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Il suicidio degli artisti tra condizionamenti sociali e di genere. Incontro con Susanna Schimperna

Il suicidio degli artisti tra condizionamenti sociali e di genere. Incontro con Susanna Schimperna

Come e perché l'idea di scrivere un libro dedicato a scrittori suicidi? Quali le differenti istanze che spingono a questa scelta uomini o donne? Tante domande all'autrice di “L'ultima pagina” (ed Iacobelli)

Martedi, 21/07/2020 - “Si può vivere in un inferno senza che gli altri se ne accorgano,
che capiscano quanto profondo e insopportabile sia il dolore”.


E' fresco di stampa “L'ultima pagina” il libro dedicato da Susanna Schimperna a venticinque scrittori e scrittrici che hanno scelto il suicidio, edito da Iacobelli.

Come e perché l'idea di scrivere un libro dedicato a scrittori suicidi ?
Sono sempre stata curiosa delle biografie degli artisti e in genere delle persone le cui opere mi colpiscono, non importa se positivamente o negativamente. Così nel tempo ho dovuto scoprire che di molti viene taciuto il suicidio, perché è ancora un tabù. Mi ricordo che stupore fu venire a sapere che Salgari si era suicidato, e che stupore fu per tanti che lo conoscevano quando cominciai a raccontarlo in giro, per esempio alla mia professoressa di italiano del liceo che ne aveva parlato in una lezione. Ho da subito pensato che questa rimozione fosse vile, ma soprattutto dolorosamente ingiusta. Il suicidio aveva fatto parte di quelle persone, non andava negato e men che mai trattato, come spesso accadeva, come una sorta di incidente doloso. Ancora più mi ha fatto infuriare la reazione di quelli a cui dicevo «Voglio fare un libro sugli scrittori che si sono uccisi». Sono stata sconsigliata da tutti. «Ma come ti viene in mente?», «Non venderai una copia», «Del suicidio è bene non parlare». Considerazioni che mi hanno incoraggiata, invece che fermata. Sul perché della scelta di limitare il mio libro agli scrittori, dipende sia dal fatto che io sono una grande lettrice, sia dal fatto che gli scrittori sono raccontabili attraverso estratti delle loro opere, passaggi che ho potuto proporre insieme al racconto delle loro storie.

L'atto del suicidio, o la scelta, sono contestualizzabili dal punto di vista storico ?
Credo che lo siano sempre e allo stesso tempo non lo siano. Si tratta di due elementi – la soggettività e lo scenario storico – che si sovrappongono e di cui non potremo mai sapere quale abbia prevalso, o se invece non si siano intrecciati e alimentati a vicenda in maniera devastante. Pierre Drieu la Rochelle era narcisisticamente deciso da sempre a farla finita prima di invecchiare, ma allo stesso tempo è stato ossessionato dalla decadenza del suo tempo, che vedeva dappertutto, in tutti, in se stesso. E non dimentichiamoci che dopo lo sbarco in Normandia e l’entrata a Parigi delle forze comandate dal generale Leclerc lui, collaborazionista e filonazista, deve fuggire, nascondersi.

Nell'antica Roma, come in altre realtà, il suicidio era spesso legato a una questione di onore o al fatto di essere caduti in disgrazia (Petronio, Seneca). In questi periodi l'evento era prerogativa prevalentemente maschile ?
Sicuramente la storia romana registra più suicidi “per onore” maschili che femminili, perché si davano la morte, spesso aiutati dagli schiavi, gli uomini che andavano in battaglia e venivano sconfitti o che appunto cadevano politicamente in disgrazia. Non pochi, quindi. Bruto, Cassio, Marco Antonio, Nerone… la lista è lunga. Toglierei Seneca perché al suicidio venne costretto, gli restò soltanto la scelta del come. Il suicidio, nei casi in cui si perdesse l’onore, era una scelta non solo socialmente approvata, ma incoraggiata. Anche le donne si suicidavano per onore, un onore (allora e in futuro, orribilmente) circoscritto alla loro zona genitale. Un onore violato da altri: stiamo parlando di stupro. La cittadina romana sposata, se stuprata doveva, per lavare l’onta, uccidersi. C’è in proposito l’episodio famoso, che secondo molti è semplice leggenda ma comunque ci dice molto sulla mentalità dell’epoca, di Lucrezia, stuprata dal figlio di Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma. Lucrezia, sposata, dovette uccidersi, ma a causa di questa vicenda Tarquinio il Superbo fu cacciato e a Roma nacque la repubblica.

Si può parlare oggi di “suicidio di genere”: differenti istanze che spingono a questa scelta uomini o donne?
Certo. Gli abusi sessuali continuano ad essere motivo di suicidio delle donne. Non più per lavare “onte” e accontentare la società, ma perché provocano ferite così profonde che a volte nulla riesce a rimarginarle, e quindi esistenze disperate, scelte autodistruttive. Per non parlare di bambini e bambine abusati, molestati, costretti a prostituirsi, venduti. Di chi viene bullizzata o bullizzato per la sua identità di genere.

