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Alice Douard e il Festival Immaginaria: ‘Rimettere l’amore al centro del racconto’

Alice Douard e il Festival Immaginaria: ‘Rimettere l’amore al centro del racconto’

Fra i titoli in programma, ‘Des preuves d’amour’, il film d’esordio della regista francese, nato da un’esperienza personale, trasformata in racconto universale. Intervista a Alice Douard

Mercoledi, 06/05/2026 - Con la realizzazione del film ‘Des Preuves d’Amour’ (Love Letters), presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2025 e vincitore del Premio della Giuria Giovane per la Miglior Opera Prima alla rassegna di cinema francese Rendez-Vous 2026, la regista francese Alice Douard firma un’opera prima intensa e necessaria, distribuita in Italia da Wanted.

Il lungometraggio sarà in programma nei prossimi giorni al Festival ‘Immaginaria - International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women’, che si svolgerà a Roma dall’8 al 10 maggio presso il Cinema Nuovo Sacher.

Douard si impone all’attenzione di pubblico e critica già con le sue prime opere - Extrasystole (2013), Les Filles (2015), Plein Ouest (2019) e L’attente (2022), che le vale il César per il miglior cortometraggio di finzione nel 2024 - selezionate ai festival internazionali, che definiscono uno stile cinematografico interessato ai legami al femminile e alle dinamiche relazionali, mentre l’uscita del suo primo film segna la sua consacrazione nel panorama del cinema francese. Oggi la regista si alterna nel ruolo di autrice, regista e produttrice, avendo fondato la casa di produzione ‘Les Films de June’.

‘Des preuves d'amour’ è una commedia drammatica - interpretata dalle bravissime Ella Rumpf, Monia Chokri e Noémie Lvovsky - che affronta con lucidità e delicatezza il percorso di una coppia di donne verso la maternità, fra desideri, trepidanti attese e ostacoli giuridici, ed esplora le sfumature della genitorialità contemporanea, le specificità di genere e la ricerca dell'identità nella coppia. Céline e Nadia infatti aspettano una figlia, ma per Céline, madre non biologica, il riconoscimento legale è una battaglia contro stigma e ambiguità giuridiche.

Noi Donne ha intervistato la regista Alice Douard per approfondire la genesi del film e le sue riflessioni sul presente, fra società, cinema e diritti LGBTQIA+.


INTERVISTA ALLA REGISTA ALICE DOUARD

Il suo film ‘Des Preuves d'Amour’ presentato l’anno scorso alla Semaine de la Critique di Cannes è stato molto apprezzato, sia per l’attualità del tema sia per il modo in cui è stato trattato. Come è nato questo film? Si è ispirata a una storia in particolare, a più storie diverse, oppure si tratta di un racconto interamente frutto di fantasia?

Mi sono ispirata alla mia storia personale, partendo dall’idea: “sono una donna, aspetto un bambino, ma non sono incinta”. Volevo creare questo personaggio cinematografico che, come spettatrice, mi era mancato. Ho poi incontrato coppie di donne che avevano vissuto questo percorso, affinché il racconto non fosse solo autobiografico ma riguardasse tutte queste famiglie. E poi ho aperto il racconto a una dimensione universale e romanzesca, attraverso il personaggio della madre pianista, per proporre un film che riguardasse tutte le donne, e persino gli uomini.

Nei principali Festival, come a Cannes - da sempre all’avanguardia nell’accogliere sullo schermo le evoluzioni sociali - vengono selezionati sempre più spesso film su temi emergenti, ad esempio legati al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Secondo lei è uno specchio dei tempi, e indica che la società – nonostante alcune ipocrisie – accetta e normalizza tali cambiamenti anche sul piano giuridico oppure si tratta solo di casi isolati, film selezionati perché belli e ben realizzati?
Credo che i film siano i testimoni delle epoche che attraversano. A volte con un po’ di ritardo, tra l’altro. La questione dei diritti LGBT ha conosciuto in Europa importanti evoluzioni negli ultimi due decenni, e i film vengono a raccontarle. Ma si realizzano ancora in economie fragili e restano piuttosto marginali nel panorama generale.

