L’unica regista donna, la danese Mayy al-Tukhi, vince alla Mostra del Cinema, con una storia di rivalsa sociale e di genere nella Copenaghen del secondo dopoguerra
«Sono una femminista – ha dichiarato la regista – e in quanto tale, credo che sia mia responsabilità osare raccontare personaggi femminili complessi. Non mi interessa realizzare film che parlino solo della brava moglie, della madre premurosa, della donna divisa tra lavoro e famiglia. La protagonista è una donna che ha scalato la gerarchia sociale per arrivare dove si trova. È una sopravvissuta. Non mi interessava indagare sul suo passato ma sul suo presente. L’attrice protagonista che ha vinto il premio, Mathilde Arcel, è fantastica, viene dal teatro, sa rendere il dolore e l’ambiguità di Marie. Trovo interessante raccontare storie di personaggi femminili ricchi di sfumature, in cui è difficile distinguere che cosa sia giusto o sbagliato e dove noi spettatori siamo portati a chiederci, come per Marie: ‘Io cosa avrei fatto?’ Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo, subendo controlli e violenze sessuali. È come se il corpo femminile venisse considerato parte del territorio nazionale. E purtroppo, non è solo un fenomeno del passato».
Implicita la riflessione sul corpo femminile, mai veramente autonomo ma territorio da controllare e punire, proprietà pubblica sia durante l'occupazione, sia nella società del dopoguerra, dove ancora la protagonista può essere giudicata da una società maschilista che nasconde invece gli interessi (e il grave tradimento al Paese) di tanti ricchi industriali nella cooperazione economica con l’occupante nell’industria bellica, che sono riusciti a farla franca senza subire conseguenze, sviando invece le loro enormi responsabilità puntando il dito su altro ed infliggendo umiliazioni alle donne ‘sconosciute’.