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Il coraggio di essere Nada: donna, poeta mediterranea

Il coraggio di essere Nada: donna, poeta mediterranea

“Mentre si amputa la memoria e si bruciano gli ulivi, mentre si strappa al bambino il paesaggio e all’adulto il suo vissuto, ogni libanese emigrato si rannicchia sulla propria tavola di salvezza. La mia è la poesia”

Sabato, 09/05/2026 - Nada Skaff è libanese, poeta, fin dentro le pieghe del suo cuore e delle sue azioni, perché poeta nel modo di affrontare la vita e le sue contraddizioni, poeta nel desiderio di vita, che riesce a svelare fin dentro le oscurità dei dolori. Poliedrica nel dialogo, fine ascoltatrice delle voci altrui, apre lo sguardo nel porsi alla comprensione dei fatti e degli altri senza pregiudizi. Madre, educatrice, creatrice e ideatrice di particolari e preziosi gioielli, incontrarla e parlarle prende ancor più senso se si percepisce fino in fondo il suo essere donna nelle parole della poesia, il linguaggio che unisce oltre ogni sillaba di violenza e di guerra.
Nell’incontro organizzato da Café Philo - Napoli il 18 aprile u.s, è nata l’atmosfera giusta per poter segnare un momento di emozione, di vera condivisione e partecipazione. Ha scritto Nada: “Mentre si amputa la memoria e si bruciano gli ulivi, mentre si strappa al bambino il paesaggio e all’adulto il suo vissuto, ogni libanese emigrato si rannicchia sulla propria tavola di salvezza. La mia è la poesia”.

Nada, il Libano non è solo la terra in cui sei nata, è la tua realtà più intima. (cito Quante volte: “Quante volte mi sono chinata con la mente / sulla terra che mi ha visto crescere ..” oppure Torre saracena: “Galleggiano come miraggi marini /profumi di scorze di agrumi/mischiati con schiuma bianca di saline...” o ancora in Beirut: “Torno Beirut per fasciare le tue piaghe,/ torno e chiudo le brecce dove s’infiltrano le spighe…”)
Con il passare del tempo e con gli eventi tragici che scuotono il mondo, l’appartenenza alla mia terra di origine è diventata impellente. La terra richiama a sé, esattamente come farebbe un figlio che soffre. Forse si diventa sempre più libanesi, così come si diventa sempre più se stessi.
Esiste inoltre un legame misterioso, quasi mistico, con la città in cui sono nata. Spesso mi sono soffermata su questo pensiero: io sono Beirut. Detto con leggerezza, siamo fatte l’una per l’altra. Quando torno nella mia città, assaporo ogni istante, ogni secondo. Vivere lontano decuplica probabilmente il piacere del ritorno. Il mio sguardo si fa più attento, i sensi più vigili, non tanto per recuperare il tempo perduto, quanto per una profonda consapevolezza della fortuna di essere nata lì. Sono una nomade, e Beirut insegna ad aprire lo sguardo al mondo.

Ora che di nuovo i cedri, il mare, gli ulivi, la terra, le città del tuo Libano sono violentate, oppresse, distrutte come leggi i “fatti”, gli “accadimenti” della storia? Destino, errori umani…. ( cito Torna sempre questa sete: “È destino del corpo errare / verso la fonte, oltre l’Oronte” oppure in La Meraviglia: “È brutto questo risveglio / con il gusto del disamore in bocca..Bisogna spiegare ai folli / che due linee parallele non s’incontrano mai…” o ancora in La verità è un boomerang : “La verità è un boomerang. / Lo è sempre stata. Piano piano questa consapevolezza sta penetrando la nostra memoria…”
Gli eventi sembrano riguardare una piccola porzione del mondo, ma le loro conseguenze sono ormai globali. Eppure il mondo continua a scorrere, indifferente. Mi sento alienata, come se la mia mente fosse separata dal corpo. È come portare addosso un cartello invisibile: “vengo da una terra squarciata”.
Vedo immagini insostenibili: terre bruciate dal fosforo, animali feriti sotto le macerie, resti di bambini che nessuno riesce a trovare. E tuttavia rifiuto l’idea di una terra destinata a essere martoriata. Mi ribello a ogni ingiustizia, a ogni usurpazione. Le responsabilità sono umane, affondano in errori antichi. L’Europa e il mondo occidentale portano ancora il peso di un’eredità coloniale a cui faticano a rinunciare.
Sento di vivere due guerre: una interiore, fatta di rabbia compressa che continua a ferirmi; l’altra esterna, assurda e profondamente ingiusta, che scorre davanti ai miei occhi. L’erranza di cui parlo è un ritorno alla fonte: per me, il destino coincide con il ritorno.

