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Il 2 giugno. Il voto delle donne

Il 2 giugno. Il voto delle donne

Le nonne, noi continuiamo a votare. E "... diamo loro retta se ci dicono che andare a votare è già un gesto di pace.."

Mercoledi, 27/05/2026

È sempre una data davvero fondamentale: il 2 giugno 1948 racconta che le donne avevano potuto votare la Repubblica non solo perché erano cittadine di pieno diritto come gli uomini, ma perché il paese era tornato libero e diventava una democrazia.
Le donne avevano desiderato partecipare alla vita reale del loro Paese anche prima e ci avevamo già provato con un Mussolini largo di promesse, ma il “duce” non intendeva dare diritti di cittadinanza libera a nessuno: sostituì i sindaci con i podestà, abolì i consigli comunali e non ci furono più elezioni.
Le donne divennero importanti per lo Stato perché servivano la Patria come riproduttrici e i loro bambini sarebbero diventati carne da fabbrica o da cannone secondo i “valori” del regime.
Ma questo è il 2 giugno 2026: la memoria delle nonne evoca per le nipoti la libertà, che debbono integrare in rapporto al significato del loro genere; i quasi ottant’anni che ci distanziano per le donne non sono passati invano.
Mi piace ricordare che la data è, a modo nostro, “patriottica” e fonte di orgoglio per l’onda di nuova responsabilità che l’esercizio del voto che esercitiamo ancora, anche se non tutte: non è ancora realmente universale, anche se è stato ovunque conquistato dopo dure lotte. Ringraziando il libro di Raffaella Baritono e Vinzia Fiorino sul voto alle donne inteso come ‘Una storia Globale’, impariamo che in Finlandia ci arrivarono nel 1906, in Messico nel 1953, in Iran nel 1963, in Sudafrica nel 1994.
La volontà tenace di tutte emerge sempre faticosamente e si afferma nel diritto a quel voto che gli Stati concedono con la riserva che le donne non sapranno contendergli il potere.
Il pregiudizio limita la messa in opera del diritto formale, che non va trascurato una volta acquisito.
In Occidente il voto risente dell’usura che dipende dalla scarsa tenuta della coscienza popolare. Si tende a non comprendere fino in fondo che con il voto il popolo sovrano sceglie la rappresentanza dei propri interessi che troveranno la risposta migliore nel Parlamento, dove hanno voce i due poteri eletti, il governo e l’opposizione.
Noi restiamo i cittadini, con l’obbligo dell’attenzione politica costante e coerente.
Le cittadine debbono vedere realizzate le loro aspirazioni di un ordine diverso, in cui la loro voce risuoni senza limitarsi a fare eco.
Immagino il 2 giugno 1948: la partigiana Teresa Mattei, classe 1921, che preferisco chiamare Chicchi, doveva sentire la festa della vittoria anche personale. Nel suo seggio in Parlamento sentiva risarcite le sofferenze della lotta e le sembrava significativo esserci come donna. Bruciavano già meno le crudeltà della guerra, il ricordo dell’arresto dai nazifascisti e delle sevizie, quelle riservate alle donne, e anche il suo sì alla morte di Giovanni Gentile. Le veniva in mente che bisognava dare spazio anche a qualche simbolo del valore femminile: avrebbe inventato la mimosa dell’8 marzo. Ma non si aspettava che a una compagna fidata come lei, per evitare lo scandalo di una parlamentare comunista incinta di un uomo sposato, il capo del suo partito le chiedesse di abortire. Ancora oggi in Italia l’aborto fa problema: sappiamo che il diritto non è l’aborto, ma la libertà della donna di decidere di sé, della sua responsabilità, del suo corpo.
Personalmente ho contribuito a votare una legge compatibile con le situazioni date in Parlamento. Mi resta la pena di non aver visto negli anni nessun impegno serio per eliminare la stortura del medico che si può fare obiettore di coscienza.
Conosco tutta la serie di leggi e leggine con cui le donne hanno superato discriminazioni e pregiudizi, ma la parità oggi si è distorta: debbono essere aggiustati tutti gli imbrogli che inducono la lavoratrice madre a non avere le stesse condizioni lavorative e pensionistiche dell’uomo, ma non basta.
Non so se qualcuna di voi ha visto la vignetta della donna che, con in mano un bicchiere, tristemente dice “non ne posso più di dover conciliare lavoro e famiglia: non si potrebbero abolire tutti e due?”.
Oggi molte donne, soprattutto giovani, pensano “ma che brava mia nonna il 2 giugno 1948, ma io voto oggi. Ma della Meloni non ho colpa, anche se so che il mio non-voto è andato a suo vantaggio. Ma la parità che di dà la possibilità di essere soldata nelle prossime guerre non mi interessa”.
Allora diciamo a tutte quelle che si occupano perfino di NOIDONNE, che tocca ancora alle nonne, ma anche alle donne che fanno politica, che frequentano sedi di partito o sindacati, o associazioni o chiese o circoli o fondazioni e a quelle che addirittura vogliono dare una mano e accettano cariche: dobbiamo rompere le scatole agli amici politici perché si accorgano che siamo il 52% dell’elettorato e abbiamo “valore”. Alla luce di quel che nel 1946, la prima volta che una donna prese la parola a Montecitorio, disse una democristiana come Angela Cingolani Guidi che avvertì i signori colleghi: “Non si tema, per questo nostro intervento quasi un ritorno a un rinnovato matriarcato, seppure mai esistito! Abbiamo troppo fiuto politico per aspirare a ciò; comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!”.
Le nonne non vanno solo rispettate; per buona educazione diamo loro retta se ci dicono che andare a votare sempre è già un gesto di pace.
 

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