"I vagabondi", capolavoro di Olga Tokarczuk, narra dell'interconnessione tra il viaggiatore e l'universo attraverso racconti che non smettono di incantarci.
Mercoledi, 25/03/2026 - Conobbi Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura nel 2018, leggendo il suo "I vagabondi", titolo italiano dato al quasi intraducibile "Bieguni": si trattava di una raccolta di racconti sul senso del viaggio o, meglio, sullo "spostamento/spaesamento" del viaggiatore.
"I racconti hanno una specie di inerzia propria" scriveva l'autrice "che non si può mai controllare fino in fondo. Richiedono gente come me, insicura, indecisa, facile da sviare, ingenua".
La distanza che il viaggio crea, rispetto al quotidiano, può darci risposte sul nostro essere al mondo o, quanto meno, aiuta a porci delle domande. Lo spostamento è vita, rompe lo schema, la ripetizione, la contabilità ordinata dei giorni.
"Più pause nello spazio, e quindi più luoghi sperimentiamo, più il tempo scorre in modo soggettivo".
Lo spazio di cui l'autrice ci narra è soprattutto un luogo mentale che nasce dall'osservazione e dalla riscrittura dei codici. Il luogo è - innanzitutto - il corpo, e così la Tokarczuk ci racconta del cuore di Chopin, di dissezioni su tavoli autoptici, di reti di vene e muscoli che il bisturi incide. Philip Verheyen, studioso a cui avevano amputato una gamba, lavorò all'atlante del corpo umano come se si trattasse del mondo delle terre emerse. L'arto mancante gli procurava dolore quasi quell'assenza fosse comunque parte di un tutto collegato in maniera invisibile.
E così, allo stesso modo, il viaggiatore cerca nei luoghi l'assoluto di cui fa parte, l'interconnessione tra lui e l'universo da cui la nascita lo ha separato, immettendolo nel mondo della materia e dello spazio-tempo.
"I vagabondi" è un atlante che ha per oggetto lo sguardo del pellegrino, di colui che parte lasciando i luoghi consueti, i rapporti sperimentati, i sentimenti che il tempo ha ingrigito e vuotato di senso. È un'opera che indaga il potere del corpo e i suoi limiti, il modo in cui chi comanda ci imprigiona senza poter impedire alla nostra anima di manifestarsi, di andare oltre le gabbie.
E dunque case, isole, aeroporti, sale d'anatomia, relazioni, navi, nulla può impedire al pellegrino di essere tale, di continuare a porsi l'eterno quesito sul senso della vita. Forse, si chiede l'autrice, il dolore che Verheyen prova, e che viene da ciò che non c'è più, dal suo arto amputato, è Dio?
Ed è Dio, allo stesso tempo, il richiamo della carne che Anna, la sorella dello scienziato Ruysch, avverte quando vede nel porto, nella braccia tatuate di un marinaio, la vita che si è negata? "Quel grande corpo voluminoso le fa una grande impressione (...). Sente le gambe lente e pesanti mentre il corpo di apre dal basso, è questo che sente - si apre a quelle braccia".
Scrivere è un modo per "esplorare", e questa raccolta di racconti sa dircelo con potenza: disegnare l'anatomia della nostra vita, la fluidità delle nostre emozioni, trattenerle e conservarle - "ci plastineremo immergendoci nella formalina di pagine e frasi" - è una maniera per comprendere forse il luogo per la prima volta.
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