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Il protagonismo femminile del 2 giugno 1946/2026

Il protagonismo femminile del 2 giugno 1946/2026

La prima volta andarano al voto 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini...

Mercoledi, 10/06/2026

Mai così necessario come per questo “ottantesimo” ricordare il voto che ha fissato la scelta repubblicana in Italia, sapendo che non era bastata la stoltezza di un re che non applicò lo stato d’assedio per evitare la “Marcia su Roma” (espressione esplicita di attacco al cuore dello Stato) come richiesto dal presidente Facta. Per i monarchici non era bastata neppure la fuga a Brindisi e il ritardo nell’abdicazione quando tutto era perduto, anche l’onore di casa Savoia e fortunatamente la lotta partigiana e il CLN avevano salvato l’Italia a Parigi, al trattato dei vinti.
Vero che furono bravi De Gasperi e Togliatti che portarono al voto le donne, ma anche tra i politici che le avevano votate c’era il convincimento che, tanto, non sarebbero andate a votare.
Nemmeno in questi giorni si è detto abbastanza - e a cercarlo su google si fatica a sapere - che i votanti furono 13 milioni di donne e 12 di uomini. I numeri contano o basta il film della Cortellesi a deridere il padre-padrone?
Tuttavia la reticenza mostra che l’uomo teme non le donne al potere - gli stanno benissimo Meloni, Schlein e Von der Leyen - ma quello che le donne potrebbero fare se esprimessero quello che hanno dentro e tengono a rafforzare i ruoli comuni del comando per riportare alla loro ragione la libertà femminile.
Giulia Galeotti - sull’Osservatore Romano, 2 giugno ’46 - ricorda le curiosità e i paternalismo dell’epoca al comparire ai seggi elettorali non solo le donne, ma le suore. ”Pareva fossero qui a compiere il dovere senza opinioni politiche, senza una decisa preferenza per il re o per la repubblica o per N.S. Gesù Cristo, senza dramma interno, senza illuminazioni, senza amore. (…) intorno il gruppo di suore, magari di clausura, ignare anch’esse di Mrs. Pankurst (…). Care suore decrepite e venerabili che non vedevano il mondo (…) da cinquanta o sessant’anni (…). Sul tavolino, le due famose urne (…) ch’erano poi mediocri scatole di legno col buco sopra molto simile a quello del salvadanaio o della cassetta per le elemosine (…). Ah queste elettrici che si son trovate la pappa scodellata». Così l’11 giugno 1946 scrive sul «Corriere della Sera» Marino Moretti (1885-1979), romanziere e poeta crepuscolare”. E Benelli, sull’Avanti! del 9 aprile, nella sua Piccola cronaca di una grande giornata milanese:“una sezione sembra riservata alle monache. Se ne sono presentate 40 nel giro di due ore, silenziose, cogli occhi bassi, pudicamente. Erano molto confuse, sembrava che si domandassero “ma chi ce lo fa fare?”. Il quotidiano Risorgimento: “Per votare domenica se non si è conosciuti da qualcuno dei componenti del seggio occorre esibire un documento di identità. Ecco perché le suore — anche quelle di clausura — (…) sono state costrette a procurarsi una tessera postale poiché chi volete che le riconosca al seggio queste pie religiose che trascorrono la loro vita nell’austera serenità dei conventi tra la meditazione e le preghiere”? indirettamente risponde Meria Virginia Avoli di Prasomaso (Sondrio): “Reverendissima madrea Tresivio ci hanno giocato un cattivo tiro per le elezioni amministrative. Fin dallo scorso anno facemmo tutte le carte di identità; più volte mi interessai per le iscrizioni alle liste, sempre con risposta affermativa. Le ultime due venute le ho mandate di presenza al comune onde metterle in regola, quando all'ultimo momento ci siamo viste eliminate”. Ma esemplare e attuale è la conclusione sul quotidiano toscano La Falce Gesuina Equatori spiega la vittoria sul (presunto) astensionismo femminile (gli stereotipi travalicano i sessi) addirittura come reazione alla partecipazione delle religiose. “Madri, sorelle, spose il giorno che seppero che pure le suore di clausura andavano alle urne hanno detto tra sé: se queste donne sepolte vive, che senza aver sofferto come noi, vanno alle urne, perché noi non dobbiamo andare?”.
In tante occasioni passate - pensate quando si minacciavano i missili nucleari a Comiso - erano le donne a protestare in nome della loro competenza contro le guerre. Oggi la violenza delle armi - insieme con l’altra che arriva ai femminicidi - è tornata a imporsi con un riarmo che fa pensare a un futuro non tranquillo. Ma senza particolare reazione di donne, che non crediamo pronte a sentirsi soldate. Forse prima o poi saranno altre suore a ricordare (anche a Leone XIV) che sulla pace, se si vogliono maggioranze competenti per promuovere strategie alternative, non c’è da andare lontano: dovremmo essere lì, ovunque. O è già tardi?
 

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