“Io non sono una donna a sua disposizione”: quando l’abuso di potere si interseca con la violenza di
Era il 2009 quando Rosy Bindi a "Porta a Porta" rispose a Silvio Berlusconi con questa frase in seguito divenuta iconica, simbolo di non confinamento nel perimetro patriarcale dell’epoca. Ciò che è cambiato da quella diretta televisiva del 2009 è il
Era il 2009 quando Rosy Bindi a "Porta a Porta" rispose a Silvio Berlusconi con questa frase in seguito divenuta iconica, simbolo di non confinamento nel perimetro patriarcale dell’epoca: “Io non sono una donna a sua disposizione”. L’allora Premier aveva offeso la Vicepresidente della Camera verbalmente e lei si era difesa ricordando di essere "una donna non addomesticabile", per usare, invece, le parole di Alda Merini che esprimono lo stesso concetto con efficacia. Quella di Berlusconi all’epoca fu una violenza di genere verbale in diretta nazionale e quella di Bindi una fonte d’ispirazione per le generazioni successive. Sara Ahmed avrebbe incorniciato la risposta di Bindi nel suo libro "Il manuale della femminista guastafeste" se si fosse basato solo sul contesto italiano. Gli abusi di potere degli uomini in ruoli apicali, più o meno importanti, non sono finiti, al contrario si sono rafforzati e anche normalizzati. Basti citare gli Epstein Files o le accuse di stupro a carico di un Presidente d’oltreoceano che, tuttavia, siede ancora sul trono; oppure quei capi - in tutti i settori lavorativi- che hanno aiutato le loro amanti, amiche e compagnia cantante ad arrivare in alto (ma mai più alte di loro!) a discapito di altre donne preparate, meritevoli, scardinatrici. Analizzando anche contesti meno globali, sono all’ordine del giorno episodi misogini e sessisti nelle amministrazioni locali, di cui non sempre si ha notizia a livello nazionale a parte qualche caso eclatante. L'autorevolezza di un ruolo non può mai tradursi in aggressività, intimidazione o violenza, eppure succede ancora. Quello che è cambiato da quella diretta televisiva del 2009 è il numero di donne consapevoli delle dinamiche di genere nel contesto del potere. Ed è esattamente questa consapevolezza che scardina il sistema. Se Rosy Bindi era l’eccezione, ora noi siamo marea, come ci ricorda uno slogan femminista recente; marea che scende in piazza, marea che parla, marea che chiede dimissioni, marea unita.
Si definisce abuso di potere quando un soggetto devia l'uso di quest’ultimo per fini diversi rispetto a quelli previsti dalla sua carica. Si tratta, quindi, di qualcuno che usa il suo titolo per intimidire qualcun altro, commettendo violenza. Cosa succede se l’abuso di potere si interseca con il genere? La violenza di genere è un atto basato sul genere di una persona; anche un’aggressione verbale può rientrare in questa categoria, come nello scambio del 2009. L'esercizio di una posizione di responsabilità, indipendentemente dal livello dell'incarico, dovrebbe fondarsi sulla capacità di costruire comunità, offrire un esempio positivo e guidare con empatia, rispetto e inclusione, ci insegna Jacinda Ardern ex Prima Ministra neozelandese. Al contrario, il ricorso ad affermazioni misogine e da un atteggiamento aggressivo nei confronti dell'interlocutrice, rappresenta un esempio emblematico di esercizio tossico del potere e di una cultura radicata nella mascolinità tossica.
Certo che Berlusconi, in diretta nazionale, non usò quelle “quattro” parole che invece vengono ancora pronunciate senza telecamere contro donne che non vogliono sottostare a logiche squisitamente patriarcali; mi riferisco a quel “pazza” che è affibbiato alle studiose in luoghi di cultura qualora non "obbediscano", e tutte quelle a sfondo sessuale in altri luoghi meno solenni. Ebbene sì, si pensa ancora che il dare della “zoccola” (nelle sue numerose e stravaganti varianti) a una donna sia la più grande offesa possibile, soprattutto in un luogo pubblico. Si tratta, invece, di parole ad hoc per riportare nel perimetro delineato dalle regole patriarcali. Parole offensive se viste dal punto di vista "patri-etero-convenzionale", ma del tutto insignificanti se analizzate da un’ottica di genere con gli strumenti di smantellamento di una cultura machista.
Se diamo un’occhiata alla piramide che spiega la diffusione della violenza di genere nella società ci accorgeremo che sulla punta si trova il femminicidio, mentre in basso quello che contribuisce a costruire la cultura dello stupro; un linguaggio sessista e a paternalista è alla base di tale cultura. Alla base dei numerosi femminicidi che ogni anno si registrano vi è, quindi, una radicata cultura della mancanza di rispetto nei confronti delle donne in quanto donne. Gli episodi di violenza verbale rappresentano manifestazioni dello stesso sistema culturale e non possono essere considerati fatti isolati, bensì strutturali. Dicotomicamente o forse ipocritamente il 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne e di genere, si organizzano eventi di riflessione per essere parte del cambiamento, non essendolo però poi nella quotidianità dei rimanenti 364 giorni.
Ringraziamo Rosy e tutte le altre che si oppongono alla violenza e alla cultura dello stupro con i mezzi a loro disposizione. Invitiamo, invece, a praticare autocoscienza chi ha imprecato contro la marea. È tempo di cambiamento.
Francesca Calamita è professoressa associata presso l'Università della Virginia. Si occupa di studi sulle donne e di genere nel contesto italiano ed europeo, con uno sguardo più ampio rivolto al contesto globale. Autrice di "Visibili e influenti" (2023) e "Linguaggi dell'esperienza femminile" (2015), i suoi contributi sulle politiche di genere che si applicano ai corpi delle donne in Occidente e in Medio Oriente sono stati pubblicati di recente sulla rivista accademica "Women's Studies International Forum". Ora in libreria con "Ti trovo cambiata" (Enciclopedia delle donne). @frances.kalam