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“La banda muta”: dalla Sicilia anni ’30 ai funerali social

“La banda muta”: dalla Sicilia anni ’30 ai funerali social

Il film della regista Alessia Bottone, ispirato al racconto di Gaetano Savatteri, girato a Roma e ambientato in Sicilia, racconta il valore perduto del silenzio. Intervista alla regista.

Mercoledi, 08/07/2026

Un rito che appare lontanissimo dalla realtà odierna, quello della banda tradizionalmente chiamata ad accompagnare i funerali senza suonare in segno di rispetto del dolore, è al centro del pregevole lavoro “La banda muta”, un cortometraggio scritto e diretto da Alessia Bottone, vincitrice del bando Nuovo IMAIE 2025 per la sceneggiatura e la proposta di regia e liberamente ispirato all’omonimo racconto dello scrittore siciliano Gaetano Savatteri.

La regista utilizza il corto che è stato girato a Roma, ma ambientato in Sicilia (riportando alla luce una tradizione poco conosciuta un tempo in uso nell’Isola) per mettere a confronto due epoche: il silenzio di ieri e il rumore dei funerali contemporanei, segnati da dinamiche sociali discutibili in cui il bisogno di visibilità dei partecipanti prevale persino sul rispetto per la morte e per chi sta vivendo un lutto.

Il film racconta la storia di Manfredi, interpretato dall’attore siciliano Piero Nicosia, chiamato a dare l’ultimo saluto all’amico Elio ad un funerale dove, invece di trovare conforto, si confronta con conversazioni superficiali, dinamiche sociali e gesti fuori luogo, come la distribuzione di libri e racconti personali che spostano l’attenzione dal lutto al protagonismo dei presenti. Il dolore sembra così dissolversi, sostituito da un nuovo rituale fatto di presenza e visibilità.

È così che, attraverso un discorso in chiesa, Manfredi rievoca la tradizione della banda muta, trasformando il funerale in un momento di riflessione collettiva e invitando i presenti a riscoprire il valore perduto del silenzio.

“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista, che attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane, ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea: “una solitudine valoriale – ha spiegato - che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.

Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che ha accolto con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”.

“Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista - sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ad un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto, sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.

Il cortometraggio è stato realizzato con il contributo di Nuovo IMAIE – Bando Cortometraggi 2025 - in collaborazione con la Fondazione Home Movies Archivio Nazionale del film di famiglia e con il premio Panalight 2025, conferito da Manuela Pasqualetti in occasione del Pop Corn Film Festival, vinto da Alessia Bottone con il docu-film “Sette minuti”.

Realizzato con le immagini d’archivio dell’Istituto Luce - Archivio Audiovisivo Movimento Operaio e Democratico e Home Movies di Bologna – il corto riunisce un breve, ma preparato cast artistico che vede al suo interno nomi come: Piero Nicosia, Adele Abballe, Nadia Perciabosco, Giovanni Galati, Chiara Barbagallo, Gaetano Lizzo.


INTERVISTA AD ALESSIA BOTTONE

Qual è il tuo percorso formativo e artistico che ti ha portato a diventare regista fino alla menzione speciale ai Nastri d'Argento con il docufilm del 2021?

Ho iniziato studiando istituzioni politiche per la pace e per i diritti umani. Sono stata all’estero per 5 anni tra tirocini, Erasmus, stage, perché ho sempre creduto di voler portare il mio contributo in ambito sociale e internazionale. Tornata in Italia, all’età di 25 anni, mi sono laureata e mi sono confrontata con la dura realtà del mondo del lavoro. Per svariati mesi ho lavorato come lavapiatti e cameriera per 20 euro al giorno, facevo molta fatica a trovare lavoro sia nel mio settore che negli altri. Ad un certo punto, per condividere la mia delusione, ho inviato una lettera ad un giornale che mi ha pubblicato in prima pagina, rendendo così il mio un caso nazionale. Raccontavo il precariato dei giovani, l’insoddisfazione, gli stages non retribuiti, la difficoltà di arrivare a fine mese... Durante una trasmissione tv ho conosciuto la direttrice di un giornale, la quale mi ha proposto di scrivere per dei mensili parallelamente al lavoro che avevo trovato in un’azienda in quel periodo. Ho scritto quindi per due anni, ininterrottamente, fino a diventare giornalista pubblicista. Ho poi partecipato ad un bando per un progetto video dove ho vinto 1000 euro, quindi un piccolo budget con il quale ho realizzato la mia prima video inchiesta. Successivamente ho realizzato due documentari, sempre proseguendo il mio lavoro in azienda. Poi mi sono iscritta all’università, ad un master di sceneggiatura, perché quello che più volevo fare era scrivere. Ho quindi frequentato un corso di scrittura della scuola Holden. Ad un certo punto ho inviato un soggetto, rispondendo ad un bando, e sono rientrata tra i finalisti, quindi ho scritto il mio progetto e, nonostante non abbia vinto il bando, ho comunque realizzato “La Napoli di mio padre” che, con tanta fatica, due anni dopo, ha vinto i Nastri D’Argento. Con l’avvento del covid ho trovato il coraggio di lasciare tutto e venire a Roma per frequentare un’accademia di regia e poi ho avuto l’occasione di andare con un noto regista sul set di un film con Angelina Jolie. Da qui inizia tutta la mia storia.

