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La fuga è ammessa

La fuga è ammessa

La storia di Giovanna, tra violenza invisibile, mancato riconoscimento e la possibilità – difficile – di tornare a vivere

Giovedi, 23/04/2026 - Poiché le storie che raccontiamo sono vere, e finora sono state storie di donne, madri, caregiver familiari - ciascuna diversa dall’altra e attraversata da un tempo e da un contesto specifico - quello che cerchiamo, ogni volta, è il punto di connessione. Ciò che le accomuna: il filo invisibile che tiene insieme esperienze lontane e che spesso ha a che fare con la solitudine, con la fatica di essere credute, con il bisogno profondo - e troppo spesso negato - di essere curate.

«La famiglia di mio padre - racconta Giulia - era una famiglia benestante, ma mia nonna, che ha avuto quattro figli, era una donna molto egoista.
Al secondo parto - dal primo nacquero due gemelli, mio padre e sua sorella - ha dato alla luce mia zia Giovanna, una bambina bellissima che diverrà una donna altrettanto bella, ma molto fragile.
I gemelli sono stati lasciati fin da subito alle cure della nonna. Mio padre è stato poi reclamato dai genitori, suo malgrado: era cresciuto ed era diventato utile all’attività di famiglia. Staccarsi dalla nonna e dalla sorella gemella gli provocò un trauma.
All’età di vent’anni, però, è tornato dalla sorella gemella e dalla nonna, dopo essere stato cacciato da sua madre: la discordia nasceva dalle continue discussioni sulla sorella Giovanna, più piccola di sette anni e probabilmente affetta da un disturbo bipolare mai diagnosticato. La madre preferiva umiliarla, dicendo che fosse cretina, e per mio padre questo era insostenibile.
Negli anni i gemelli hanno cercato di occuparsi della sorella minore, ma la madre non lo permetteva: la teneva con sé e la maltrattava sistematicamente.
Mia zia Giovanna viveva tutto questo con tutte le difficoltà dovute al suo disturbo mentale, provando a vivere la sua vita, ma a un certo punto mia nonna decise che dovesse sposarsi con un uomo facoltoso, convinta che fosse questa la soluzione migliore per lei, e la obbligò a farlo.
Il marito di Giovanna era un uomo rigido e lei era una donna fragile e molto sensibile. Da questa relazione, sofferta, è nato mio cugino, Alessio, che ha portato gioia, ma anche ulteriori difficoltà.
Quando Alessio aveva cinque anni, zia Giovanna, disperata, scappa dalla casa del marito con lui e va a chiedere aiuto ai fratelli e ai cognati. Non riusciva più a vivere. Voleva morire. Ma purtroppo né la madre né il marito capivano la sua disperazione, né il suo bisogno di essere curata. Per loro era solo “una cretina”.
L’abbandono del tetto coniugale e la sottrazione del minore le hanno provocato una denuncia e anni di lotta per occuparsi di suo figlio. Avrebbe voluto chiedere il divorzio, ma aveva paura che Alessio le venisse portato via.
Fortunatamente ha trovato i miei genitori e i miei zii, che le sono stati vicini, accogliendola e aiutandola a trovare medici capaci che le prescrivessero le cure adeguate. E questa comprensione, con il tempo, le ha dato la forza di continuare a curarsi e di affrontare infine la causa di divorzio, riuscendo ad allontanarsi da un uomo che la trattava come aveva sempre fatto sua madre: non degna, perché cretina e pazza.
Oggi zia Giovanna è nonna di tre ragazze, le figlie di Alessio, ed è stata fattivamente presente nella loro vita, contribuendo alla loro crescita.
È riuscita a fare la nonna, insomma, più facilmente di quanto abbia fatto sua madre - almeno così, sostiene lei - e, nonostante il corpo e il volto portino i segni di quella sofferenza, che solo lei conosce e che ancora a volte la assale, con l’aiuto di chi l’ha amata, accogliendola, Giovanna è riuscita a vivere la sua vita come desiderava».


Quella che Giulia racconta è una storia che, per molti aspetti, appartiene al passato. Eppure, mentre la leggiamo, è impossibile non sentire quanto sia ancora vicina.