Le due protagoniste del film affrontano la maternità imminente con approcci e caratteri molto diversi, anche perché una delle due porta in grembo il nascituro e sarà riconosciuta come madre da subito, mentre l’altra dovrà conquistare questo diritto tramite complesse procedure burocratiche. Potrebbe descriverci questi due personaggi femminili, le loro emozioni, pensieri ed attese per il futuro? E come ha lavorato con le sue talentuose attrici, Ella Rumpf e Monia Chokri?
Ho voluto creare una coppia cinematografica con Ella e Monia. Volevo che questo duo funzionasse, ma che i personaggi esistessero anche in modo indipendente. Avevo in mente il binomio Thelma e Louise.
Ella è un’attrice molto interiore, sulla quale si può proiettare molto. Il suo personaggio non è incinta, quindi è costantemente spettatrice, in riflessione. Monia, che interpreta Nadia, è un’attrice di grande fisicità e porta una forte modernità al personaggio, proponendo un’immagine della donna incinta lontana dai cliché. Tra loro si è creata molto rapidamente fiducia e desiderio. Quando abbiamo letto insieme la sceneggiatura, le ho viste una accanto all’altra e ho capito che questa coppia sarebbe stata meravigliosa.

Poiché in Francia, fino a poco tempo fa, il matrimonio tra due persone dello stesso sesso era riconosciuto, ma i figli erano legittimi solo per colei che partoriva (mentre la compagna doveva adottarli), ci si immedesima nel profondo desiderio di Céline di conquistare un posto ‘sicuro’ come genitore, di essere riconosciuta e legittimata da subito come madre, come una delle due figure di riferimento per il bambino accanto alla moglie Nadia che, in quanto madre biologica, possedeva già tutti i diritti genitoriali. L’aspetto psicologico è davvero molto ben evidenzato, parallelamente alle questioni giuridico-amministrative…Secondo lei, cosa rende così difficile il cambiamento giuridico e culturale?
Il film si svolge nel 2014, subito dopo l’adozione della legge sul matrimonio per tutti in Francia – che all’epoca aveva diviso profondamente il Paese. Céline e Nadia sono delle pioniere. Hanno la possibilità di costruire una famiglia in un quadro legale, ma scoprono il lungo percorso che le attende. Oggi la legge è cambiata in Francia (dal 2021), e l’altra madre può effettuare un riconoscimento anticipato del bambino.
Volevo fare un film storico, in un certo senso, perché i diritti delle donne e degli omosessuali sono molto fragili, per raccontare la mia storia e testimoniare ciò che è stato. Soprattutto, ho voluto rimettere l’amore al centro del racconto, perché l’amore è raramente preso in considerazione da chi ci giudica.

Altra figura femminile interessante nel film è la madre di Céline, una grande pianista che è stata molto assente durante l’infanzia della figlia e che torna a farle visita, ammettendo il suo irriducibile egoismo. Ma si percepisce che non c’è alcun giudizio nei suoi confronti, solo – per contrasto – si evidenzia il desiderio della figlia di essere presente nella vita del bambino che sta per nascere…
Questo personaggio propone una riflessione più ampia sulla maternità. Che madre si vuole essere? Che madre si riesce a essere? Quali sacrifici si fanno per i figli? Ora che Céline sta per diventare madre, guarda alla madre pianista con occhi un po’ diversi. Marguerite è stata assente, ma le ha anche mostrato che si può essere libere e le ha trasmesso l’amore per la musica. Céline e lei fanno lo stesso mestiere. La domanda è: Céline farà meglio o peggio? Quando si è genitori, si fa soprattutto ciò che si può.

Quali sono i suoi progetti attuali e futuri? Su cosa sta lavorando in questo momento?
Sto lavorando all’adattamento di un romanzo che parla del legame padre/figlio. E anche a una sceneggiatura originale, più intima, ambientata negli anni ’80.

Una domanda di rito per la nostra rivista: secondo lei, quali sono – se ci sono – le lotte più importanti da portare avanti oggi in quanto donne e madri, qualunque sia il proprio orientamento sessuale e in qualsiasi ambito? E cosa consiglierebbe alle giovani donne che desiderano intraprendere una carriera nel cinema?
Bisogna continuare a parlare, continuare a farsi sentire. Non c’è nulla di più bello che essere madre, ma non c’è nemmeno nulla di più difficile. Dobbiamo armare i nostri figli e le nostre figlie ed educarli a guardare verso gli altri. Io credo in loro.
E per coloro che desiderano intraprendere una carriera nel cinema: fatelo! E raccontate le vostre storie, a modo vostro! Esistono e restano solo le opere sincere.

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Per accedere al Festival Immaginaria: è richiesta la Tessera 2026 dell’Associazione Culturale Visibilia APS, che dà diritto ad assistere alle proiezioni e agli eventi in programma al Cinema Nuovo Sacher di Roma.

Su www.immaginariaff.it la nuova piattaforma di Tesseramento 2026

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