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Enzo Baldini e il binomio 'Speranza e Utopia' al Festival di Bioetica 2026

Enzo Baldini e il binomio 'Speranza e Utopia' al Festival di Bioetica 2026

"La speranza ci mette in movimento anche quando il presente non ci convince. Non ha bisogno di prove, ha bisogno di respiro. L'utopia invece è un disegno, è la mappa di un mondo che non esiste ancora..."

Lunedi, 17/08/2026

In vista del Festival di Bioetica 2026, organizzato dall'Istituto Italiano di Bioetica e giunto alla decima edizione, (Rapallo 4 e 5 settembre) abbiamo intervistato il prof. Enzo Baldini.

Il binomio 'Speranza e Utopia' scelto per la sessione che lei coordina è una provocazione oppure vuole essere una porta spalancata su possibilità che esistono e che possiamo/dobbiamo imparare a 'vedere'?
Nessuna provocazione, ma un binomio molto interessante, peraltro sempre più al centro di riflessioni che riguardano il nostro presente e il nostro futuro.
La speranza ci mette in movimento anche quando il presente non ci convince. Non ha bisogno di prove, ha bisogno di respiro. L'utopia invece è un disegno, è la mappa di un mondo che non esiste ancora, ma che ci serve per misurare quanto è distorto quello in cui siamo. Non è fuga, è progetto.
Infatti, la speranza ci insegna che la realtà in cui viviamo è incompiuta e lacunosa; l’utopia ci fornisce gli strumenti per pensare la sua possibile compiutezza. Senza la speranza, l’utopia può diventare una costruzione ingegneristica, può sfociare in forme totalitarie. Senza utopia, la speranza è muta, o meglio, diventa consolazione privata, tiene in vita l’individuo, ma disarma la collettività. La speranza è intima, l'utopia è collettiva, ma insieme funzionano al meglio: la speranza ci fa sopravvivere al presente, l'utopia ci impedisce di rassegnarci ad esso. Ma qui siamo già oltre l’utopia letteraria incarnata, anzi inaugurata, da Thomas More.
Come è stato puntualmente ribadito (in particolare da François Hartog), oggi viviamo in una sorta di ‘regime di presentismo’: un presente dilagante che ha assorbito passato e futuro. Spesso il futuro non è più una promessa ma una minaccia: crisi climatica, guerra, intelligenza artificiale.In questo contesto l’anti-utopismo diventa un diffuso senso comune, per di più associato alla convinzione che le utopie hanno generato solo disastri sociali e politici.
In realtà, troppo spesso confondiamo l’utopia come piano e progetto da realizzare con l’utopia come vitale e salvifico metodo critico, rinunciando al quale ci condanniamo alla gestione dell’esistente.
Ecco perché oggi uno dei nostri compiti primari non è quello di mettere a punto utopie sistematiche e portatrici di verità inoppugnabili, ma quello di mantenere viva la funzione di un’utopia critica: non descrivere isole perfette, ma impedire che il presente si descriva e si esalti come l’unica isola possibile.
Ma lasciamo da parte le perversioni utopiche politiche e sociali per tornare alle utopie classiche cinquecentesche che hanno dato origine alla tradizione letteraria. Ebbene, ognuna di queste (quella di More in testa) era profondamente radicata nel proprio tempo, con critiche, proposte e anche provocazioni. Possiamo quindi parlare a buon diritto di realismo in utopia, intendendolo, anzi, come una connotazione tutt’altro che marginale della letteratura utopica.
In etica, senza speranza non c’è scelta morale. Se il mondo è già determinato – da geni, algoritmi o mercato – allora l’agire etico è illusione. La speranza è la condizione di possibilità della responsabilità. Hans Jonas la traduce così: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra”. Puoi però farlo solo se speri che esista un “dopo”.
In politica, la speranza è capitale sociale. Le democrazie muoiono quando i cittadini smettono di credere che il voto cambi qualcosa. Il politico ha quindi un ‘compito bioetico’, quello di amministrare la speranza. Non promettere paradisi, ma garantire che il gioco resti aperto.


In quali prospettive affronteranno il tema i relatori: Roberto Mordacci, Oscar Meo, Marcello Zanatta?
Roberto Mordacci è professore ordinario di Filosofia morale e Filosofia della storia all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha dedicato due pubblicazioni recenti all’utopia: Ritorno a utopia (2020) e Critica e utopia (2023).
Interverrà su: L’inatteso realismo dell’utopia. Nel senso comune, l’utopia è l’immagine di una comunità politica perfetta e felice. Si concepiscono gli abitanti come dotati di una virtù e di una conoscenza superiori, tali da rendere la giustizia una pratica spontanea e condivisa. Niente di tutto questo corrisponde all’immagine tratteggiata da Sir Thomas More in Utopia (1516), il testo che diede origine al nome e al genere letterario. Gli abitanti di Utopia non hanno né virtù speciali né conoscenze superiori, semplicemente condividono uno stile di vita in cui “a nessuno manca il necessario”. Il racconto riferito da More è il lavoro dell’immaginazione politica che genera l’ipotesi di rovesciare l’iniquità, la miseria e l’oppressione di cui More stesso era testimone. Il metodo utopico è un metodo dialettico che nutre la speranza con l’analisi critica del presente e che offre l’immagine di una possibile trasformazione profonda della società.

Oscar Meo è stato professore associato di Estetica all’Università di Genova, dove ha insegnato anche Teoria dell’oggetto estetico. Si è occupato dei rapporti fra estetica, semiotica e teoria dei processi cognitivi. Ha pubblicato numerosi saggi e monografie sul pensiero filosofico tedesco, in particolar modo su Kant, ma anche su Leibniz, Hegel e Freud.
Interverrà su: La speranza: alcuni aspetti filosofici e psicologici. La speranza può essere variamente interpretata come illusione, sorretta da una sorta di fiducia magica, o, all’opposto, come rilevante dal punto di vista motivazionale, perché produce un cambiamento del soggetto nei confronti della realtà e dà luogo a diverse modalità di costruzione del mondo. Occorre poi tenere conto dell’esistenza di diversi atteggiamenti possibili, fino al caso-limite dello “sperare contro la speranza”, che si presenta allorché la probabilità dell’evento desiderato appare nulla o quasi.

Marcello Zanatta è stato professore ordinario di Storia della filosofia antica presso l’Università della Calabria; vi ha insegnato anche Storia della retorica classica. È specialista di Aristotele, al quale ha dedicato numerosi volumi e saggi; ha inoltre curato l’edizione italiana di molte sue opere. Si è pure occupato del pensiero stoico e della retorica giudiziaria alle soglie dell’era romana.
Interverrà su: La natura simbolica della speranza tra etica, teologia e utopia. “Speranza” non denota un concetto, nel significato tecnico del termine, per la pluralità dei sensi che assume, di contro all’univocità del concetto qua talis; è semplicemente una nozione. E una nozione assiologicamente caratterizzata in modo molto diverso nella storia del pensiero occidentale. Si tratta di determinare che tipo di nozione rappresenta. La proposta che avanzo è che costituisce un SIMBOLO della trascendenza quale carattere proprio dell’esistere dell’uomo.

Intervista a cura di Tiziana Bartolini
 

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