La Poesia. (Frutto poema : “Quanto sono felice,/quando germoglia la poesia/ sulle ceneri del sentimento/ per dare un senso a tutto ciò che è morto/ per aver così ferocemente vissuto...”) Confidaci due motivi per credere nella forza della parola poetica..
La parola poetica è, prima di tutto, libertà. Diventa subito per il poeta uno strumento indispensabile: permette di diventare sé stessi, di affrontare i propri demoni, di resistere alle sconfitte, di esprimere ciò che il linguaggio comune non riesce a dire. Costruisce ponti che permettono di superare divisioni incolmabili e dà voce alla denuncia delle ingiustizie. Le parole assumono significati completamente diversi da quelli consueti. Per me la poesia è salvezza, è l’occasione di risorgere continuamente attraverso il linguaggio.
Ma è anche un’arma contro la malvagità. Il poeta può dire l’indicibile con dolcezza e forza insieme. Non è un caso che i poeti siano spesso messi a tacere: la loro parola possiede poteri enormi.
La poesia è un antidoto al male, genera speranza, trasmette un messaggio di uguaglianza, invita all’umiltà. È comunione e armonia con il cosmo. È lotta per la giustizia, per il diritto di ogni essere vivente a esistere.

Parli in modo corrente diverse lingue; qual è il tuo rapporto con le parole, il linguaggio? Ne senti uno più tuo? (da Sotto lo spazio celeste : “Sotto lo spazio celeste, ho teso le braccia per la raccolta di ogni stella cadente; / si foravano le mie palme, piene della raccolta di parole / scottanti…” oppure in Estranea : “Estranea al linguaggio / estranea alle parole./ queste sfioro senza penetrarne il senso e senza esserne penetrata”)
Esiste un detto libanese secondo cui siamo tante persone quante sono le lingue che parliamo. La cosa ha in sé qualcosa di straordinario. Esistono parole e concetti intraducibili, e proprio in questo si rivela la ricchezza del linguaggio. Per me, il linguaggio è potere: permette di comprendere, trasmettere, persuadere, viaggiare, esplorare. È anche uno spazio inesauribile di esplorazione.
La lingua in cui mi esprimo con maggiore naturalezza è il francese: mi consente una maggiore precisione ed efficacia espressiva. Tuttavia, ogni lingua apre un varco diverso. Una lingua può anche aiutare a mascherarsi: a volte l’italiano mi offre una libertà che il francese o il dialetto libanese, per pudore, non mi concedono. Con lo spagnolo ricordo di aver vissuto un flechazo, un vero e proprio colpo di fulmine.
Resto convinta che la poesia, prima ancora di essere parola, sia sguardo sul mondo. Non mi stanco di ripeterlo: esistono poesie mute, impossibile da tradurre in parole. Possiamo solo accoglierle. Le parole talvolta ci tradiscono, altre volte ci aiutano ad avvicinarci al senso che cerchiamo. Non esiste la perfezione. L’unica certezza è sempre la morte.

Il tuo rapporto con Napoli, con Torre del Greco - dove vivi -; come puoi definirli ( da Napoli : “perché truccarsi? / Perchè vestirsi? / Tutto è sole /tutto è parure, tutto è corallo)..
All’Italia devo molto, a partire da eventi fondamentali della mia vita. Trasferirmi qui ha rappresentato una sfida profonda: cambiare continente, lingua, cultura. A Napoli ho ripreso gli studi, ho camminato, osservato, imparato ad ascoltare la città. E me ne sono innamorata.
Anche le città hanno un carattere, una loro personalità. Napoli ha un carattere forte e aperto insieme. Richiede rispetto, ma sa accogliere con generosità chi la comprende. Ha radici profonde e uno sguardo rivolto al mondo. È, per me, come una mano tesa sul mare. Chi arriva con un messaggio razzista non riesce a penetrarne l’anima.
Oggi mi sento a tutti gli effetti anche napoletana. Torre del Greco ha tuttavia un ritmo diverso, forse meno ampio. Ma sono abituata a ignorare le frontiere mentali e geografiche. La poesia e la lettura aiutano a viaggiare. Il Vesuvio, il mare, la natura sono una sorgente infinita di energia e di ispirazione.

Nella tua vita di donna qual è stata l’esperienza più importante? E nella tua vita professionale?
Nella mia vita di donna, sul piano personale, l’esperienza più importante è stata, senza esitazione, la nascita dei miei figli e l’incontro con il loro padre. Ne sono sempre più consapevole. Sono i cardini della mia esistenza.
Sul piano professionale più momenti hanno lasciato un segno. L’esperienza giornalistica a Beirut all’inizio degli anni ’90 è stata fondamentale. In seguito, posso evocare gli studi a Napoli e la pubblicazione delle mie raccolte di poesia, sia in francese sia in arabo o in italiano. Anche le mostre realizzate con la presentazione dei gioielli che continuo a disegnare sono state importanti. Ogni atto creativo rappresenta per me una fonte di felicità.

