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La criticabile stima dei femminicidi operata dal Viminale

La criticabile stima dei femminicidi operata dal Viminale

Il report semestrale predisposto dal Viminale, relativamente ai femminicidi avvenuti in Italia nel 2026, correla le cifre di tali crimini ai procedimenti giudiziari dei loro autori.

Venerdi, 28/08/2026

In Italia non esiste un osservatorio ufficiale che pubblichi periodicamente i dati sui femminicidi. Il Ministero dell’Interno -nel linguaggio giornalistico e politico il Viminale- redige report trimestrali, consultabili sui propri siti istituzionali, relativamente agli omicidi volontari di donne, analizzando il rapporto tra vittima e autore. L’Istat invece elabora e pubblica analisi e statistiche annuali sugli omicidi di donne, riferendosi ai parametri internazionali dell'ONU ed integrando i dati del Ministero dell’Interno, Dipartimento per le Pari Opportunità, altri Ministeri, Regioni, Centri antiviolenza, Case rifugio ed ulteriori servizi, come il numero di pubblica utilità 1522.. Proprio riferendomi all’ultimo report del Viminale, le donne uccise nel primo semestre dell'anno in corso risultano essere state 34, il 37,0% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Di esse, però, solo 8 sono considerate vittime di femminicidio, secondo la normativa istitutiva della nuova fattispecie criminosa dell’art. 577-bis del codice penale, mentre le restanti risultano vittime di sesso femminile in casi di omicidi volontari.

Eppure i report dell’organizzazione femminista Non una di meno, nonché quelli dell’Unione Donne in Italia, sede di Monteverde a Roma, si connotano per dati differenti, che si riferiscono sempre al primo semestre dell’anno in corso. L’Osservatorio di Nudm, registra 38 femminicidi, 2 suicidi indotti di donne, 1 omicidio di un ragazzo,1 suicidio di una ragazza trans e 5 casi in corso di accertamento, mentre invece l’UDI- Monteverde enuclea 32 femminicidi. In aggiunta a tali numeri Nudm conta anche, fino all’8 agosto 2026, 79 tentati femminicidi, tentativi superiori a quelli riportati nel report dell’anno precedente, desunti dalle cronache online di media nazionali e locali. Come vengono pure conteggiati almeno 7 casi di omicidi correlati, ossia di persone che sono rimaste coinvolte, cercando di fermare il femminicida o l’aggressore di donne ed altre persone loro familiari ed amiche.

Sarebbe da chiedersi di fronte a tali cifre, peraltro confliggenti con quelle raccolte dal Viminale, ossia il Ministero dell’Interno, il motivo di tale difformità. Tale dicastero, a giustificazione della sua lista esigua di femminicidi, si appella ai capi di imputazione, predisposti dai magistrati nei riguardi degli assassini delle donne vittime di violenza maschile. Ma diminuire il numero dei femminicidi, perché gli inquirenti preposti ai correlati casi giudiziari non abbiano contestato il correlato reato appare non congruo. Si conosceva già da prima dell'entrata in vigore della legge del 17 dicembre 2025 che la nuova fattispecie criminosa avrebbe incontrato delle difficoltà nella sua configurazione probatoria, ma che addirittura facesse diminuirne i numeri nei report ministeriali non c’era da prevederlo. Non possiamo attendere l'iter delle vicende giudiziarie per numerare i femminicidi, anche alla luce del fatto che ci sono specifici segnali sui social network, che attestano pesanti attacchi, tesi a negarne i dati e le evidenze.

Come riferisce Simona Sforza, attivista e blogger, possono ritrovarsi sui social “commenti che insinuano che i numeri siano esigui, tanto da non consentire di parlare della violenza maschile contro le donne come di un fenomeno strutturale e diffuso. Si sostiene che negli anni le attiviste ed i centri antiviolenza abbiano ingigantito il problema per ottenere fondi e finanziamenti. Si rimarca peraltro che la maschera sia caduta e che anche Istat sia inaffidabile per via della notizia dei propri dati gonfiati. Si parla di misandria femminista e occorre a questo punto fare chiarezza, perché ci vuole una fonte autorevole da portare, visto che nemmeno davanti alle donne morte si ferma lo sciacallaggio”. Alcuni utenti dei social difatti utilizzano i dati del Ministero dell’Interno, attestanti il calo percentuale dei femminicidi per sostenere che l'emergenza non esista o sia amplificata dai media, ignorando la specificità e la strutturalità della violenza di genere.

