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Antropologie s confronto: la femminilità nei miti sardi e calabresi.

Antropologie s confronto: la femminilità nei miti sardi e calabresi.

Esistono, nell' antropologia e nella religiosità, tratti comuni fra la Sardegna e la Calabria nel culto della femminilità e dell' antica Dea Madre.

Giovedi, 01/10/2026

La femminilità e la maternità rappresentano, nell'antropologia sarda, tematiche di primaria importanza, come attestano numerose pagine di Grazia Deledda che, almeno nel Novecento, è stata la maggiore scrittrice sarda (1). Antropologicamente, la figura della Dea Madre, in Sardegna, appartiene a un sostrato culturale che ne ha influenzato non solo la letteratura deleddiana, ma anche l'organizzazione sociale isolana, che potremmo definire "matriarcale". Particolarmente nelle leggende sarde rivestono grande importanza le Janas: fate ritenute protettrici della maternità, ma anche portatrici di equilibrio, con il loro controllo delle nascite e delle morti. Qualcosa di simile accade nelle mitologie greca e romana, nelle quali il culto di Demetra e Persefone, divinità legate all'agricoltura e alla fertilità, è stato in parte assorbito in alcuni riti cristiani, come dimostrano, almeno in Calabria, i germogli dei seminati che, il Giovedì Santo, adornano gli altari della reposizione. Secondo la tradizione sarda più classica, le Janas sono creature di statura minuscola (quasi delle fate o degli elfi), dai tratti delicati, dotate di ali o di una bellezza straordinaria. In alcune zone della Sardegna, tuttavia, vengono descritte come donne di statura normale, eleganti, spesso vestite di rosso con abiti preziosi e fazzoletti decorati. Le Jenas non sono creature totalmente buone o docili; possiedono un carattere lunatico, permaloso e imprevedibile. Possono essere generose e protettive con i puri di cuore, ma spietate, vendicative o malefiche (le cosiddette Mala Janas) con chi le offende o cerca di ingannarle. Avendo una pelle estremamente sottile e delicata, le Janas rifuggono la luce del sole. Escono allo scoperto quasi esclusivamente di notte o al chiarore della luna per danzare nei boschi, fare il bagno nelle fonti o tessere. Per quanto riguarda la Calabria, il culto per la Dea Madre è attestato nell'età magnogreca con l'intenso rapporto fra la popolazione prevalentemente agricola e i miti di Demetra e Persefone. Nell'antichità, la terra calabrese — fertile, vocata all'agricoltura e segnata dal ritmo arcaico delle stagioni — riconosceva nella dea delle messi e nel mistero della terra una delle divinità più venerate. Le poleis magnogreche della costa ionica e tirrenica dedicarono a Demetra e Persefone imponenti santuari, legati non solo alla fecondità della terra, ma anche al mondo sotterraneo, ai cicli vitali e alla rigenerazione. Il santuario di Persefone in località Mannella a Locri è uno dei luoghi di culto più importanti del Mediterraneo antico dedicati alla dea. Da questo sito provengono migliaia di pinakes (tavolette fittili votive in terracotta lavorate a bassorilievo) che raffigurano scene del mito: il rapimento di Persefone, il trono di Ade e Persefone, e offerte rituali di melograni e galli. Oggi una parte fondamentale di questo patrimonio è custodita al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Tornando alla Sardegna, osserva l'antropologa Alessandra Cattani che il culto della Dea Madre, oltre a essere alla base della società matriarcale sarda, rappresenta un filo conduttore tra la Sardegna neolitica, il Nord Europa, Malta, l'Anatolia e l'intera penisola balcanica. Dal terzo millennio avanti Cristo, spiega la studiosa, "la rappresentazione della divinità diventa antropomorfica: essa appare come uno spirito femminile racchiuso fra cielo e terra, spesso circondato da creature nate dal suo ventre, donne e figli anch'essi eredi, come quelli russi, di un remoto matriarcato". Dal Neolitico in poi, il culto della Dea Madre, nell'isola nuragica, è diventato veramente intenso e, nei testi di Grazia Deledda, viene raccontato con una grande forza emotiva. Il culto della Dea Madre in Sardegna è testimoniato da circa un centinaio di ritrovamenti di piccole statuette di carattere funerario. La più antica è la Venere di Macomer, risalente al Neolitico antico e datata a circa 10.000 anni prima di Cristo. Queste raffigurazioni presentano abbondanti seni, larghi fianchi e lineamenti del volto appena abbozzati. In Sardegna, questa divinità, ancora per la Cattani, "è nata da se stessa, generatrice per partenogenesi, non necessita di presenza maschile ed è collegata alla vita, alla morte, alla rinascita e a ogni fenomeno naturale. La Dea Madre garantisce il rinnovamento della vita, protegge la fertilità di donne e piante, rinnova le fonti d’acqua, nutre la terra. Con l’arrivo sull’isola di popolazioni indoeuropee e con l’imporsi di un’economia più dinamica dettata da esigenze di sopravvivenza, a partire dall’età dei metalli la forza virile finisce per assumere un peso determinante per la difesa della comunità". A Galtellì, borgo sardo in cui è stato realizzato un Parco Letterario dedicato a Grazia Deledda e al romanzo deleddiano Canne Al Vento,, sono collegate al culto dei morti le cosiddette Domus de Janas, localizzate nei pressi del Parco Malicas, dove le sepolture furono scavate nella roccia. Secondo la tradizione, questi anfratti non erano soltanto luoghi di sepoltura, ma erano abitati dalle Janas, creature femminili che tessevano, cantavano, ballavano e possedevano anche il dono della profezia. Quando la giornata dell'uomo lavoratore era terminata, cominciava la vita fantastica di folletti, fate e spiriti erranti e le Janas, che durante il giorno rimanevano nelle loro dimore scavate nella roccia a tessere stoffe su telai d'oro, iniziavano le proprie danze all'ombra delle grandi macchie di fillirea. Secondo alcuni racconti della tradizione nuragica, queste entità, che richiamano la figura di Diana, dea della Luna, durante la notte utilizzavano una luce intensa per svegliare i dormienti e offrire loro i propri doni; inoltre, avvicinandosi alle culle dei neonati, ne profetizzavano il destino. Alle Janas sarebbe inoltre collegata l'intricata arte della tessitura che, ancora oggi in Sardegna, impiega nelle tinture diversi materiali vegetali per colorare tessuti di lino, cotone e canapa, spesso arricchiti da motivi decorativi che richiamano la flora e la fauna locali.
Francesco Rizza

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