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Biennale Venezia 2026: Artiste ai Giardini

Biennale Venezia 2026: Artiste ai Giardini

'In Minor Keys, in chiave minore' è il titolo della 61ma edizione curata, fino alla sua morte, da Koyo Kouoh. Articolo di Antonella Prota–Giurleo

Venerdi, 10/07/2026

La Biennale d’arte di Venezia di quest’anno è alla 61° edizione. Curata da Koyo Kouoh sino al 2025, anno della sua morte, e successivamente dal suo gruppo di lavoro, la Biennale trova nella musica il suo filo conduttore.
“Non il frastuono, il rumore, ma la melodia, il tono minore che conduce all’ascolto e a riscoprire ciò che siamo, l’umanità e la sua essenza”. In Minor Keys, in chiave minore, il titolo.
Anche in questa edizione la Biennale offre un’importante presenza di donne, sia artiste che curatrici. Una presenza di genere che, unitamente alla scelta di privilegiare l’attività artistica africana, rende evidente una colonizzazione statunitense rispetto all’arte europea e permette di conoscere modalità espressive non solo europacentriche od occidentali.
L’intento delle ultime biennali sembra essere quello di allargare gli occhi sul mondo proponendo diverse modalità di espressione artistica. Modalità che permettano l’interazione tra culture, alla ricerca di una memoria storica che, anche quando è dolorosa, viene metabolizzata attraverso il riconoscimento:
. delle esperienze umane, psicologiche e corporee
. dei materiali utilizzati, spesso considerati, nel primo mondo, di scarto.
Fili, tessuti, ricami, pizzi, lavoro a maglia e ad uncinetto, tempo addietro considerati, in quanto “femminili” di nessuna importanza, hanno acquisito, tramite la riproposizione di tante artiste, e di diversi artisti, una presenza di rilievo nella storia dell’arte contemporanea.

Ho trovato particolarmente interessanti, tra i padiglioni dei Giardini, le proposte di Austria, Brasile, Canada, Francia, Egitto, Gran Bretagna, Giappone, Polonia.

. L’artista Lubiana Hamito rappresenta la Gran Bretagna. I suoi pannelli dipinti a colori vivaci offrono la visione di un mondo inteso come casa, dove ogni persona viene, e si sente, accolta. Nello stesso tempo, però, la visione di persone che lavorano in sartoria, in giardino, sulle barche trasmette un’inquietudine che nasce, forse, dal fatto di essere all’esterno di uno spazio organizzato quasi come una quinta teatrale, spazio che porta chi osserva a chiedersi se ciò che vede corrisponda alla realtà.
Foto 1 Gran Bretagna

















. Nel padiglione francese Yto Barrada ha realizzato un’installazione multidisciplinare centrata sul rapporto tra tessuto e letteratura.
“Il tessile è, allo stesso tempo, materiale e colore. La fragilità di conservazione, l’importanza nella vita quotidiana, nella storia dell’età industriale, dei primi macchinari e delle lotte sociali, l’imperialismo europeo e le conquiste coloniali: il tessuto si ritrova al centro di tutto”.
L’artista, nata a Parigi nel 1971, dopo l’infanzia ha studiato a Tangeri dove, nel 2007, ha creato un centro di ricerca e di residenza dedicato al tessile e alla scienza della tintura naturale costituendo un giardino di piante per tingere.

. Nel padiglione austriaco Florentine Holzinger ha presentato una sua performance, definita dalla stampa provocatrice e urtante, che si è svolta attraverso diverse fasi coinvolgendo il pubblico presente e concludendosi in un clima di sorellanza. Ogni ora un gruppo di persone ha potuto accedere al padiglione dopo la permanenza in una lunga coda.
Foto 2 Austria







































. Al padiglione giapponese, che festeggia il settantesimo anno di attività, l’artista El Arakava – Nash propone a visitatori e visitatrici di prendere in braccio uno dei duecento bambolotti (ciascuno del peso di cinque chili) per esplorare il padiglione e il giardino ascoltando le voci dei gemelli dell’artista, incontrando i bambolotti con gli occhiali scuri riflettenti, interagendo con il “proprio” prendendosene cura, cambiando il pannolino, offrendo il biberon, passeggiando.
Un inno alla vita e alla speranza nel futuro.
Foto 3 Giappone







































. Comigo Ninguén pode, curata da Diana Lima, è il titolo scelto per il padiglione del Brasile che presenta due artiste, Adriana Vareyào e Rosaria Paulino. Il titolo è il nome portoghese della Dieffenbachia, pianta simbolicamente rappresentante la protezione spirituale. Le due artiste analizzano, attraverso pittura, scultura, disegno e installazione, la storia coloniale e il rapporto tra natura e spiritualità, rapporto che consente di riferirsi al detto popolare che, tradotto in lingua italiana, suona “Nessuno può sconfiggermi”. Una prassi che permette di rielaborare la memoria e di superare le ferite inferte durante il periodo coloniale.
Foto 4 Brasile






























. Ho apprezzato tantissimo il video Liquid Tongues realizzato da Bogva Burska e Daniel Kotowski per il padiglione della Polonia.
L’invito al riposo e alla calma della curatrice è stato raccolto in modo profondo sia per ciò che riguarda la modalità espressiva che per il soggetto. Koyo Kouoh aveva organizzato, nel 1999, un viaggio da Dakar a Timbuctù con nove poeti africani.
L’installazione video performance offre l’interpretazione del canto delle balene in Inglese e nella lingua dei segni da parte di un gruppo artistico di udenti e sordi. I rossi degli abiti, i neri di capelli o unghie o tatuaggi si confrontano nell’acqua e al di fuori di essa sotto gli occhi di visitatori e visitatrici che, comodamente distesi, assaporano la commistione di suoni, gesti e immagini.
Una favola, splendida.
Foto 5 Polonia





Fotografie di Antonella e di Mimosa Prota-Giurleo
Testo di Antonella Prota-Giurleo
 

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