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‘Le barriere più difficili da abbattere sono il pregiudizio e l’indifferenza’

‘Le barriere più difficili da abbattere sono il pregiudizio e l’indifferenza’

Quando finisce la scuola comincia il vuoto: viene meno la certezza dei diritti. Daniela Speranza racconta la disabilità dal punto di vista di chi ha ricoperto un incarico pubblico di responsabilità

Lunedi, 07/09/2026

Ci sono cose che i libri possono insegnare e altre che si comprendono soltanto incontrando le persone.
La dottoressa Daniela Speranza lo ha imparato nel corso di una pluridecennale esperienza come psicoterapeuta e docente, durante la quale ha incontrato, sia sul versante clinico sia su quello didattico, tante persone con disabilità e le loro famiglie: «L’esperienza diretta fa tanto, fa tutto quello che i libri non ti danno e non ti dicono».
È importante comprendere il suo sguardo. Perché alla sua formazione professionale, negli anni, si è aggiunta l’esperienza sul territorio e quella nell’ambito delle politiche sociali, anche attraverso il ruolo di Garante per le Politiche delle Persone con Disabilità della V Municipalità del Comune di Napoli.

Daniela conosce bene quanto possa essere difficile per una famiglia accettare una diagnosi di disabilità: «Più tardi si prende consapevolezza del problema, più tardi si interviene in termini di margini di recupero, di adattamento e riabilitazione, laddove possibile. Perché una diagnosi non riguarda mai soltanto la persona che la riceve», sottolinea, «ma tutta la famiglia che viene coinvolta nell’affrontare la condizione e nel percorso che ne consegue».
E poi c’è la scuola ed è interessante che Daniela, proprio grazie alla possibilità di averne visitate molte durante la sua esperienza come Garante, restituisca un’immagine che non è soltanto negativa. Dice infatti di avere incontrato ottimi insegnanti di sostegno, docenti capaci di «dare l’anima per i loro ragazzi» e, nella maggior parte delle scuole visitate, ha trovato una reale volontà di inclusione, aggregazione e inserimento nella classe.

Il problema più grande per lei arriva dopo: «Il vero problema è quando termina la scuola superiore. È allora che quello che fino a quel momento era stato un percorso rischia improvvisamente di interrompersi. Le strutture di aggregazione, le opportunità di avviamento al lavoro e, più in generale, le possibilità offerte alle persone con disabilità diventate adulte sono ancora troppo poche».
Daniela non parla di casi isolati. Nella sua esperienza, tutti i ragazzi che ha conosciuto una volta usciti dalla scuola secondaria hanno incontrato difficoltà nell’essere inseriti non solo nel mondo del lavoro ma anche all’interno di centri diurni. Ricorda, in particolare, la storia di un ragazzo proveniente da una famiglia economicamente molto agiata, che riuscì a trovare per lui un centro che offriva anche attività in piscina. Una soluzione, dunque, era stata trovata, ma pagando cifre molto elevate che quella famiglia aveva la possibilità di sostenere.
L’episodio porta inevitabilmente con sé una domanda: che cosa accade alle famiglie che quelle possibilità economiche non le hanno? Perché l’ingresso nell’età adulta di una persona con disabilità non può trasformarsi in un problema che ciascuna famiglia riesce a risolvere oppure no a seconda delle proprie disponibilità economiche. Se dopo la scuola vengono meno luoghi, opportunità di inserimento lavorativo e servizi adeguati, quello che dovrebbe essere un diritto rischia di diventare una possibilità riservata soltanto a chi può permettersela. E sullo sfondo rimane ciò che Daniela definisce senza esitazione una vera e autentica spina nel fianco dei genitori: il dopo di noi.

Quando Daniela venne nominata Garante per le Politiche delle Persone con Disabilità della V Municipalità del Comune di Napoli partì con grande entusiasmo. Girò scuole, associazioni, centri di aggregazione, impianti sportivi. Incontrò famiglie, cittadini, insegnanti e operatori. Trovò tanta buona volontà, ma pochissimi mezzi. Fu un lavoro arduo, anche perché la Consulta per la disabilità era un organo consultivo e non esecutivo: «Tra le belle idee e iniziative e realizzarle concretamente ce ne passa», ma aggiunge: «Eppure qualcosa si riuscì a realizzare».
Eppure qualcosa si riuscì a realizzare. Qualcosa. Quel “qualcosa” un po’ dimesso dà l’idea della scarsità delle risorse con cui si lavora e delle difficoltà che s’incontrano volendo usare non solo le strutture pubbliche ma anche quelle private presenti sul territorio per fare sì che, attraverso l’inclusione, le persone con una disabilità possano svolgere attività riabilitative anche dal punto di vista sociale e, ancor più semplicemente, vivere la propria vita nei luoghi della socialità come qualsiasi altro cittadino, mentre di fatto si continua a fare loro muro attraverso scelte che, evidentemente, nontengono volutamente conto di tutti o riflettono un’inconsapevolezza in tal senso.