«Sei solo una cretina! Zitta, pazza! – una vecchia storia, non isolata.
Perché c’è stato un tempo, non così lontano, in cui donne come Giovanna venivano semplicemente definite cretine, pazze… incapaci, e bastava questo per togliere loro voce, dignità, diritti. Un tempo in cui, troppo spesso, i mariti si liberavano delle mogli facendole rinchiudere nei manicomi.
A Roma, uno di questi luoghi era Santa Maria della Pietà. Un luogo che ancora oggi porta addosso il peso di ciò che è stato.
Ne ho scritto nell’articolo “La legge Basaglia e le critiche di chi parla a vanvera”, dove ho provato a raccontare cosa accadeva davvero dentro queste strutture, dove la malattia diventava spesso un pretesto per allontanare, contenere, cancellare, e dove emerge con forza la violenza silenziosa che ha segnato intere esistenze. Così come, in “Siamo delfini, impariamo l’autismo”, ho raccontato le riflessioni emerse durante un evento dedicato a Franco Basaglia, che attraverso testimonianze e la rappresentazione di storie del passato - come questa - continua a interrogarci, mostrandoci tutto quello che la Legge Basaglia (Legge 13 maggio 1978, n. 180) prevedeva, ma non è stato fatto.

Leggere storie come queste ci obbliga a una domanda scomoda: quanto di quello sguardo è davvero scomparso?
Prendi noi, quando siamo sole, le mie figlie non sono disabili: sono sempre gli altri, il modo in cui le guardano, a ricordarmi del loro disturbo autistico.

Giovanna però non è stata rinchiusa - in questo senso, è stata fortunata - ma è stata comunque umiliata, non creduta, non curata e, soprattutto, è stata messa all’angolo da chi avrebbe dovuto amarla di più.
James Hillman, analista e saggista statunitense, scrive in “Trame Perdute” che avere una madre cattiva equivale a fare esperienza della cattiveria.
Io questa affermazione l’ho capita così: la vita non è buona, strada facendo accadono cose, a volte molto brutte, il mondo è quello che è, freddo, ma la natura compensa dandoci una madre, e se questa è cattiva, allora lo è davvero anche la vita.

C’è un passaggio, tra i tanti, che è delicatissimo
Non il disturbo mentale di Giovanna, ma il fatto che nessuno lo riconoscesse come tale. Che il suo bisogno di aiuto venisse letto come difetto, colpa, incapacità.
Questa è la vera solitudine: l’essere incompresi e disprezzati per la nostra peculiarità. E allora il punto è cosa accade quando una persona viene privata della possibilità di essere vista per ciò che è.

Tuttavia, dentro questa storia, c’è anche altro: la presenza dei fratelli, parenti che, a un certo punto, scelgono di esserci. C’è la possibilità - lenta, difficile, mai definitiva - di accedere a una cura.
E una vita prende forma.
Oggi quella donna è nonna. Ha contribuito a crescere tre ragazze. Porta su di sé i segni di ciò che ha attraversato, ma non è stata ridotta a quei segni. E questo è potuto accadere perché si è ribellata: è scappata. Ha compreso che si devono abbandonare senza esitazione i luoghi della deprivazione affettiva (Aldo Carotenuto).
La fuga è ammessa quando si è perseguitati.

È a questo punto che quel filo invisibile torna a farsi sentire. Perché in tutte queste storie - anche le più dure - c’è sempre un punto in cui qualcosa resiste: a volte è una relazione, altre è una scelta, in questo caso è semplicemente il fatto di non arrendersi del tutto allo sguardo degli altri.

Raccontare storie come quella di Giovanna - nome di fantasia, benché la nostra protagonista viva attualmente nel Lazio - non significa solo restituire memoria, ma provare a riconoscere, ogni volta, quel punto di connessione e forse, a partire da lì, costruire qualcosa che assomigli di più a una comunità.

«Mia zia fuma, come me, e guarda il mare con malinconia, sempre, o almeno così mi sembra».

Marina Morelli

Per chi vuole approfondire, ecco i link sopra citati:
https://www.noidonne.org/articoli/la-legge-basaglia-e-le-critiche-di-chi-parla-a-vanvera.php
https://www.noidonne.org/articoli/siamo-delfini-impariamo-laautismo.php
 

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