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È un problema mio: siamo tuttə responsabili di quello che abilita la violenza di genere

È un problema mio: siamo tuttə responsabili di quello che abilita la violenza di genere

Mentre la cronaca continua a raccontare femminicidi e tentati femminicidi, la prevenzione è un concetto trascurato da politica e stampa. Il progetto È un problema mio, promosso da Terni Donne APS, prova a spostare il discorso là dove la violenza cominc

Lunedi, 31/08/2026

Mentre la cronaca continua a raccontare femminicidi e tentati femminicidi, la prevenzione è un concetto trascurato da politica e stampa. Il progetto 'È un problema mio', promosso da Terni Donne APS, prova a spostare il discorso là dove la violenza comincia: nelle relazioni, negli stereotipi e nei modelli culturali che la rendono possibile.

Ci sono notizie che, per la loro gravità, sembrano destinate a rimanere a lungo nella memoria collettiva e che invece, nel giro di pochi giorni, vengono sostituite da altre. Un femminicidio, un tentato femminicidio, un'aggressione e poi una nuova emergenza che prende il posto della precedente, mentre resta sullo sfondo la domanda su ciò che avrebbe potuto impedire quella violenza.
Questa estate la sequenza di femminicidi ha reso ancora più evidente questo meccanismo: una successione di donne uccise che ha attraversato il Paese, lasciando spazio, nell'informazione, al caso successivo prima ancora che fosse possibile interrogarsi sulle responsabilità e sulle condizioni culturali e relazionali che avevano preceduto quelle morti. Il rischio è che anche la ripetizione di episodi così gravi produca assuefazione, trasformando il femminicidio in una drammatica voce della cronaca quotidiana invece che in una questione strutturale sulla quale intervenire.
Il caso di Stroncone, nella provincia di Terni, nel maggio scorso, appartiene ormai alla cronaca, ma interroga proprio questo meccanismo. Una donna di 43 anni venne aggredita a martellate dal marito su un autobus di linea; l'uomo, già sottoposto a braccialetto elettronico per precedenti episodi di violenza, riuscì a raggiungerla dopo essersi liberato del dispositivo e fu arrestato con l'accusa di tentato femminicidio. L'aggressione avrebbe potuto avere un esito letale e ha avuto conseguenze gravissime.
La questione, oggi, non riguarda soltanto il funzionamento di quel dispositivo, ma ciò che avrebbe potuto accadere prima. È anche su questo terreno che si muove 'È un problema mio', progetto biennale promosso da Terni Donne APS in partenariato con Libera…mente Donna, Rete delle Donne Antiviolenza, Forum Donne Amelia e UDI Perugia, e finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La violenza non può continuare a essere considerata un solo problema delle donne. Per anni la prevenzione è stata raccontata attraverso ciò che le donne avrebbero dovuto fare per proteggersi, riconoscere i segnali, evitare il pericolo e chiedere aiuto: indicazioni necessarie nelle situazioni di rischio, ma insufficienti se non ci si interroga anche su chi la violenza la agisce e sulla cultura che può renderla possibile.
«Per troppo tempo la violenza è stata raccontata come un problema delle donne. Alle donne si dice di stare attente, di non rientrare tardi, di riconoscere i segnali. È un linguaggio che sposta il peso sulle vittime e lascia in ombra chi la violenza la agisce e la cultura che gliela abilita», osserva Claudia Monti, responsabile del progetto.
La prospettiva femminista porta la domanda altrove: come si costruiscono relazioni nelle quali possesso, controllo e sopraffazione non vengano confusi con amore, interesse o gelosia? E come si interviene prima che questi comportamenti diventino violenza riconoscibile?
Per questo il progetto lavora soprattutto con ragazze e ragazzi. I laboratori hanno coinvolto finora più di dodici istituti umbri, oltre cento classi e più di duemila studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Vabbè, è normale affronta gli stereotipi di genere; Se questo è un uomo interroga i modelli di mascolinità fondati su forza e controllo, mettendoli a confronto con ascolto e cura. Un altro livello riguarda i linguaggi quotidiani della pubblicità, della musica e dei social, compresi hate speech e revenge porn.
L'obiettivo non è impartire una lezione morale, ma rendere riconoscibili comportamenti che spesso vengono considerati normali. La prevenzione comincia anche dalla capacità di distinguere la gelosia dal controllo, l'attenzione dalla sorveglianza, l'amore dal possesso.
«Non è una forma di evangelizzazione: chiediamo francamente ai ragazzi di rendersi partecipi e consapevoli. E quasi sempre, quando cominciano a vederle concretamente certe cose, determinate dinamiche, non riescono più ad ignorarle», racconta Monti parlando del lavoro nelle scuole.
C'è poi il modo in cui raccontiamo la violenza. Nel caso di Stroncone, come in molti altri, l'attenzione si è concentrata sull'aggressione, sulla fuga e sulla cattura dell'uomo, mentre è rimasta più defilata la storia di violenza che precedeva quel momento.
La violenza raramente comincia con il gesto estremo che finisce sui giornali. Prima possono esserci svalutazione, isolamento, controllo del telefono, minacce, sorveglianza e limitazione delle relazioni. Raccontare soltanto l'ultimo atto significa perdere proprio la parte sulla quale sarebbe possibile intervenire.
Questo non significa mettere in discussione strumenti come il braccialetto elettronico o il Codice rosso, che restano necessari. Significa riconoscerne il limite: sono strumenti di protezione che intervengono quando il rischio è già emerso, la prevenzione dovrebbe lavorare prima.
«Il braccialetto e il Codice rosso sono strumenti necessari. Il punto è che arrivano sempre dopo: dopo la prima denuncia, dopo che la paura è già entrata in casa. Sono argini, non è prevenzione», sottolinea Monti.
Il progetto prova a portare questa riflessione anche fuori dalle scuole, attraverso circa quattrocento manifesti affissi in sedici comuni umbri e contenuti digitali costruiti a partire dal lavoro con i giovani. La prima campagna, È un problema mio, è stata lanciata nel novembre 2025; la seconda, Da togliere il fiato, nel febbraio 2026, all'interno di un percorso che prosegue nel tempo.
È questa continuità a distinguere una campagna da una politica culturale: il 25 novembre può accendere l'attenzione, ma la violenza maschile contro le donne non può essere un tema stagionale. La sequenza di femminicidi di questa estate dovrebbe anzi rafforzare la necessità di mantenere aperta la discussione anche quando i riflettori della cronaca si spostano altrove.
La sicurezza delle donne non può dipendere dalla capacità di controllare un uomo già considerato pericoloso. Quella è una risposta necessaria, ma arriva alla fine di una storia; la prevenzione deve cominciare molto prima, nelle scuole, nelle relazioni, nelle parole e nei modelli culturali attraverso i quali uomini e donne imparano a stare insieme.
È un problema mio significa proprio questo: riconoscere che tutti possono avere una responsabilità nel cambiare la cultura che la rende possibile.

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