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Dallo scarabocchio alla forma

Dallo scarabocchio alla forma

Struttura e libertà nell’esperienza artistica nello spettro autistico

Lunedi, 02/03/2026 - Quando piace una cosa è tutta un’altra cosa. Può sembrare un gioco di parole. Invece è proprio così.

Ad Antonio disegnare piace parecchio. Tutto ciò che di solito lo distrae passa in secondo piano.

Antonio è un ragazzo con disturbo dello spettro autistico. Ha competenze articolate, ma fatica nella regolazione dell’attenzione e nella tolleranza della frustrazione, soprattutto nelle relazioni.

Eppure, quando disegna, qualcosa cambia.

Il tempo rallenta. Lo spazio si ordina. Il foglio bianco diventa contenimento.

Nell’impegno che la realizzazione di una copia richiede, Antonio trova una struttura. Per chi fatica a reggere l’imprevisto, la struttura è sostegno. Disegnando non è distratto: è raccolto. Non è tra le nuvole, è dentro una forma.

È sua madre Lucia a notarlo per prima. In molte attività Antonio si disperde, nel disegno resta. L’attenzione tiene, la frustrazione si attenua e l’ambiente non lo destabilizza come potrebbe accadere altrove.

Antonio copia con precisione sorprendente. Riproduce proporzioni e dettagli con un’attenzione che di solito non riesce a mantenere. La madre si chiede se quell’abilità possa restare semplice riproduzione o diventare passaggio verso una forma espressiva più libera.

Accanto a lui c’è mia figlia Chiara, talentuosanel disegno e nella pittura, anch’ella nello spettro autistico.

Chiara non si cimenta nella copia d’autore come Antonio. Lavora per filoni: arcobaleni, fate, principesse, autoritratti, paesaggi. Attraversa i soggetti per serie, li varia, li esplora.

Due modalità diverse, entrambe strutturate.

Forse non si tratta di opporre libertà e tecnica, ma di integrarle. La tecnica può essere sostegno: per Antonio un ponte dalla copia alla comprensione della forma; per Chiara una grammatica che rafforza l’intuizione.

L’insegnante riferisce che Chiara utilizza tratteggio, proporzioni e colore, restando libera. A volte però quella libertà scivola in un bisogno di concludere rapidamente, svuotando il lavoro della sua forza creativa.

Lucia ed io siamo solo due madri che osservano e si chiedono se un’attività artistica, quando diventa luogo di equilibrio, meriti di essere sostenuta con maggiore consapevolezza.

Qui nasce una riflessione, dall’osservazione quotidiana di due ragazzi, anzi, di tre.

La terza è Arianna, mia figlia minore.

Anche lei con disturbo autistico di livello tre,Arianna riempie per molto tempo ogni foglio di scarabocchi o di una A sbilenca, ripetuta come una firma ostinata.

L’album da colorare lo vuole sempre, ma l’ansia di finire rende il compito troppo grande, così scarabocchia pagine intere pur di completarlo. Consegnarle due fogli alla volta cambia qualcosa. Accetta che gli altri vengano messi da parte: quel limite la aiuta. Siamo scese a un compromesso: non distruggere i fogli purché non siano davanti ai suoi occhi.

Poi accade qualcosa. Terminato il disegno guidato, gira il foglio e sul retro realizza un disegno autonomo. Ha iniziato con un filone tutto suo: il gelato. Coni e coppe in tutti i gusti immaginari possibili: quando una cosa piace, piace. Serie vivacissime raccontano un passaggio dallo scarabocchio alla forma.

Peccato che fino a poco tempo fa quei disegni me li portasse per metterli via, e io sia riuscita a conservarne qualcuno, mentre ora me li consegna strappati.

Spero sia solo un momento, che trovi un contenimento capace di mettere un po’ d’ordine nel caos in cui ciclicamente ricade e che si riflette in molti dei suoi gesti. Nel suo caso siamo ancora lontani dal porci il problema della tecnica. La conteniamo con la misura, con il limite delle due pagine alla volta, e intanto continuiamo a proporle qualcosa di nuovo per capire cosa le piace.

Non so se ad Arianna piaccia disegnare come a Chiara e ad Antonio. Ma il punto non è questo.

Sembrerebbe che uno spazio adeguato possa fare la differenza, che tutti possano beneficiare di una misura, di una struttura capace di trasformare il caos in forma, di un contenitore, che in questo caso è l’utilizzo possibile e non limitante di una tecnica. Tutto ciò per aiutare ad esprimersi: a farsi conoscere.

A volte non si tratta di scoprire un’artista. Si tratta di offrire un argine.

Marina Morelli

 

 

 


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