Tra i risultati di cui Daniela è particolarmente orgogliosa ce n’è uno legato allo Stadio Collana, nel quartiere Vomero, una struttura sportiva vicina alla V Municipalità. Daniela racconta di una struttura nuova, dotata di palestra e piscina e proprio per questo la considerava particolarmente adatta alla costruzione di progetti che potessero coinvolgere anche le persone con disabilità.
Nel 2020-2021 vi si svolgeva già un campo estivo destinato a bambini e ragazzi fino ai dodici anni. Dopo una serie di sopralluoghi e valutazioni, si riuscì a fare in modo che quell’esperienza fosse aperta anche alle persone con disabilità. Fu un risultato importante, ma non completo. La carenza di fondi e la difficoltà di reperire personale adeguatamente formato non permisero infatti di estendere ai partecipanti con disabilità il servizio di refettorio già previsto per gli altri ragazzi. Una differenza che dispiacque molto a Daniela, proprio perché rendeva parziale quell’inclusione per la quale si era lavorato. Non si riuscì neppure a organizzare un servizio di trasporto.
Quell’esperienza racconta forse meglio di molte altre che cosa Daniela intenda quando parla della distanza che può esserci tra una buona idea e la sua piena realizzazione. Il campo estivo rappresentò un passo avanti concreto, qualcosa che prima non esisteva e che si era riusciti a costruire, ma mostrò contemporaneamente quanto ancora mancasse perché una persona con disabilità potesse usufruire di quella stessa opportunità alle medesime condizioni degli altri.

Quando Daniela lasciò il suo incarico di Garante, lo fece quindi con la soddisfazione per ciò che era stato possibile realizzare, ma anche con la consapevolezza che restava ancora moltissimo lavoro da fare. E non erano stati soltanto i limiti delle istituzioni a colpirla.
Durante il suo mandato riceveva continuamente email e segnalazioni da parte dei cittadini. Molte riguardavano episodi apparentemente piccoli: automobili parcheggiate negli spazi dedicati alle persone con disabilità o davanti agli scivoli dei marciapiedi, persone in carrozzina impossibilitate a scendere dalla propria automobile o ad accedere a un marciapiede. Talvolta erano costrette persino a rinunciare e a tornare a casa.
Poi, un giorno, una signora le inviò la fotografia di un’automobile parcheggiata proprio davanti a uno scivolo, rendendolo inutilizzabile, non soltanto per una persona in carrozzina ma anche per chiunque avesse avuto bisogno di passarvi con un passeggino. Il proprietario dell’automobile tornò dopo essersi allontanato per una piccola commissione e alle rimostranze della signora fece spallucce e rispose: «Ma tanto tu che fretta hai?».
Dal racconto di Daniela emerge come dietro una frase banalissima possa celarsi il massimo della strafottenza. Dentro quelle poche parole c’è forse una delle barriere più difficili da abbattere, quella culturale, secondo cui il tempo di una persona con disabilità vale meno di quello degli altri, forse perché considerata socialmente meno utile. Come se chi può camminare sulle proprie gambe avesse il diritto di non perdere neppure un minuto, mentre chi si muove in carrozzina dovesse aspettare e farsene una ragione. E le leggi dello Stato, forse considerate utopiche o, peggio, troppo faticose da rispettare, vadano pure a farsi benedire. Che tanto non succede mai nulla di decisivo.

È anche pensando a episodi come questo che Daniela afferma: «Non si può dare sempre la colpa allo Stato. Da questo punto di vista, lo Stato siamo ognuno di noi e dobbiamo costruirlo con l’esempio. Le istituzioni possono aumentare i controlli, mettere in strada più vigili, predisporre stalli e scivoli, eliminare barriere architettoniche, ma nessuna istituzione potrà mettere un vigile accanto a ogni marciapiede».
Attribuire ogni responsabilità allo Stato sarebbe quindi un’iperbole, perché sul piano dei comportamenti, ciascuno ha la propria parte di responsabilità e concorre alla qualità del vivere civile. Non si può deresponsabilizzare completamente il cittadino.Il vivere civile non riguarda soltanto l’esistenza formale di diritti e doveri ma la capacità di rispettarli, anche quando non c’è qualcuno a controllarci.Prima ancora delle norme e delle sanzioni dovrebbe esserci qualcosa di più elementare: l’educazione al rispetto, perché dal rispetto delle regole dipende la sicurezza di TUTTI.
Molti dei nostri territori soffrono la carenza di infrastrutture, parcheggi e trasporti pubblici adeguati, soprattutto nei grandi centri, e questa è sicuramente una responsabilità delle istituzioni, ma non può diventare una giustificazione percomportamenti personali incivili,come impedire aicittadinipiù fragili la mobilità e l’accessibilità.
Per Daniela il territorio può rappresentare una straordinaria forma di inclusione e, per molti versi, già lo è. Una scuola, un’associazione, un impianto sportivo, un quartiere possono diventare luoghi nei quali una persona con disabilità non sia semplicemente accolta ma riconosciuta come parte della collettività. Perché questo accada, però, deve cambiare una mentalità. Ed è forse questa una delle consapevolezze più profonde che Daniela porta con sé dalla sua esperienza professionale e dagli anni trascorsi come Garante: le barriere più difficili da abbatteresono ilpregiudizioel’indifferenza perl’altrui fragilità.

E poi rimane quel grande vuoto che Daniela continua a indicare: il dopo, l’età adulta, ciò che accade quando la scuola finisce e una famiglia si domanda che cosa sarà della vita del proprio figlio.
Ai genitori di persone non autosufficienti Daniela consiglia di perseverare, di farsi sentire, di alzare la voce quando è necessario, di cercare il confronto con altre famiglie e di continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia e a non scoraggiarsi: «Gli assessorati alle politiche sociali, comunali e regionali, possono fare molto. Le istituzioni hanno responsabilità alle quali non possono sottrarsi, ma esiste anche una responsabilità che appartiene a ciascuno di noi. Perché lo Stato non comincia soltanto dentro un palazzo istituzionale: comincia anche davanti a uno scivolo lasciato libero.»
Marina Morelli

*Daniela Speranza è laureata in Psicologia clinica presso l’Università La Sapienza di Roma, è Cultore della materia presso l’Università Parthenope di Napoli ed è componente della Consulta della Legalità della V Municipalità del Comune di Napoli.
 

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