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Debole, matta, persino “bestia”: Syelune Vorne trasforma le etichette ricevute in una canzone sul di

Debole, matta, persino “bestia”: Syelune Vorne trasforma le etichette ricevute in una canzone sul di

Con “Confundieron (Oye mi voz)”, la cantautrice cubana naturalizzata italiana racconta in musica anni di giudizi, definizioni e interpretazioni subite: non per accusare, ma per riprendersi una voce rimasta a lungo frenata dalla paura del giudizio

Venerdi, 18/09/2026

Debole. Matta. Persino “bestia”. Ci sono parole che raccontano una persona e parole che finiscono per sostituirsi a lei.

Syelune Vorne, cantautrice cubana naturalizzata italiana, racconta di averle sentite su di sé, insieme ad altre definizioni nelle quali non si è mai riconosciuta. Etichette nate anche dal modo in cui gentilezza ed educazione sono state talvolta interpretate come fragilità, fino a produrre una distanza sempre più marcata tra ciò che sentiva di essere e ciò che altri avevano deciso di vedere.

“Confundieron (Oye mi voz)”, il suo nuovo singolo, parte proprio dal bisogno di trasformare questa esperienza in musica, parlando a tutte le persone che almeno una volta si sono sentite definite dagli altri prima ancora di riuscire a raccontarsi con la propria voce.

Non una risposta rabbiosa, dunque, né il tentativo di ricostruire pubblicamente ciò che è accaduto, ma la volontà di ridare parola a chi per troppo tempo ha avuto paura di usarla.

«La mia voce, in questa canzone, diventa la mia verità, il mio rifugio e il luogo in cui posso finalmente essere me stessa – dichiara l’artista -. Per molto tempo ho avuto paura del giudizio e del modo in cui gli altri potevano interpretarmi; oggi sento il bisogno di non lasciare più che siano le definizioni esterne a raccontarmi al mio posto. “Confundieron” non è una canzone frutto del desiderio di accusare qualcuno, ma della necessità di trasformare quello che ho vissuto in qualcosa che mi appartenga davvero e che possa, allo stesso tempo, parlare anche a chi si è sentito giudicato, frainteso o definito dagli altri prima ancora di riuscire a raccontarsi.»

“Confundieron” è figlia di un’esperienza personale di Syelune, ma intercetta una dinamica che riguarda molte persone e, spesso, molte donne: essere continuamente interpretate attraverso definizioni esterne.

Troppo fragili quando scelgono la gentilezza; troppo forti quando pongono dei limiti; troppo ambiziose quando decidono di ricominciare.

Non è soltanto una percezione individuale. Gli stereotipi sui ruoli femminili continuano a essere presenti anche nel modo in cui la società misura ambizioni, aspettative e scelte delle donne. Nell’indagine ISTAT condotta nel 2023 sulla popolazione adulta tra i 18 e i 74 anni, il 20,4% degli intervistati riteneva che il successo professionale fosse più importante per un uomo che per una donna. Una seconda rilevazione ISTAT, sempre riferita al 2023 ma dedicata agli 11-19enni e pubblicata nel 2025, mostra invece che il 56,4% dei ragazzi considera la bellezza più importante per le ragazze che per i ragazzi. Due dati diversi, ma capaci di fotografare la stessa evidenza: quanto presto e quanto a lungo lo sguardo esterno continui a pesare sulla costruzione dell’identità di una donna.

“Oye mi voz” — ascolta la mia voce — diventa così qualcosa di più di una frase contenuta in un titolo. È un invito a spostare il centro della narrazione di sé da ciò che gli altri hanno detto, pensato o proiettato su di noi a ciò che, finalmente, scegliamo di dire di noi stessi; il passaggio dalla definizione subita alla parola presa in prima persona, dal giudizio esterno alla possibilità di riconoscersi nella propria storia senza doverla più filtrare attraverso lo sguardo altrui. È la possibilità di dire: questa sono io, prima delle interpretazioni che avete proiettato su di me.

Nel testo, la voce diventa «la mia libertà», «la mia verità senza trucco», fino a trasformarsi nella biografia stessa dell’artista “fatta movimento”. Non è più soltanto lo strumento attraverso cui canta, ma il luogo in cui torna a riconoscersi.

Syelune non vuole ferire per riuscire finalmente a farsi sentire, ed è la canzone stessa a chiarirlo: «No uso palabras para herir» («Non uso parole per ferire»). La scelta di non utilizzare il proprio vissuto per restituire le parole ricevute con altre parole della stessa natura lascia spazio a una consapevolezza ormai acquisita, quella di chi ha smesso di identificarsi con le etichette che gli altri le hanno apposto e può finalmente riconoscersi senza dipendere da quelle definizioni.

«Non volevo usare quello che ho vissuto per ferire o accusare qualcuno – prosegue -. Avevo bisogno di trasformarlo. Per me la musica può fare proprio questo: prendere qualcosa che ha fatto male e fartelo vedere in una forma che finalmente ti appartiene.»

La produzione, firmata da Emanuele Proietti, porta la voce di Syelune Vorne molto vicino all’ascoltatore, lasciando all’interpretazione una presenza particolarmente diretta, quasi da presa live: una resa immediata, che conserva respiri, intensità e una forte sensazione di prossimità.

È una caratteristica che dialoga direttamente con ciò che viene raccontato, perché se il centro della canzone è il diritto di riprendersi la propria voce, proprio quella voce non può restare in secondo piano.

Il brano, accompagnato dal videoclip ufficiale girato a Roma sotto la direzione di Danilo D’Auria, arriva mentre Syelune Vorne sta ridefinendo con maggiore consapevolezza anche la propria identità artistica.

Nata a Cuba e da anni residente in Italia, Syelune porta con sé un rapporto complesso con le proprie origini, fatto di appartenenza e orgoglio, ma anche di distanza e conflitto. L’Italia è il Paese in cui ha scelto di consolidare la propria attività da cantautrice e una nuova fase della propria vita, senza per questo rinunciare alla parte latina né sentirsi obbligata a scegliere tra due appartenenze.

“Appartenere non significa scegliere” è la frase che oggi accompagna il suo progetto e che, in “Confundieron” assume un significato ancora più ampio: non due identità da mettere in competizione, ma due anime che convivono.

E forse è proprio in questa convivenza, senza obbligo di scelta tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano che siamo, che “Confundieron” trova la sua dimensione naturale. Perché il tema non riguarda soltanto l’identità culturale, ma il diritto di sottrarsi alle definizioni altrui, ai ruoli già assegnati, perfino ai tempi che qualcuno considera “giusti” per cambiare strada, ricominciare o scegliere finalmente se stessi.

Fino a che punto lasciamo che siano gli altri a stabilire chi dovremmo essere, e persino quando dovremmo diventarlo?

Syelune Vorne, questa volta, ha scelto di non lasciare la risposta agli altri e di affidarla alla cosa che più di tutte le appartiene: la sua voce. Il resto, forse, comincia proprio nel momento in cui chi ascolta trova il coraggio di riconoscere anche la propria.

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