In questo libro che è un po' un'indagine, questa drammatica scelta ha diverse valenze. Appare legata alla disillusione politica (Majakovskij, Sàndor Màrai, Cvetaeva, la Rochelle), alla follia (Artaud, Sarah Kane, Virginia Wolf), a un senso di inadeguatezza e all'incapacità di gestire le avversità della vita (Cesare Pavese, Emilio Salgari, Marina Cvetaeva). In quali di questi casi, nel sentire comune, il suicidio viene accettato come scelta possibile?
Suicidi oggi veramente accettati, e per accettati intendo che muovono a pietà, che non fanno gridare all’egoismo, sono quelli economici o in seguito a vessazioni particolarmente pesanti da parte dello Stato. Ieri si poteva piangere per chi fosse andato incontro alla morte per una forte fede religiosa, per un amore senza speranza, per un credo politico esasperato. L’elemento comune è sempre lo stesso: la possibilità di addossare la colpa a qualcuno. Si giustifica e compatisce il suicidio, si può piangere per chi si è ucciso, solo se c’è un colpevole su cui riversare la nostra rabbia Sicuramente, tra le scrittrici e gli scrittori di cui ho parlato, chi volesse esercitarsi a trovare un colpevole potrebbe farlo con Cvetaeva (il regime le uccise marito e due figlie, la comunità di esuli le negò appoggio morale e materiale), Artaud (la violenza dei trattamenti manicomiali), Salgari (gli editori sanguisughe si arricchirono coi suoi romanzi ma lasciarono lui alla fame), Plath (il marito Ted Hughes che l’abbandonò), Morselli (di nuovo gli editori, questa volta non sanguisughe bensì incapaci e sprezzanti), Pozzi (il padre oppressivo).

Il giudizio dei posteri (ma anche dei contemporanei) quanto è stato condizionato dalla cultura cattolica dominante nei nostri paesi ?
Molto. Per i cattolici togliersi la vita è un peccato mortale perché la vita non è in nostro potere, perché il nostro corpo è sede dello Spirito Santo. Fino a poco tempo fa (ma nella pratica, ancora adesso) persino gli antidolorifici venivano negati, perché la sofferenza era (è) considerata volere di Dio da accettare con rassegnazione e obbedienza. Figuriamoci il suicidio.

L'atto estremo viene giudicato da alcuni come scelta coraggiosa e lucida, da altri come resa e tentativo di fuga da una realtà ostile. Quale prevale tra le due nel caso di un artista ?
Penso non lo sappiano neppure gli artisti stessi che prendono questa decisione. Si fugge da qualcosa quando si pensa di non poter fare altro, e questo è razionale. Ma l’analisi lo è? È davvero razionale un’analisi che ti porta a credere di “non poter fare altro”? C’è nel suicida l’idea, spesso, di essere incapace di vivere, inadeguato a questa società. Una sorta di marchio, di stigmate. Una volta che questa idea si radica e intorno vi si coagula l’ipotesi del suicidio, è molto difficile tornare indietro.

Nel caso di artiste donne sembra prevalere l'influenza di una realtà patologica, e un legame profondo con il vissuto personale. Cosa hanno in comune in questo senso le vicende di Virginia Woolf, Sarah Kane, Sylvia Plath, e anche l'altra grande poetessa americana, amica della Plath: Anne Sexton ?
È vero. Scrittrici che hanno cercato di convivere, ciascuna immersa in una realtà sociale diversa, con stati d’animo spaventevoli, terribili. Veri inferni. Poi qualcosa ha provocato la caduta definitiva, la resa. Non sapremo mai che cosa per Virginia Woolf e per Pamela Moore, sappiamo che è stato un abbandono per Kane e Plath. Si può vivere in un inferno senza che gli altri se ne accorgano, che capiscano quanto profondo e insopportabile sia il dolore. Hanno resistito più che potevano, hanno scritto cose notevoli, hanno cercato di vivere nel mondo, hanno avuto rapporti d’amore: tutto questo, costantemente immerse in un disagio angoscioso. Sotto un certo punto di vista secondo me sono state donne molto forti. Sofferenti più di quanto possiamo immaginare anche perché sentivano che il fuoco non era stato appiccato da altri, quindi non era eludibile: erano loro stesse, l’inferno.

Foto di Marinetta Saglio
Susanna Schimperna (Roma, 1955). Giornalista e scrittrice, ha ideato e condotto molti programmi per RadioRai e per La7. Ha diretto i mensili «Blue», «Blue Derive», «Il tuo segno», e il settimanale «Cuore». Attualmente collabora alle riviste «Tv Sorrisi e Canzoni», «Diva e Donna», «Vinile», «Hard Rock Magazine», «Speciali di Classic Rock». Tra i suoi libri: Castità, Feet, Le amicizie amorose, Abbandonati e contenti, Perché gli uomini mentono, Piccolo dizionario dell’eros, Cattivi pensieri, Il mio Volo Magico con Claudio Rocchi, Eterne adolescenti, Coincidenze d’amore, L’ultima pagina.

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