La storia di Roberta Macrì, tra famiglia, danza, teatro, spettacoli, il premio letterario sul tema della disabilità e l’impegno sociale: quando il limite, attraversato, diventa possibilità condivisa
- A me piace dare una seconda vita a tutto.
Lo dice mentre mi mostra i jeans neri che ha ricamato a mano con piccoli fiori colorati, dopo averne sfilacciato il fondo. Durante la nostra videochiamata, le mani curatissime di Roberta Macrì si muovono continuamente, come se il gesto di trasformare le cose appartenesse ormai al suo modo di stare al mondo.
– Quanti anni hai? – le chiedo.
– Trentasette. Ma mica me lo ricordo sempre quanti anni ho – risponde ridendo. – Oggi mi trovi preparata perché ho fatto il conto ieri.
Roberta Macrì, nominata Cavaliere al Merito della Repubblica dal Presidente Sergio Mattarella nel 2023 per il suo impegno sociale nell’ambito della disabilità e dei diritti, nel 2011, a ventidue anni, vede cambiare improvvisamente la propria vita dopo un grave incidente stradale.
Si trova in macchina con altre persone, sull’autostrada, quando l’auto viene speronata. Roberta viene sbalzata fuori dal veicolo per diversi metri. La rottura di due vertebre e la lesione del midollo le fanno perdere l’uso delle gambe.
È al policlinico di Messina che percepisce per la prima volta il limite del proprio corpo, ma è durante il lungo periodo di riabilitazione a Imola che qualcosa dentro di lei cambia davvero.
– Lì ho visto tante altre persone come me, alcune in condizioni molto peggiori delle mie. E allora mi sono detta: Roberta, vuoi vivere o vuoi sopravvivere?
La risposta arriva quasi subito:
– I parassiti sopravvivono. Chi ama vive.
La frase torna più volte durante il nostro dialogo, anche quando non viene pronunciata apertamente. È dentro il modo in cui racconta la danza, l’amore, la maternità, l’attivismo, persino il conflitto quotidiano con un mondo che continua a costruire ostacoli materiali e culturali per le persone con disabilità.
– Avevo perso l’uso delle gambe, ma poteva andare peggio. Per il resto ero integra.
Prima dell’incidente, la danza per lei era soprattutto disciplina, studio, passione. Balla da quando ha quattro anni. Dopo l’incidente non smette. Cambia il corpo, cambia il linguaggio del corpo, ma non il bisogno di esprimersi.
– Nel 2012, un anno dopo l’incidente, degli amici organizzarono un festival di danza e io proposi di inserire un’esibizione in carrozzina. Da lì non mi sono più fermata.
Oggi la danza è diventata anche un mezzo di comunicazione. Le sue esibizioni sono sempre a tema: la violenza sulle donne con disabilità, le barriere architettoniche e culturali, il rapporto tra uguaglianza e differenze, il trauma e la rinascita.
– Io e la danza ci siamo trovate a vicenda – racconta. – Prima era uno svago. Ora è anche un modo per dire.
Roberta fa anche la spaccata, pur non utilizzando le gambe per camminare. Ma il punto, ascoltandola parlare, non è mai la performance in sé. Non c’è alcuna volontà di stupire.
Semmai emerge continuamente il contrasto tra la forza con cui attraversa il proprio corpo e l’umiliazione che il mondo esterno continua a produrre attraverso barriere architettoniche e culturali che, ancora oggi, limitano concretamente la vita delle persone con disabilità.
– Non sono i miei limiti – ripete più volte durante la conversazione. – Sono i limiti del mondo esterno.
– Io, per esempio, per fare la spesa ci metto un’ora. Mio marito in dieci minuti ha già finito tutto.
Per riuscire a muoversi con maggiore autonomia utilizza un Triride, un propulsore elettrico applicabile alla carrozzina, dietro il quale aggancia anche le buste della spesa. Ma ottenere questo ausilio non è stato semplice.
– Abbiamo dovuto unirci in una class action contro la Regione Sicilia e alla fine abbiamo vinto.
Roberta vive a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.
Roberta spiega come il recente riordino del nomenclatore degli ausili abbia lasciato maggiore discrezionalità alle Regioni, creando di fatto differenze profonde tra territori diversi.
– Così si rischia di creare disabili di serie A e disabili di serie B.
Proprio in questo periodo, Roberta Macrì sta portando avanti battaglie legate all’accessibilità e al rispetto di normative che esistono già, ma che troppo spesso non vengono applicate dai vari enti locali.
E il “dire”, per Roberta, significa soprattutto sottrarsi alle etichette.
– I limiti non me li pongo io. I limiti sono nello sguardo degli altri, nelle parole, nei comportamenti.
