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Grazia Deledda: l' epopea di una donna libera.

Grazia Deledda: l' epopea di una donna libera.

Sono trascorsi 100 anni dall' assegnazione del Nobel per la letteratura a Grazia Deledda: unica donna italiana ad aver ricevuto il prestigioso riconoscimento, eppure la scrittrice sarda è ancora poco nota.

Domenica, 28/06/2026

Nata a Nuoro da una famiglia benestante nel 1871, Grazia Deledda è l'unica donna italiana ad aver vinto, nel 1926, un premio Nobel: quello per la Letteratura. La sua parabola biografica, per il tempo e lo spazio in cui si svolse, fu un'epopea dedicata alla letteratura in una terra magica quanto arcaica come la Sardegna, in un periodo storico in cui dalle donne, anche se benestanti, ci si aspettava altro. Eppure, a cento anni dall'assegnazione del Nobel, la sua vita e le sue opere sono poco note al grande pubblico e, anche nelle storie della letteratura per le scuole superiori, le pagine a lei dedicate sono marginali e, per lo più, indirizzate a inserirla negli stretti confini del verismo folklorico quando, invece, nelle sue pagine è possibile riconoscere gli influssi del Romanticismo e del Decadentismo, con interessanti rimandi alla letteratura russa, in particolare alle opere di Tolstoj e Dostoevskij. Ricordare la sua biografia e le sue opere assume un particolare significato in questi giorni, in cui si celebrano gli ottant'anni della Repubblica italiana e del suffragio universale, considerando che nel 1909 la scrittrice nuorese fu, provocatoriamente, candidata nel proprio collegio alle elezioni parlamentari. Dalle sue confidenze letterarie, raccolte nel romanzo autobiografico Cosima, edito postumo, apprendiamo che «aveva ereditato dal padre e dagli avi paterni, quasi tutti agricoltori e pastori, quindi patriarcalmente uniti alla terra e alla natura, un fondo di bontà, d'intelligenza, di filosofia, e sentiva profonda la gioia di vivere (...) era, sebbene gracile e magra, sana e relativamente agile e forte. Piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli, con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse d'origine libica, con lo stesso profilo un po' camuso, i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato; aveva però una carnagione chiara e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla appunto delle donne di razza camitica, che un poeta latino chiamò doppia pupilla, di un fascino passionale, irresistibile».
Un'importante testimonianza sulla formazione deleddiana è costituita dall'epistolario con lo scrittore calabrese Giovanni De Nava, cui, nel 2015, Ludovica De Nava ha dedicato una biografia romanzata intitolata La quercia e la rosa. Storia di un amore importante di Grazia Deledda. E proprio i suoi amori rappresentano una vicenda importante della sua biografia, fino al matrimonio, celebrato nel 1900, con Pietro Madesani, che fece molto parlare perché, in controtendenza rispetto ai suoi tempi, per trasferirsi a Roma e diventare l'agente letterario della moglie, si licenziò dal proprio impiego statale. L'assegnazione del Nobel, giunta a Grazia Deledda nel 1926, produsse una vivace contrapposizione fra la scrittrice sarda e il regime di Mussolini. Ad attirare l'attenzione del Duce verso la Deledda erano stati i temi che ella affrontava, ossia la descrizione dell'antica e magica Sardegna. Dopo averle donato una propria fotografia in una cornice d'argento con la dedica «A Grazia Deledda con profonda ammirazione», il Duce le chiese se potesse fare qualcosa per lei. L'unica richiesta della Deledda fu la clemenza per Elias Sanna, proprietario della sua casa natale di Nuoro, che era al confino, ma del quale la scrittrice poteva garantire l'onestà sotto tutti i punti di vista. Appena congedata da Mussolini, Grazia Deledda fu avvicinata da un funzionario che le chiese cosa volesse fare per il fascismo ed ella rispose sibillinamente: «L'arte non conosce politica».
Più noto è il rapporto conflittuale fra Grazia Deledda e Luigi Pirandello. Al di là delle antipatie fra i due scrittori del Meridione italiano, fece molto parlare, nel 1911, il romanzo Suo marito. Nel romanzo si racconta la vicenda di Giustino Boggiolo, impiegato di modesta cultura che aveva sposato la giovane scrittrice Silvia Roncella e che, dopo che questa era diventata famosa, rivelò uno straordinario fiuto per gli affari, curando per la moglie i rapporti con editori, critici, giornalisti, traduttori e pubblico. Questa frenetica attività aveva però esposto Giustino ai lazzi dei colleghi, che lo chiamavano Roncella, facendogli addirittura trovare biglietti da visita intestati a «Giustino Roncella nato Boggiolo». Silvia, che nel romanzo è sua moglie, non sopportando più tale situazione, si separa dal marito, cedendo al corteggiamento di un maturo scrittore, e il romanzo si conclude con il dramma interiore di entrambi, chiusi in una tristezza esistenziale. La reazione della Deledda al romanzo di Pirandello fu furente, tanto che riuscì a impedirne la ristampa. L'opera pirandelliana sarebbe stata ripubblicata, postuma e incompiuta, soltanto nel 1941. La saggista Rossana Dedola, nel suo saggio Grazia Deledda: i luoghi, gli amori, ritiene che l'astio di Pirandello nei confronti della Deledda potrebbe essere collegato alla gelosia dello scrittore siciliano per il rapporto esistente fra i coniugi sardi. Pirandello, infatti, si sentiva intrappolato nel proprio matrimonio con Antonietta Portulano. Tra i due non vi era una grande comunicazione, tanto che pare che Pirandello parlasse a malapena con Antonietta, non ritenendola in grado di comprendere né i problemi legati alla sua attività di scrittore né quelli connessi al suo lavoro di docente di linguistica presso l'Istituto Superiore di Magistero. Col tempo Antonietta sarebbe addirittura impazzita, fino a essere internata nel 1919.
Francesco Rizza

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