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Afghanistan: Pangea organizza un presidio a Roma per chiedere giustizia e solidarietà

Afghanistan: Pangea organizza un presidio a Roma per chiedere giustizia e solidarietà

Dopo decine di arresti di donne e ragazze a Herat e il fuoco contro i manifestanti, mercoledì 17 giugno manifestazione per esprimere vicinanza alle donne e denunciare le continue violazioni dei loro diritti fondamentali da parte del governo talebano

Lunedi, 15/06/2026

Riceviamo e pubblichiamo
A seguito dei recenti arresti di decine di donne e ragazze avvenuti a Herat a inizio giugno e del fuoco aperto sulla popolazione che manifestava contro tale violazione, Pangea promuove un presidio in Piazza Santi Apostoli per esprimere vicinanza alle donne in Afghanistan e denunciare le continue violazioni dei loro diritti fondamentali da parte del governo de facto talebano.
Secondo le testimonianze raccolte, la cosiddetta “polizia morale” ha fermato e arrestato donne e ragazze accusate di non indossare correttamente il velo e di aver violato il rigido codice di abbigliamento imposto dal Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. Gli arresti sono avvenuti sulla base di valutazioni arbitrarie da parte del governo de facto talebano e hanno portato alla detenzione di donne il cui unico “reato” è stato quello di non conformarsi a regole discriminatorie imposte esclusivamente in ragione del loro genere.
Herat, città simbolo della storia e della cultura afghana, vive oggi in un clima di paura e repressione. Le autorità effettuano controlli nelle abitazioni, fermano gli autobus, ispezionano i telefoni cellulari delle donne alla ricerca di presunte trasgressioni. Le notizie provenienti dalla città confermano una crescente escalation di misure repressive che colpiscono sistematicamente la popolazione femminile.
Gli eventi di Herat non rappresentano un caso isolato. Si inseriscono in un quadro più ampio di persecuzione e discriminazione sistematica nei confronti delle donne e delle ragazze afghane, private del diritto all'istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, alla partecipazione alla vita pubblica e alla piena autodeterminazione. Le donne vivono una condizione di Apartheid solo perché donne e nell’indifferenza generale si sta commettendo una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel mondo contemporaneo.
Di fronte a questa situazione e raccogliendo l'appello di tante donne afghane che vivono in Italia e che ogni giorno mantengono contatti con familiari e amiche rimaste nel Paese, Fondazione Pangea ha deciso di organizzare un presidio pubblico per affermare che le donne in Afghanistan non sono sole.
Per tutte le donne che continuano a resistere, a far sentire la propria voce e a chiedere di essere ascoltate, saremo mercoledì 17 alle ore 18 in Piazza Santi Apostoli per ribadire che la solidarietà è presenza, ascolto e responsabilità condivisa. Vogliamo tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica e delle istituzioni su quanto sta accadendo in Afghanistan e chiedere che la comunità internazionale non resti indifferente di fronte a una repressione che continua a negare a milioni di donne diritti, libertà e futuro.
Pangea invita cittadine e cittadini, associazioni, realtà della società civile e rappresentanti delle istituzioni a partecipare al presidio per manifestare sostegno alle donne afghane e chiedere il rispetto dei loro diritti fondamentali.
Perché la libertà delle donne afghane riguarda tutte e tutti noi. 

Testimonianze da Herat (Roma, 17 giugno 2026)
«Da quando sono iniziati i nuovi controlli sull'hijab a Herat, ho paura di uscire di casa. I talebani fermano automobili, motociclette e mezzi pubblici per controllare l'abbigliamento delle donne e delle ragazze. Molte persone vengono portate via con il pretesto di non rispettare le regole sull'hijab, e nessuno sa cosa accada loro dopo l'arresto.» Frohar 25 anni

«Ho delle amiche che vivono nel quartiere hazara di Jebrail e ho visto crescere la paura tra le famiglie. In un solo giorno dieci ragazze sono state portate via senza alcuna spiegazione e il loro destino è ancora sconosciuto. Molte delle pressioni e delle violenze dei talebani colpiscono proprio quella comunità.» Amina 30 anni

«Un'amica di mia madre ha assistito a un controllo su un mezzo di trasporto pubblico. Durante l'ispezione, una bambina di meno di quindici anni è stata fatta scendere e portata via perché, secondo i talebani, non indossava un hijab completo. Era vestita in modo adeguato, ma non portava il niqab o una mascherina.» Shekila 27 anni

«Durante le proteste contro queste misure, la situazione è diventata ancora più difficile. Un giovane e un bambino hanno perso la vita a causa degli spari dei talebani. Le persone trasportavano i feriti agli ospedali con grande paura, perché esisteva il rischio di essere arrestate e gli ospedali avevano ricevuto l'ordine di non curare i feriti delle proteste.» Fatima 35 anni

"In questi giorni tante persone sono state uccise, tante ragazze sono state arrestate. Adesso alcuni famiglie non permettono le loro figlie di andare fuori di casa e hanno preso i loro cellulari". Noor, 23 anni

"Io sono in contatto costantemente con mia mamma e mia sorella. Non escono da casa da circa una settimana. La situazione è terribile. I Talebani arrestano tutti e non vedono se sono anziani o giovani. La cosa positiva è che ci sono delle manifestazioni e i numeri partecipanti aumentano ogni giorno ma anche il numero di persone arrestate, che spariscono" Myriam 43 anni



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