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ANNA POLITKOVSKAJA, venti anni dopo

ANNA POLITKOVSKAJA, venti anni dopo

«A volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano.»

Martedi, 06/10/2026

Il 7 ottobre 2006 la forte e scomoda voce della giornalista Anna Politkovskaja veniva messa a tacere. «A volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano»; lo disse Anna stessa, un anno prima di morire.
Anna Politkovskaja era una vera giornalista, una che raccontava ciò che vedeva, una che nei suoi articoli sulla Novaja Gazeta – anzi, nelle sue “note”, così lei chiamava i suoi testi - denunciava le storture della Russia di Putin affinché altri e altre potessero imparare a vederle, metteva a rischio sé stessa pur di dare la notizia, pur di raccontare la verità, quella verità che il potere di chi governava – e governa – il suo Stato si ostinava – e si ostina – a nascondere. «Mia madre è sempre stata una persona scomoda», ha scritto sua figlia Vera nel 2023, «nei suoi articoli mia madre parlava raramente di cose piacevoli e quasi sempre era messaggera di cattive notizie. Scriveva la verità, nuda e cruda. Parlava di dolore, sangue, morte, corpi smembrati e destini infranti».
«Tic-tic-tic-tic. Spazio, a capo e di nuovo tic-tic-tic-tic. All’infinito». Questa era la colonna sonora della vita nella casa di Anna Politkovskaja: il meraviglioso suono dei tasti per scrivere. Anna ha raccontato le falsità costruite da chi esercitava il potere per conservarlo e accrescerlo, la propaganda usata per sostenere quelle falsità, perché il regime di Putin «si incentra sul potere personale»; ha raccontato di come il sistema giudiziario russo sia asservito «alle esigenze della politica, al quale si oppongono solo singoli eroi». Anna ha raccontato le ambiguità del “capitalismo russo” destinato ad accumulare ricchezza e potere nelle mani di pochi, condannando all’indigenza e alla subordinazione tutti gli altri: «questa è l’epoca degli oligarchi». Anna ha raccontato la capillare corruzione dell’amministrazione, dove «l’illegalità è più forte della legge». Anna spiegava la nuova ideologia dello Stato, letale per gli esseri umani, illustrata più volte da Putin: «Non aspettatevi che le perdite ci frenino. Non lo faranno. Nemmeno se dovessero essere altissime». Non è certo il primo uomo a decidere di dimostrare la propria forza distruggendo e conquistando le ceneri del mondo – tanti suoi predecessori sono finiti nei libri di storia e ricordati come grandi uomini, quando invece dovrebbero essere ricordati come rifiuti dell’umanità -, eppure dopo millenni di storia la storia continua a ripetersi. Davvero non impariamo mai? O non vogliamo imparare?
Anna ha raccontato la disumanità della guerra in Cecenia, la violazione dei più elementari diritti umani, l’indifferenza del resto del mondo di fronte a quella disumanità. Ha raccontato il massacro avvenuto nel teatro Dubrovka, dove la vita degli ostaggi è stata sacrificata dal presidente russo sull’altare della lotta contro le «forze del terrorismo internazionale» (2002). Ha raccontato il massacro avvenuto nella scuola di Beslan, diventata anch’essa un cimitero in cui la vita degli ostaggi non aveva alcun valore per lo Stato di cui erano cittadini (2004). «È l’inferno? Certamente» scrisse Anna.
