Bioetica: importante divulgarla anche tra le giovani generazioni. Intervista a Monica Bramucci
La Conferenza Nazionale di Bioetica per le scuole, un progetto importante del CNB organizzato insieme all'Istituto Italiano di Bioetica in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito
Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) accanto alle “funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre istituzioni” svolge un ruolo “di informazione nei confronti dell’opinione pubblica sui problemi etici emergenti con il progredire delle ricerche e delle applicazioni nell’ambito delle scienze della vita e della cura della salute”. In questa cornice si colloca il patrocinio dato al Festival di Bioetica, organizzato dall’Istituto Italiano di Bioetica, che nelle sue dieci edizioni ha affrontato temi delicati. L’edizione 2026 (Rapallo, 4 e 5 settembre) ha raccolto contributi e riflessioni di esperti e accademici sulla Speranza. La dr.ssa Monica Bramucci*, in quanto parte della segreteria del CNB, è stata incaricata di seguire i lavori; al termine del Festival l’abbiamo intervistata.
Dopo aver seguito le ultime tre edizioni del Festival di Bioetica, quali sono le sue riflessioni su un evento che da dieci anni si propone come appuntamento per approfondire gli innumerevoli ambiti di cui la bioetica si occupa?
Non posso che ringraziare la professoressa Luisella Battaglia, madre di questa iniziativa che ho avuto l’onore di seguire e che - come le precedenti - è stata un caleidoscopio di umanità e un serbatoio di grandi competenze messe a disposizione. Infatti anche questo appuntamento è stato estremamente interessante e stimolante, confermandosi capace di coniugare i contenuti di altissimo livello offerti dai professionisti e dagli esperti di molte discipline (bioeticisti, medici, giurisiti, filosofi, teologi, biologi, psicologi, psichiatri, etologi) con un’attenzione alla dimensione della divulgazione al grande pubblico. Questo è possibile perché la bioetica è per sua natura multidisciplinare, e non è solo bioetica clinica, che appunta la sua riflessione sui dilemmi etici generati dallo sviluppo tecnologico applicato alle scienze mediche, ma è molto più. La bioetica ci induce a riflettere sul bios, sulla vita in tutte le sue accezioni: sugli esseri umani, gli animali e tutti gli esseri viventi del nostro pianeta. Al Festival di bioetica accade proprio questo ed è sorprendente come, nell’ascolto e nello scambio reciproco, vengano sviluppati i grandi temi della nostra esistenza in modo, secondo me, entusiasmante.
La bioetica evoca complessità ma richiede anche di curare un approccio divulgativo che possa raggiungere pubblici più vasti. Qual è la sua opinione?
In realtà la bioetica riguarda e interroga la vita di ciascuno di noi: per questo gli organizzatori del Festival pongono molta attenzione nel cercare di coinvolgere nell’ascolto, e quindi nella riflessione, anche i “non addetti ai lavori”, organizzando delle sessioni al di fuori delle sedi istituzionali, in luoghi aperti.
Nelle due ultime edizioni (2025 e 2026) i dialoghi all’aperto si sono tenuti di sera, sul lungomare di Rapallo, davanti al meraviglioso Chiosco della Musica. Le persone che animano il passeggio, anche famiglie con i passeggini, si fermano ad ascoltare, prima incuriosite e poi interessate. Questo è il bello della bioetica: che parla a ciascuno di noi, parla della nostra vita, dei nostri problemi. Tratta i grandi temi, alcuni dei quali vivacemente al centro del dibattito nazionale, come il “fine vita”, oppure i dilemmi dell’”inizio vita”, come la nascita di bimbi gravemente prematuri, con tutte le conseguenze che pongono i medici di fronte a dilemmi e scelte drammatiche.
Quest’anno il tema del Festival è stato la Speranza e durante la serata dedicata al pubblico gli esperti hanno parlato delle cellule staminali come “cellule di speranza”, oggetto di importanti sperimentazioni cliniche che accendono, appunto, la speranza per i tanti pazienti affetti dalla SLA, patologia che riguarda drammaticamente la quotidianità di molte persone e famiglie.
Credo che la scelta del tema della Speranza sia stata molto opportuna. Ascoltare esperti di varie discipline parlare della Speranza declinata in tutte le dimensioni del vivere (persino la speranza degli animali) è stato illuminante e il messaggio che ne è emerso è stato che tutti possiamo, e dobbiamo, sperare, perché la Speranza è rivoluzionaria, è un potente propulsore che ci fa immaginare un futuro migliore e ci spinge ad attivarci per renderlo realtà. E se è vero che in tutte le edizioni i temi sono sempre stati di grande valore e interesse - la cura, la salute, la giustizia ecc - aver scelto la Speranza è stato, quest’anno, particolarmente meritorio, perché il dibattito ha aperto degli squarci di luce in noi tutti, che siamo affaticati da una situazione internazionale geopolitica e ambientale che ci spaventa.
