Come si passò dalle baracche alle case popolari: la ricerca dell’Associazione Nannarè
A Roma organizzato un incontro presentando un lavoro di un anno 'sulla memoria e il ruolo fondamentale delle donne nella conquista di una casa popolare tra gli anni ’60 e ’80'
Giovedi, 02/07/2026
Il 24 giugno, la sala David Sassoli, una delle sale istituzionali e di rappresentanza più importanti della Città metropolitana di Roma Capitale, si è riempita per ascoltare l’Associazione Nannarè che lì ha presentato la sua ricerca, lunga un anno, sulla memoria e il ruolo fondamentale delle donne nella conquista di una casa popolare tra gli anni ’60 e ’80 del secolo scorso.
Non si è trattato di una ricerca accademica tradizionale fondata su metodologie rigorose, strutture standardizzate o conclusioni validate da un gruppo di esperti, bensì di un lungo esercizio di ascolto da parte del gruppo di lavoro composto dalla coordinatrice, che firma questo articolo, Gianna Filardi e Antonella Monti, tre “nannarelle” che hanno intervistato donne, oggi sconosciute, che però quella battaglia l’hanno fatta, combattuta e vinta.
Come sottolineato da Alba Orti, presidente dell’Associazione, nella sua introduzione, questo metodo di lavoro rispecchia la finalità ultima di Nannarè di “costituire un archivio di nuova generazione che sia d’impulso e supporto all’impegno per la tutela, la diffusione e reinvestimento della risorsa memoria come patrimonio culturale immateriale, come strumento necessario per conoscere il passato, capire il presente, per progettare meglio il futuro”.
Accompagnate dalle splendide fotografie d’epoca dell’archivio del prof. Sirleto e da alcune brevi sequenze cinematografiche, a mano a mano che la storia ufficiale si dipanava nella ricostruzione di Nicola Galloro, che ha ricordato come le rivendicazioni si proiettavano nella iniziativa politica ed istituzionale, e nel racconto riportato dalle coordinatrici, le donne protagoniste di quel periodo storico prendevano la parola
raccontandosi senza mediazioni.
A rompere il ghiaccio ci ha pensato subito Cristina Michetelli, Consigliera delegata al Patrimonio e Bilancio della Città Metropolitana di Roma, che, invece del classico saluto istituzionale, ha raccontato la storia di sua nonna, anche lei una baraccata venuta a Roma alla ricerca di una vita migliore.
Con questa premessa non poteva che essere un incontro pieno di storie fatte di speranze, solidarietà, lotte e conquiste di “persone alla ricerca di una vita migliore, come poi è stato… persone sostanzialmente perbene che si trovavano in situazioni particolari” (Angelo Celidonio, in ricordo della madre, nato e cresciuto nelle baracche dell’acquedotto Felice). Lì, nelle baracche di Tiburtino III, Armanda De Angelis, ex operaia della Voxson, ricorda che era “tutta gente con i quali ho condiviso la passione politica, il bisogno di giustizia, de speranza pe’ un futuro migliore e un tetto vero sopra la testa. Erano tutte persone umanissime e capaci di gesti di solidarietà che non potrò mai dimenticare”.
Abbiamo ascoltato le parole di Evelina, che allora aveva 5 anni, e del suo ricordo delle baracche di Tormarancia, altrimenti chiamata Shangai, per i continui allagamenti e di come ricorda la sua prima comunione “con un vestito preso in prestito da un altro poveraccio come noi”.
E, sempre Evelina che ricorda sua mamma che: “arrivate alla casa nuova, girò per le stanze e poi finì seduta su una brandina e stette così per un intero giorno, a piangere per la commozione”.
Perché, non dobbiamo dimenticarlo, erano le donne che mandavano i figli a scuola e che fossero puliti, che non si dicesse: “so’ i figli dei baraccati, rimandateli in Africa”, un’Africa che allora si chiamava Calabria, Sicilia, Abruzzo. Perché erano le donne che facevano avanti e indietro tutto il giorno, fino a 30 volte, dalla baracca alle poche fontanelle per mantenere quella dignità che mai venne meno.
Da queste storie tutte al femminile nasce la lotta per la casa perché “gli uomini facevano gli accordi, si facevano intervistare ma cosa dovevano dire lo decidevamo noi, in cucina” e perché “co’ li regazzini in prima fila davanti alla polizia c’eravamo noi”.
