Quello che la rende una figura interessante non è soltanto la qualità della sua voce. È il suo modo di guardare le donne che interpreta
Giovedi, 04/06/2026
Prima che arrivassero i teatri, le luci dell’Arena di Verona e gli applausi dei grandi palcoscenici, c’erano il sole sui campi, il profumo del fieno appena tagliato e una tavola lunga dove nessuno mangiava da solo.
Elena Borin viene da lì.
Da Castagnaro, nella campagna veneta, da una famiglia numerosa, da un mondo che oggi sembra quasi un racconto: il padre agricoltore, sette fratelli, i cugini che entravano e uscivano di casa senza bussare, i vicini che diventavano famiglia, le feste di paese, le sagre, la banda musicale, le messe cantate.
Un’Italia popolare dove la musica non era spettacolo ma condivisione. Si cantava insieme. Si viveva insieme.
Ricordi luminosi di un mondo che le voleva bene perché a volte il talento nasce come una grazia.
La maestra seppe riconoscere le doti di Elena e fu lei a insistere che dovesse prendere lezioni da suo figlio musicista.
La maestra insisteva: quella bambina doveva studiare musica. La madre, con la determinazione silenziosa delle donne abituate a reggere il mondo senza clamore, decise di crederci.
Due donne riconobbero un talento quando ancora non aveva un nome.
A volte la storia di una vita cambia perché qualcuno vede in noi ciò che noi stessi non sappiamo ancora vedere.
Elena studiava, suonava e cantava i repertori più diversi in ogni occasione. Accompagnava i vecchi musicisti della banda del paese, imparando non soltanto la tecnica ma anche il valore umano della musica. Poi arrivò un gesto che ancora oggi racconta più di molte parole.
Suo padre prese i risparmi di anni di lavoro nei campi e le comprò un clarinetto. Due milioni e mezzo di lire. Una cifra importante per una famiglia numerosa.
Non era soltanto uno strumento.
Era una dichiarazione d’amore e di fiducia.
Cominciarono così gli anni delle corse in bicicletta tra scuola e conservatorio, con il freddo dell’inverno e la stanchezza che non riusciva mai a fermare la passione. Elena arrivò al Conservatorio “Lucio Campiani” di Mantova, dove si formò come cantante lirica, costruendo passo dopo passo il proprio futuro.
Ma nel frattempo, come spesso accade nelle storie che sembrano scritte da un romanziere, arrivò l’imprevisto.
Una cantante del gruppo Rondò Veneziano si ammalò. Serviva una sostituta immediata. Elena accettò.
Due giorni dopo si ritrovò sul palco del Rockefeller Center di New York.
Dalla campagna veneta a Manhattan.
Quasi senza il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo.
Era la sera in cui il Teatro La Fenice di Venezia veniva distrutto dalle fiamme. Mentre un simbolo della cultura italiana bruciava, una giovane artista muoveva i primi passi su una scena internazionale.
Un battesimo di fuoco nel senso più letterale e simbolico del termine.
Con Rondò Veneziano, uno dei progetti musicali italiani più originali e riconoscibili a livello internazionale ha girato per dieci anni il mondo. Elena ha fatto parte di questa fusion di musica barocca, strumenti classici, ritmiche e arrangiamenti contemporanei ma con scenografie e costumi storici.
Successivamente la sua carriera l’ha portata nei principali teatri italiani, dall’Arena di Verona al Teatro Regio di Parma, affrontando il grande repertorio di Verdi, Puccini e Donizetti.
Ma ciò che rende Elena Borin una figura interessante non è soltanto la qualità della sua voce.
È il suo modo di guardare le donne che interpreta.
Per troppo tempo l’opera lirica è stata raccontata attraverso stereotipi femminili: l’innamorata, la seduttrice, la vittima, la martire. Eppure i personaggi creati dai grandi compositori contengono molto di più.
Elena lo sa bene.
Per questo nelle sue interpretazioni cerca sempre la persona dietro il personaggio.
La Musetta della ‘Bohème’ non è semplicemente una civetta brillante. È una donna che conosce il proprio valore e rivendica la propria libertà. Giannetta, nell’’Elisir d’amore’, non è una figurina comica ma una presenza viva, ironica e intelligente. Anche nei ruoli più drammatici, Elena evita il melodramma fine a se stesso per cercare una verità emotiva che possa parlare al pubblico di oggi.
Fra pochi giorni la vedremo nei panni di Anna, la sorella del re babilonese, nel ‘Nabucco’ di Verdi.
Un’opera che ama profondamente perché, racconta, contiene figure femminili sorprendentemente moderne. Donne che agiscono, scelgono, desiderano, si ribellano. Donne che non restano sullo sfondo della storia.
Forse è proprio qui il segreto della sua arte.
Elena Borin non canta soltanto le eroine di Verdi. Le ascolta.
Ne raccoglie le fragilità, il coraggio, le contraddizioni. Le restituisce al pubblico come donne vere, non come ruoli iconici.
In un tempo in cui molte donne stanno rileggendo il proprio posto nella cultura e nella rappresentazione artistica, anche il teatro musicale può diventare uno spazio di trasformazione. Riscoprire le protagoniste dell’opera con uno sguardo meno stereotipato significa restituire voce a emozioni, desideri e contraddizioni che parlano ancora al presente.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Elena Borin: la capacità di abitare la tradizione senza subirla, portando nei personaggi femminili energia, ironia, fragilità e forza.
E forse questa capacità nasce proprio dalle sue radici.
Da quella bambina che correva in bicicletta lungo le strade di campagna.
Da quella madre che le ha insegnato a credere in sé stessa.
Da quella maestra che ha riconosciuto il talento prima di tutti.
Perché dietro ogni donna che riesce a trovare la propria voce c’è quasi sempre un’altra donna che, un giorno, le ha insegnato a usarla.
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