Penso che, in generale, la divulgazione della cultura della bioetica, del pensiero bioetico, sia una necessità di tutti, perché mette al centro la persona e la rende consapevole del valore della propria vita e di quella di tutti gli esseri viventi, grazie ai contributi di pensiero di molti esperti. Per questo rendo merito al Festival, che riesce a creare l’incontro tra l’Accademia e il livello scientifico con il passeggio serale delle famiglie.
In base alla sua esperienza, umana oltre che professionale, vede maturare nel tempo cambiamenti significativi rispetto all’attenzione diffusa per la bioetica?
C’è ancora molto da fare in questo senso e sarebbe interessante che iniziative come quella del Festival di bioetica si moltiplicassero, occupando altri tempi e altre “piazze”, per diffondersi in modo capillare. Un importante evento che va in questa direzione è quello della annuale Conferenza Nazionale di Bioetica per le scuole, anch’essa concepita dalla professoressa Luisella Battaglia e da ventidue anni organizzata dall’Istituto Italiano di Bioetica insieme al CNR, alla Consulta di Bioetica e al CNB, con l’importante obiettivo di far conoscere la bioetica ai giovani, spargendo questo seme culturale.
Il CNB, avvalendosi della collaborazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito, diffonde alle scuole superiori di tutta Italia il tema annualmente prescelto per il dibattito e diversi documenti, utili ai professori che guideranno i loro allievi nella preparazione di relazioni e prodotti multimediali dedicati all’argomento, che gli stessi ragazzi presenteranno in conferenza. Posso testimoniare che i contributi di questi giovani allievi sono stati, negli anni, sempre sorprendenti.
Nel 2027 il tema sarà molto importante, perché particolarmente prossimo ai problemi degli adolescenti: Solitudine social: l'etica della relazione nell'era delle passioni tristi. L’intento è quello di portare i giovani a riflettere su cosa comporta l’utilizzo dei social nella loro vita quotidiana, quali conseguenze produce, con particolare riguardo alla loro vita relazionale. Infatti si tratta di un potente, democratico strumento di ingresso nell’agorà persino mondiale, ma resta un interrogativo sulla valenza autenticamente relazionale di questi straordinari strumenti di comunicazione.
E proprio la consuetudine dell’uso dei social mi offre l’occasione per sottolineare un aspetto che mi sta a cuore: l’importante ruolo di disintermediazione che è proprio della bioetica. Se riflettiamo bene, notiamo che la nostra vita quotidiana è costantemente intermediata da strumenti digitali, il che è particolarmente vero per i più giovani, che sono nativi digitali. Ma l’intermediazione inevitabilmente crea un diaframma tra noi e gli altri, una distanza che non ci fa mai cogliere appieno la verità della persona con cui siamo in relazione. Quindi mi sembra che oggi sia importante coltivare strumenti di disintermediazione e la bioetica certamente lo è, ponendoci in una relazione diretta con le domande sul senso della vita e i suoi dilemmi. È disintermediante per noi verso noi stessi e per noi verso l’altro, davanti al quale ci pone in modo diretto. La bioetica ci porta all’incontro e all’ascolto e in questo senso è in controtendenza rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Per questo penso che andrebbe assolutamente coltivata già nei percorsi scolastici, per restituire alle giovani generazioni il senso e il valore della nostra vita e dell’altro che è davanti a noi. Nell’incontro diretto l’altro ci si presenta nella sua verità, come una certezza, al confronto con le realtà filtrate dalla tecnologia digitale, che può anche essere strumento mistificante. Oggi abbiamo tutti un profondo bisogno di incontri diretti, disintermediati e veri, e la bioetica ci porta a vivere proprio questo.
* Monica Bramucci, biografia Diplomata in pianoforte principale al Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma e laureata in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza”, dopo un’esperienza professionale in uno studio legale è entrata in pubblica amministrazione, cambiando negli anni molti uffici e acquisendo, in tal modo, esperienze e competenze molto diversificate: da quelle sui fondi strutturali comunitari, a quelle della comunicazione istituzionale, della cooperazione internazionale; dalla cura degli affari legali e contenzioso alla diretta collaborazione presso l’Ufficio Legislativo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Infine, da molti anni lavora nell’Ufficio di Segreteria del Comitato Nazionale per la Bioetica, di cui è Vicecoordinatrice.