Anna ha raccontato soprattutto le storie delle persone comuni che loro malgrado sono state condannate a quell’inferno: madri, padri, figli, figlie, accomunati/e dal dolore dell’ingiustizia senza riparazione, della disperata rassegnazione: loro non entreranno mai nelle pagine dei libri di storia, ma rimarranno nelle pagine scritte da Anna Politkovskaja. «Mia madre non amava l’adrenalina di certi giornalisti maschi che giocano alla guerra. Lei partiva per testimoniare, per ascoltare le vittime, per dare parola al dolore», spiega Vera. Anna ha raccontato, per esempio, la vita e la morte dei soldati russi, considerati dallo Stato «non uomini, ma ingranaggi costretti a realizzare incondizionatamente gli azzardi politici di chi ha preso il potere»; ha raccontato l’indicibile dolore delle madri di quei soldati, abbandonate senza neanche sapere la data della morte del loro figlio e senza vedersene restituito il corpo. Anna ha raccontato – e voglio ricordarla – la triste storia di El’za Visaevna Kungaeva, giovane ragazza cecena stuprata e uccisa dal colonnello Budanov nel 2000, il cui processo è stato l’ennesima farsa di un sistema che non conosce giustizia, in un Paese disinteressato alla giustizia: «Viviamo in un Paese tremendo. Le gesta del colonnello Budanov sono la norma per la maggioranza schiacciante dei russi. È un’aberrazione che si riscontra in un Paese in cui l’impunità è divenuta legge».
Nel 2004 pubblicò in inglese “La Russia di Putin” per raccontare ciò che vedeva accadere nel suo Paese all’Occidente che tanto ammirava il nuovo zar. «Ho riflettuto a lungo sul perché ce l’ho tanto con Putin. Che cosa me lo fa detestare al punto da dedicargli un libro? Non sono un suo oppositore politico, sono solo una cittadina russa. Una moscovita quarantacinquenne che ha potuto osservare l’Unione Sovietica all’apice della sua putrefazione comunista, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, e non vuole ricascarci». Sono trascorsi vent’anni dall’uccisione dell’autrice di quelle pagine e la Russia di Putin è peggio di come lei l’ha lasciata, il mondo è peggio di come lei l’ha lasciato. E quel che è peggio è che all’orizzonte non si vede la fine di questo peggio. In quelle pagine Anna ha raccontato l’indifferenza dei più in Russia, incapaci o disinteressati a capire ciò che accadeva; e ha raccontato l’indifferenza dell’Europa, che ha permesso a Putin di diventare quello che è diventato. Concluse il libro con queste parole «Non possiamo tollerare altri decenni di glaciazione politica. Vorrei davvero essermeli lasciati alle spalle. Vorrei davvero che i nostri figli potessero essere liberi. E che i nostri nipoti ci nascessero liberi. Per questo invoco il disgelo. Gli unici a poter cambiare il clima, però, siamo noi. E nessun altro».
Nel 2006, quando è stata uccisa sua madre, Vera Politkovskaja aveva ventisei anni ed era incinta della sua bimba che qualche mese dopo avrebbe chiamato Anna. Al funerale di sua madre non c’era nessuna autorità pubblica, né russa né europea. I mandanti dell’omicidio di sua madre non sono mai stati indagati, e questo per la sua famiglia significa mancata giustizia. Oggi Vera scrive che «in Russia tutti si sono dimenticati in fretta di Anna Politkovskaja, soprattutto la gente che conta, perché mantenere la memoria di persone come mia madre è pericoloso. È molto più comodo perderne le tracce e dimenticare la verità». Indubbiamente è molto più comodo, perché ricordare persone come Anna ci obbliga a metterci in discussione, a chiederci cosa possiamo fare noi, ciascuna di noi, per cambiare le cose. Ma le pagine di NoiDonne non hanno mai scelto la comodità, sono nate per resistere alla brutalità della guerra e per conquistare nuovi diritti, sono nate per cambiare il mondo e nel corso di questi ottant’anni ne hanno raccontato il cambiamento; perciò oggi è doveroso che tra le NoiDonne di queste pagine ci sia anche Anna Politkovskaja, una donna coraggiosa e una vera giornalista.


*Fonti:
Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo, Fandango, 2003
Anna Politkovskaja, La Russia di Putin, Adelphi, 2005
Anna Politkovskaja, Proibito parlare, Mondadori, 2007
Anna Politkovskaja, Un piccolo angolo d'inferno, Rizzoli, 2008
Vera Politkovskaja, Una madre, Rizzoli, 2023

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