Parla delle persone che occupano i parcheggi riservati ai disabili, delle difficoltà quotidiane, della lentezza imposta da città e servizi non pensati per tutti. Ma racconta anche di avere imparato, nel tempo, a gestire diversamente la rabbia.
– Prima ero molto impulsiva. Ho dovuto lavorare tanto su questo aspetto del mio carattere, perché rischiava di danneggiare il messaggio che volevo dare.
Quando trova qualcuno parcheggiato negli spazi riservati alle persone con disabilità, oggi cerca di reagire diversamente.
– Faccio la gnorri, come diciamo noi in Sicilia. Magari chiedo semplicemente: “Scusi, non ha visto che questo è un parcheggio per disabili?”
Le risposte, racconta, sono quasi sempre le stesse.
– “Sono solo cinque minuti”, oppure: “A tia chi ti nteressa?”, cioè “si faccia i fatti suoi”. Poi magari mi vedono scendere con la carrozzina.
Ma rifiuta radicalmente il pietismo.
– Non mi piace chi fa la vittima, chi specula sulla disabilità. E non mi piace neppure l’inspiration porn. Non sono un’eroina. È il mondo che spesso costringe le persone con disabilità a comportarsi come se dovessero esserlo.
La sua riflessione si allarga continuamente dall’esperienza personale a quella collettiva. Anche il Premio letterario “Conosciamo la disabilità, abbattiamo le barriere”, alla sua prima edizione nel 2025, nasce da questa esigenza di trasformare il vissuto in spazio condiviso, di fare divulgazione attraverso la cultura.
Il Premio, di cui è stata madrina l’attrice Maria Grazia Cucinotta, prevedeva racconti brevi, poesie, quadri e lavori realizzati anche dalle scuole. Hanno partecipato anche ragazzi con disabilità cognitiva attraverso cartelloni, testi e produzioni creative.
– Lo scopo – racconta Roberta – era valorizzare il lavoro e l’espressione delle persone con disabilità.
A organizzarlo concretamente è stato suo padre Giovanni, che dopo l’incidente della figlia ha trovato nella scrittura una personale forma di rinascita.
– Dopo il mio incidente lui ha lasciato il suo studio dentistico ed è rimasto con me a Imola sei mesi senza mai tornare a casa. Ha iniziato a scrivere a cinquantaquattro anni, proprio dopo quello che mi era successo. E poi si è fatto promotore di premi letterari.
– Il Premio è stata una mia idea. Organizzarlo è stato molto difficile – ammette Roberta. – Ma ci piacerebbe riuscire a riproporlo ancora, se non quest’anno magari il prossimo.
Forse è anche per questo che, nel racconto di Roberta, nulla appare mai fermo dentro una definizione definitiva. Nemmeno il dolore.
– Se mi avessero chiesto prima dell’incidente come avrei reagito, avrei detto: “mi ammazzerei”.
Invece, dentro quella che senza tanti giri di parole definisce “una disgrazia”, ha incontrato una parte di sé che non conosceva.
– Ho scoperto una Roberta capace di aiutare gli altri. E aiutando gli altri si aiuta anche sé stessi.
Anche l’amore arriva così, attraverso una serie di coincidenze che lei continua a chiamare destino.
Lei e Giuseppe si conoscono dopo un concerto, quando la ragazza che avrebbe dovuto accompagnarla dà forfait all’ultimo momento e lui prende il suo posto. Poi una ruota bucata vicino a una fontana, una cena, la curiosità reciproca, il tempo.
– Io gli ho fatto capire subito che la mia condizione non mi rendeva inferiore a nessuno.
La proposta di matrimonio, invece, la fa lei.
– Partecipavo a un flash mob sulla body positivity davanti al Colosseo e gli ho chiesto di sposarmi.
Lui, racconta ridendo, le risponde:
– Mia mamma non vuole.
Poi però si sposano davvero, nel 2023, dopo il Covid. Oggi hanno un figlio: Daniel.
– La vita va vissuta, nonostante tutto – dice verso la fine della conversazione. – La forza ce l’abbiamo tutti. Ma tutto quello che facciamo dobbiamo farlo per amore.
Poi aggiunge:
– È l’amore il filo conduttore di tutto. Senza amore non c’è connessione.
E forse è proprio questo il punto da cui la storia di Roberta Macrì continua ancora oggi a generare: non dalla sopravvivenza, ma dalla scelta ostinata di restare dentro la vita, anche quella che aveva sognato per sé.
Sfoglio le fotografie che Roberta mi ha mandato e mi sembra quasi di vederla ancora immersa in tutti quei colori che indossa come se ogni occasione della vita avesse il proprio abito di scena, e non posso fare a meno di restituirle l’immagine che mi resta di lei, alla fine di questo incontro: quella di una realizzatrice di sogni.
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