Parlaci della tua ultima opera, 'La banda muta', come nasce, da quale ispirazione e come hai lavorato per realizzarla?

Io e la ‘banda muta’ è come se ci stessimo cercando da sempre poiché ho sempre pensato quello che c’è scritto nel testo di Savatteri e sento mia tutta questa disillusione rispetto al vivere dell’uomo contemporaneo. La ‘banda muta’ trovo che sia perfettamente in sintonia con il mio modo di pensare e di cercare di raccontare di questa società, la quale, a parer mio, non è a misura d’uomo, dove noi sopravviviamo e non viviamo. Ho lavorato tanto per realizzare questo cortometraggio, per vincere il bando, per prepararlo, per trovare fondi e sponsor. È stato un lungo viaggio intensissimo, però sento di averlo costruito e non solo scritto, io c’ero e ho contribuito alla costruzione di questo piccolo film e non vedo l’ora, in tutta sincerità, che esca, soprattutto perché voglio sapere cosa ne pensa il pubblico, oltre alla stampa che in questo momento mi sta già dando molta soddisfazione nelle interviste e recensioni. Il pubblico è quello che mi interessa ascoltare al momento perché penso che il film parli a tutti noi e di tutti noi.

In quest'opera, oltre a raccontare una storia forse poco nota, quale messaggio vuoi comunicare sulla vita e sulla morte? Viviamo in una società che è sempre connessa e che vorrebbe esserlo anche con l’ ‘al di là’?

In questo periodo ho ragionato molto su ciò di cui stavo parlando e non mi sento di puntare completamente il dito contro le persone che si scattano i selfie durante un funerale, poiché mi rendo conto che viviamo in un periodo storico ‘videocracy’, dove qualcosa, se non appare in tv, non esiste. Molte volte si ha l’impressione di non esistere, di non essere notati e talvolta ho l’impressione che si utilizzi una storia o un evento per dire ‘ci sono’. Ho l’impressione che l’essere umano in questo momento non si senta visto, c’è tantissimo narcisismo dilagante ma ciò non è altro che il frutto di una mancanza, di una lacuna. Dovremmo ragionare sulle lacune di questo periodo, sulla società odierna basata sull’estetica e l’apparenza, la quale non ha realmente prodotto felicità, benessere o serenità. Interroghiamoci per capire se ciò che stiamo facendo è proficuo per tutti noi. Interroghiamoci anche per capire cosa c’è dopo la vita e dopo la morte, questo è un tema molto dibattuto che affianca altrettante domande esistenziali su temi quali il dolore o l’esistenza e che caratterizza e affascina da sempre l’essere umano.

Come è e come è stato per te essere una donna regista? Hai avuto problemi ad affermare la tua identità di genere in un mondo come quello del cinema spesso appannaggio del maschile?

Vedo che tante cose stanno cambiando. Guardo i reparti e vedo, per esempio, quello di fotografia dove si sta incrementando sempre più il numero di donne, situazione analoga anche fra gli elettricisti sul set. La sfida che mi porto personalmente è quella di cercare di scrivere e fare un cinema per tutti. Il lungometraggio che sto attualmente preparando ha come protagonista una donna, ma è un film corale e vorrei abbracciare più età e ‘generi’. Se continuo ad occuparmi solamente delle donne per portare in scena le loro istanze, allora vuol dire che devo ancora inserire la donna nel contesto cinematografico, culturale e societario mentre io voglio andare oltre e far sì che la presenza femminile sia ‘scontata’ e consuetudine per tutti. Comunque gli anni e il tempo stanno indubbiamente cambiando e vedo che la partecipazione femminile è molto cresciuta, fortunatamente.

Cosa diresti alle e ai giovani che vogliono fare il tuo mestiere? Quali sono i rischi e le incognite e quali le soddisfazioni e i traguardi a cui puntare?

Bisogna crederci tanto e bisogna prendersi anche dei momenti di pausa, dove si smette di crederci poiché fondamentali per capire se si vuole veramente fare questo mestiere dato che saranno tanti i momenti di sgomento che si imbatteranno lungo il percorso; io ne ho passati tantissimi, ma il cinema mi ha sempre richiamato a sé e spinto a riprendere la strada con forza e determinazione. Adesso sono qui a provarci nuovamente, con il mio primo lungometraggio, una missione veramente difficile per la quale ambisco e lotto con tutte le mie forze.

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