciò che serve è il supporto di adulti formati, di procedure riconoscibili, di collaborazione con i servizi territoriali e la certezza che una rivelazione venga gestita senza esporre ulteriormente chi ha trovato il coraggio di parlare.


L'educazione al rispetto non può esaurirsi in una conferenza annuale o in una giornata commemorativa, ma va inserita come parte della quotidianità scolastica, attraverso un linguaggio adeguato all'età, capace di insegnare il valore dei confini personali, del consenso e della libertà di chiedere aiuto.


La violenza subita nell'infanzia può avere conseguenze anche da adulte


Un altro dato dell'Istat rende evidente perché intervenire precocemente sia indispensabile. Tra le donne italiane intervistate, il 31,9% dichiara di aver subito violenze fisiche o sessuali in età adulta. La percentuale raggiunge il 57,2% tra quelle che avevano già subito violenza durante l'infanzia.


Si tratta di un'associazione statistica, non di un destino inevitabile, in quanto, va ribadito che aver subito violenza da bambine non significa essere condannate a subirla nuovamente. Il dato indica però una maggiore esposizione al rischio, che richiede prevenzione e sostegno adeguati. È proprio qui che la questione di genere incontra quella educativa.


Una società che interviene soltanto quando la violenza è diventata evidente arriva spesso troppo tardi rispetto alle prime occasioni in cui avrebbe potuto riconoscere una situazione di pericolo.


Prevenire significa anche aiutare le nuove generazioni a distinguere l'affetto dal possesso, l'autorevolezza dall'intimidazione, il rispetto dall'obbedienza imposta attraverso la paura. Bisogna soprattutto educare i ragazzi a riconoscere la responsabilità delle proprie azioni, evitando di concentrare ancora una volta sulle ragazze l'intero peso della protezione.


Proteggere le bambine significa cambiare anche il comportamento degli adulti


L'iniziativa promossa da UNICEF Italia il 12 ottobre si inserisce nella campagna Non restare in silenzio, dedicata alla prevenzione della violenza di genere e alla tutela dei diritti delle ragazze.


È un messaggio importante, purché non venga interpretato come un ulteriore obbligo imposto alle vittime; affinchè una bambina possa parlare, deve prima sapere che esiste qualcuno disposto ad ascoltarla. Servono famiglie capaci di affrontare argomenti difficili senza minimizzare, insieme a scuole sostenute da una formazione specifica, servizi accessibili e istituzioni che garantiscano interventi tempestivi. Occorre, inoltre, superare l'abitudine a considerare la violenza sulle bambine un problema che riguarda esclusivamente le famiglie coinvolte.


La protezione dell'infanzia è una responsabilità pubblica; e la parità di genere comincia anche dal diritto delle bambine a crescere senza paura, senza sentirsi colpevoli e senza dover imparare troppo presto a difendersi da chi dovrebbe proteggerle. Continuiamo a ripetere alle ragazze che devono trovare il coraggio di denunciare, ma abbiamo costruito una società nella quale possano farlo davvero?


Il silenzio di una bambina non è sempre l'assenza di una richiesta d'aiuto, anzi, a volte è il segno che nessun adulto le ha ancora dimostrato di saperla ascoltare.


Fotografia dell’autrice


BIOGRAFIA
Valeria Russo è giornalista pubblicista e docente di lettere classiche. Napoletana, insegna latino e greco e scrive di scuola, cultura e parità di genere. Cura il blog L’Eco della Verità e si occupa di SEO, intelligenza artificiale e comunicazione digitale.


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