Quanto l’essere donna è stato elemento determinante nelle tue scelte (di ostacolo, di discriminazione..)?
Mi considero fortunata. Ho avuto un padre forte, rispettoso e molto affettuoso. Nonostante gli anni di guerra, ho avuto un’infanzia felice e armoniosa. L’esempio dei miei genitori mi ha trasmesso equilibrio e fiducia. Questo mi ha portata a credere profondamente nel potenziale delle donne. Non ho vissuto l’essere donna come un limite. Al contrario, considero ogni discriminazione un segno di arretratezza culturale. Il maschilismo, la violenza, i femminicidi sono per me atti dettati dalla debolezza e dalla paura di perdere il controllo sulla vita delle donne.
Le donne possiedono una straordinaria capacità di essere molte cose insieme, di agire su più livelli. Sono una forza vitale della società. Più che rivendicare, credo sia fondamentale educare e valorizzare questo potenziale.

Immigrata. Immigrazione. Il senso per te di queste parole...
È fatica, talvolta. È nostalgia. In questo momento penso alla terrazza sul mare di Byblos.
L’immigrato corre un rischio enorme: fa un salto nel vuoto. Dietro di sé ha lasciato mattinate bagnate dal sole, sorrisi rassicuranti, spiagge azzurre o deserti splendidi. È un essere pieno di misteri che dovrebbe suscitare interesse, invito alla scoperta, al viaggio. Meriterebbe rispetto, non sospetto. Eppure suscita paura, diffidenza.
Non sono arrivata in Italia per fuggire, ma per scelta affettiva. Ma molti lo fanno per necessità, per sopravvivere.
Dovremmo ricordare che siamo tutti, in fondo, nomadi. Le nostre radici sono molteplici. Sapere da dove veniamo, non significa sapere dove noi — o i nostri figli — arriveremo. Bisogna superare i confini mentali e andare incontro all’altro.

Cos’è per Nada l’amore ? (da Al di là del bene e del male : “ Al di là del bene e del male c’è l’essenza dell’amore..” oppure in Il bacio : “Trascinavano terre diverse / mantelli sontuosi trascinavano, / popolati di fiabe d’infanzia…..In un bacio si unirono / mescolando linguen profumate di ginepro e di timo / suoni gutturali e sussurri cristallini. / Tutto si sciolse in un limpido mare nostrum / e annegò ogni pregiudizio”.
La definizione più alta resta per me quella di Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.
L’amore unisce, guarisce, dissolve i pregiudizi. È forza creatrice e salvifica.
Credo che chi distrugge non abbia conosciuto l’amore. Ogni forma autentica di amore è una possibilità di redenzione.
Amare significa entrare in relazione con l’altro, con il cosmo, con il senso profondo dell’esistenza. È, forse, l’unico modo oltre alla creazione artistica per sfiorare l’eternità.


Note bio
Nada Skaff è nata a Beirut nel 1969. Dopo studi di microbiologia all’Università Americana di Beirut, ha collaborato per quattro anni con un settimanale in lingua francese. Nel 1998, con suo marito, italiano, si è trasferita a Napoli dove ha conseguito una laurea magistrale in lingua e letteratura francese all’Università Orientale di Napoli. Creatrice di gioielli dal 2006, appassionata di poesia e di letteratura, è membro della giuria del premio internazionale di poesia “Leopold Sedar Senghor” e insegna francese nella scuola italiana dal 2016. Ha pubblicato nel 2013 la sua prima raccolta di poesie in lingua francese, “Fleur de sel”. Oltre a due brevi racconti, usciti con le edizioni dell’Università Orientale, “Il punto di rugiada” è la sua prima pubblicazione in italiano – MR editori - a cui segue nel 2023 “Nero di lava”. Fra i principali premi o riconoscimenti: 2021/ Premio di poesia “Stephen et Yolaine Blanchard” della città di Digione per la raccolta di poesie NUSA. - Agosto 2023:/ Menzione d’onore per la raccolta edita “Nero di lava” alla 9° edizione del premio “Ragunanza di Poesia, quanto partecipante di lingua madre non italiana e medaglia in quanto autrice in lingua italiana della raccolta “Nero di Lava” - 3 dicembre 2024: Premio di poesia “Laurentum Dante Alighieri” alla Camera dei deputati a Roma.
 
Le foto sono di Pasquale D'orso
I gioielli indossati da Nada sono sue creazioni


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