Di certo si sa che tali crimini siano solo la punta dell'iceberg della violenza maschile, ma necessita correlare ad essi numeri idonei anche a fare comprendere il fenomeno nella sua vasta portata sociale e non giudiziaria, visto che non sempre le due dimensioni vanno di pari passo. Soprattutto perché nel nostro Paese manca una banca dati pubblica e accessibile sui femminicidi, con la conseguenza che i vari report, istituzionali e no, si rivelano insoddisfacenti, dato che non sono convergenti tra loro. Alla luce delle divergenze attuali, relativamente alle cifre pubblicate dal Viminale sui femminicidi per il primo semestre 2026, il numero di casi risulta nel 2026 inferiore alla media storica corrispondente negli stessi mesi per il quadriennio 2022-2025. Questo calo, però, non può dipendere dalla legge n. 181/2025, che ha introdotto il nuovo reato di femminicidio per l’uccisione di una donna motivata da ragioni legate al genere della vittima. Tale nuova fattispecie criminosa comprende i casi in cui l’omicidio è commesso come espressione di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio nei confronti della donna, in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo oppure come limitazione delle sue libertà individuali.

Ma, così formulato, il reato di femminicidio potrebbe creare problemi interpretativi ai giudici: come si fa a dimostrare che quell’uccisione è avvenuta per un atto di possesso o di dominio? Cos’è, in realtà, un atto di possesso o di dominio? Come si può provare? Meglio conseguentemente tenere separate le stime delle vittime dai processi ai loro assassini. Prima degli inizi del 2000 non si usava il termine femminicidio, perché non si evidenziava la dimensione di genere negli omicidi di donne. Sono trascorsi svariati anni, se non due decenni, perché culturalmente si definissero in tale modo gli assassinii di donne motivati dalla volontà di possesso dei loro compagni. Purtroppo è di questi tempi chi, come Roberto Vannacci ed il suo raggruppamento politico, denega l’esistenza del femminicidio, a riprova che il cammino di riconoscimento di tale reato come crimine di genere sia ancora tortuoso. Se aggiungiamo a tale riscontro la realtà di dati istituzionali sui femminicidi opinabili, perché correlati ad un reato di non facile dimostrabilità nei procedimenti giudiziari, ne esce fuori un quadro alquanto allarmante.

Per comprendere e monitorare al meglio il fenomeno sociale del femminicidio necessitano anche valori numerici certi e non facilmente confutabili. Da un lato c’è “il fatto che, in base alle stime presentate (ndr dal Viminale), il numero di femminicidi osservato nei mesi successivi all’introduzione della legge risulta inferiore di circa un terzo rispetto ai livelli registrati nello stesso periodo degli anni precedenti. Pur comprendendo la necessità, per la politica, di utilizzare una comunicazione semplice e immediata, riteniamo, da ricercatori sociali, che si debba prestare particolare attenzione a non spingere le semplificazioni oltre ciò che è ragionevole per adattarle alla propria narrazione”(Carmen Aina, Luca Bonacini e Giorgia Casalone). Conseguentemente occorre scorporare l’elenco dei femminicidi dai capi di imputazione del nuovo reato, previsti nei singoli processi, perché “il diritto non va di pari passo con la cultura. Quest’ultimo aspetto è evidente ogni qualvolta che si crea uno scontro nel dibattito pubblico su temi pacifici che dovrebbero essere riconosciuti universalmente da tutti”(Samanta Di Persio). Soprattutto di questi tempi, in cui si continua a contestare dal punto di vista culturale l’esistenza stessa del fenomeno sociale dei femminicidi.

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