Era un Giovedì Grasso, il lungo ponte che si inarcava da lì fino al martedì successivo, ultimo giorno di Carnevale, cui avrebbe fatto seguito il grigiore del Mercoledì delle Ceneri e il lungo periodo della Quaresima aveva spinto un gruppo di guitti a venire a tenere il loro spettacolo in quella cittadina di provincia nella quale io, giustappunto, mi trovavo a stare e a frequentare la seconda media.
Sarebbe poi stata dura per loro non poter lavorare fino ad aprile inoltrato, persino le grandi compagnie teatrali si fermavano per il lungo periodo della Quaresima, ma esse almeno avevano di che vivere, i guadagni dei loro tanti spettacoli che avevano tenuto in varie città nei mesi precedenti.
I teatranti giunsero quel Giovedì Grasso e il loro spettacolo si sarebbe tenuto presso la Sala comunemente chiamata Pidocchietto perché era piccola, inoltre perché era sotto l’egida del Vescovo locale, apparteneva alla Chiesa quel Cinemino a volte Teatro, detto, come ben si può comprendere, non senza ragione, Pidocchietto.
Lo spettacolo cui assistemmo quel giovedì fu vario:la recita di celebri brani a tutti noti persino a noi ragazzi presenti in Sala, passi di danza accennati, battute comiche e nel bel mezzo di esso, sarebbe stato invitato a salire sul palcoscenico qualcuno di noi ragazzi cui sarebbero poi state rivolte alcune domande - quiz, dal cui buon esito sarebbe derivato un meritato premio.
Fu così che mi ritrovai quel pomeriggio a essere illuminata da un imprevisto faro puntato che mi aveva stanata, mio malgrado, tra tanti ragazzi presenti in Sala e fui, sebbene fossi riottosa, invitata a salire sul palco. Il faro di nuovo puntato nel verso giusto, mi fu agitato dinanzi agli occhi un panciuto sacchetto che, disse il capocomico, sarebbe stato mio se avessi risposto bene alle tre domande che stavano per farmi. La prima domanda riguardò il domandarmi che classe frequentassi, al che risposi che facevo la seconda media. Bene – disse – l’uomo, ma ovviamente questa non era affatto la prima delle tre domande, era solo il necessario preludio come poi compresi molto tempo dopo, direi diversi anni dopo.
La prima domanda che mi fu posta, dopo che l’uomo aveva dato una sbirciatina a dei fogli che aveva, nel frattempo, tirato fuori dalle tasche, fu: Sai dirmi in che anno avvenne la Disfida di Barletta? Gelo assoluto, sebbene il faro puntato in viso mi avesse dato fin lì caldo, anzi fin troppo. Finché scorsi ad una delle ante del palcoscenico una donna farmi segno con le dita l’esatta data. Quel 1503 che mi era stato provvidamente suggerito mi fece arrossire, ci era stato sempre detto che “suggerire” le risposte non era cosa da fare tra noi compagni in classe, figurarsi farlo su di un palco!
Ovviamente le altre due domande, in confronto, furono bazzecole. Risposi bene e il panciuto sacchetto con cioccolate caramelle e cotillons mi fu dato in premio come promesso.
Ci sono voluti anni perché comprendessi perché mi era stato chiesto l’anno della Disfida di Barletta; è che, appreso che io ero in seconda media dove il programma lo prevedeva, il capocomico come da foglietto sbirciato era certo che io ne fossi al corrente, ma non ci eravamo ancora arrivati col programma in quel febbraio di tanti anni fa.
Da quei miei dodici anni è divenuto poi un leitmotiv l’anno della Disfida di Barletta: d’altronde come in ogni vita accade, per errate supposizioni o anche solo per portare a termine comunque un gioco o dover comunque concludere uno spettacoloe guadagnarsi da vivere o per lo più arricchirsi ci sentiamo da più parti porre la domandae il gelo è comunque sempre lo stesso, anche se i fari,oggi più che mai, sono aumentati di numero, lo sono a dismisura e i cartocci sono oggi enormemente gonfi, coloratissimi, accattivanti e, alla fin fine, solo l’involucro è, tra tanti artati suggerimenti, l’agognato premio che ci sarà dato.