Il tempo passa, le case assegnate sono poche, le istituzioni promettono ma poco mantengono e le donne sempre in prima fila tra occupazioni, sgombri, sfratti e polizia a volte comprensiva, a volte no.
Si arriva così al settembre del 1969 quando CGIL, CILS e UIL proclamano uno sciopero generale. Il successo fu imprevisto e senza precedenti: Italia bloccata per 24 ore. Gianna Filardi, una delle autrici della ricerca che visse in prima persona quel giorno, ricorda come quello fu “il momento in cui si saldò la lotta per la casa con quella per le 40 ore lavorative e la riforma sanitaria”. Sempre nel settembre 1969, viene data alla stampa la Lettera al sindaco, frutto del lavoro di don Roberto Sardelli e quel popolo di dimenticati che abitava nelle baracche a ridosso dell’acquedotto Felice perché, come ricorda Angelo: “… poi è arrivato don Roberto che ha cambiato tutto, ha rivoluzionato tutto, in senso positivo. Perché è stata un’esperienza straordinaria che ci ha modificato il modo di pensare e già da piccoli ci ha messo in condizione di fare delle scelte che poi avremmo fatto nel futuro per cui alcuni diventarono insegnanti, qualcun altro ha fatto una vita di impegno civile, politico, sindacale”.
E partono le occupazioni, le manifestazioni. “… Era il 1973 … abbiamo occupato il Campidoglio dove siamo stati fissi con la tenda per un anno. È stata la lotta più significativa a Roma e venne pure Enrico Berlinguer a mangià co’ noi” (Armanda De Angelis).
Arrivano gli anni ’80 ma per tante, per troppe, gli anni passano ma la storia non cambia. Ancora in cinque in una stanza che avrebbe dovuto essere un ufficio, a Laurentino 38, o nei Residence che da temporanei diventano eterni per una famiglia di mamma, papà e cinque figli, divisa in due appartamenti, in due palazzine diverse.
“Andavamo lì, a lungotevere Tordinona, all’ATER, all’ex IACP, andavamo lì coi bambini. La polizia ci respingeva e noi donne coi bambini piccoli stavamo davanti…Poi c’erano quelli che ci strillavano dalle case come se noi fossimo i peggiori delinquenti, ma con noi c’era un sacco di gente, di famiglie come noi, gente onesta”.
(Luigina Francucci). “Le scale del Campidoglio le ho, le abbiamo consumate… Avevo pure fatto amicizia con un vigile che avvertivo prima di arrivare e lui ci faceva entrare. E poi chiamavo il Messaggero, il Tempo, tutti i giornali” (Anna Maria Cristina Papagni).
Infine, sudata, guadagnata a furia di lotte, manifestazioni e anche botte, arriva finalmente la casa! Caso mai bisogna continuare a lottare perché la casa c’è, ma non le strade, gli autobus o la scuola, come ci ha raccontato Armanda: “Finalmente toccò anche a noi. Ci assegnarono le case di Setteville di Guidonia. Dopo varie difficoltà me dettero un attico che era ancora da finire, mancavano pure le mattonelle e le porte.
Avevamo dovuto fare il picchettaggio per difendere le case che ci erano state assegnate, altrimenti ce le avrebbero occupate. Mettemmo prima una tenda vicino alle costruzioni poi, tolta la tenda dormivamo sotto co’ tante coperte perché era novembre e faceva freddo. Tutto questo pe’ potè conquistà una casa vera. Poi una volta dentro mancava l’acqua corrente, c’era solo un pozzo e abbiamo ricominciato a organizzarci e così abbiamo ottenuto le scuole, la rete idrica, i servizi sociali”.
Oggi il capitolo “casa” si riapre, ma le premesse non sono buone, anzi, sono pessime: il piano del governo Meloni promette pochissime case e moltissimi sfratti. L’incontro si chiude domandandoci come possiamo trasmettere quello che le donne hanno fatto in passato affinché diventi un esempio per l’oggi. Come, ha detto Alba Orti, come “trasmettere alle nuove generazioni la cosa più importante, la fiducia che cambiare il
proprio destino è possibile. Senza slogan o prediche, ma dalla dimostrazione pratica che c’è prima di loro chi lo ha sperimentato”.
Letizia Cesarini Sforza (Coordinatrice della ricerca “La Lotta delle Donne Romane per la Casa”). Nota: Le interviste e il materiale raccolto saranno disponibili a breve presso il Fondo dell’Associazione Nannarè ospitato dall’Archivio Flamigni a Roma.