«A. è affascinata da questo mezzo di trasporto», racconta Giulia, coordinatrice del gruppo corsa del Centro Diurno Il Bambu della ASL Roma 1.
«Avremmo dovuto fare la gita già una settimana prima ma solo adesso mi rendo conto che probabilmente quel giorno in cui avevamo stabilito di andare avevamo frainteso la sua richiesta di restare in palestra, dato che il tempo era coperto. In realtà, dicendo palestra, A. voleva da me una rassicurazione sul da farsi, che la sua non era un’affermazione.
Perché l’autismo, si sa, è un disturbo legato anche alla comunicazione, infatti, confrontandomi il giorno stesso al telefono con la mamma di A. ho compreso che lei e io non ci eravamo capite.. E così siamo andati in treno: io, A., il dottor M. e un ospite della residenza. A. era molto contenta, in realtà, ma a me non sembrava di aver mantenuto davvero la promessa di fare la gita in treno con tutto il nostro gruppo di amici corridori. La settimana dopo allora ci siamo organizzati V. e io ed abbiamo detto ai ragazzi solo di prepararsi, senza spiegare dove saremmo andati.
Poi siamo uscite come facciamo sempre per fare la corsa senza dire nulla a nessuno che stavamo partendo col treno, non nascondo che volevo fosse una sorpresa soprattutto per A., che aspettava da più di un mese quel momento.
Arrivati alla stazione di Monte Mario ho chiesto però ad A. se volesse prendere il treno e lei mi ha risposto: – Nooo…. – e non perché non volessi andare, ma perché era convinta che fossimo usciti per l’attività di corsa e anche perché con noi ci tiene a fare vedere che sa come ci si comporta. Allora le ho detto:
– Ma sì, andiamo in treno. Questa è una sorpresa!
A quel punto si è fatta una risata di cuore che io non dimenticherò mai.
Così come di questa esperienza non dimenticherò nemmeno ciò che mi ha insegnato: quanto, da una cosa apparentemente così semplice, si possano osservare tante cose importanti e quanta autonomia possa essere data ai ragazzi.
In treno i ragazzi hanno preso posto ognuno dove desiderava ed erano tutti molto emozionati.
A., per ovvi motivi, considerando che l’idea della gita era stata sua, all’inizio era emozionatissima ma poi si è comportata con grande autonomia e spensieratezza. Giocava felicemente con V. e credo che a un occhio esterno in quel momento avrebbero potuto sembrare non un operatore che accompagnava una persona con disabilità, ma semplicemente un ragazzo e una ragazza. Con la sua sfacciata sicurezza, inoltre, ci faceva ridere perché era lei stessa a sollecitare tutti noi a stare al passo. In altre parole, ci ha trascinati tutti con il suo entusiasmo.
D., che ci ha confessato di non essere mai andato in treno in tutta la sua vita, non stava nella pelle dall’inizio alla fine dell’esperienza.
C. ci ha stupito adeguandosi molto velocemente all’imprevisto e ci ha fatto morire dal ridere quando imitava me mentre scrivevo la destinazione del biglietto alla macchinetta.
F. è stata sicurissima nell’indicarci la meta e la strada da seguire una volta arrivati alla Balduina, ricordando quel bar dove andava con la famiglia e guidandoci con decisione fino lì.
M., che tende ad autosuggestionarsi rispetto a tante situazioni, soprattutto nei luoghi affollati e pieni di sconosciuti, inizialmente era titubante ma appena salito in treno si è lasciato andare completamente, a partire persino dalla scelta autonoma del posto dove sedersi.
R. ci ha raccontato tanti ricordi di quando da bambino e adolescente prendeva il treno con la famiglia e ha condiviso con noi episodi e immagini di quel periodo della sua vita.
E. è stata rilassata, composta e felice di riuscire a condividere serenamente un momento insieme agli amici.
Infine D., una signora seguita ambulatorialmente che prende abitualmente il treno per raggiungerci durante le attività, è stata contenta di riscoprire la differenza tra utilizzare i mezzi soltanto per spostarsi e il piacere, invece, di prendere il treno in una compagnia allegra e affettuosa.
Scesi alla Balduina siamo andati al bar. F. era così felice. Ancora una volta era una di loro a guidarci. Ed è stato in quel bar dei ricordi che abbiamo potuto festeggiare in modo bellissimo l’operatore V., che aveva fatto da poco il compleanno, con tramezzini e succhi di frutta. Senza esagerare: mezzo tramezzino a testa e tanti auguri cantati tutti insieme, coinvolgendo anche le persone presenti nel locale che si sono unite spontaneamente alla festa.
Ovviamente siamo e restiamo il gruppo corsa, un gruppo in movimento. Abbiamo quindi fatto anche una passeggiata alla Balduina, poi preso di nuovo il treno di ritorno e, tutti d’accordo, siamo scesi una fermata dopo la nostra, San Filippo Neri, per ripercorrere, in salita, verso il presidio di Santa Maria Della Pieta’, il tratto della ciclabile tra le due stazioni. Siamo degli zelanti: i nostri ragazzi in movimento dovevano godere di questa giornata di svago facendo comunque attività fisica.
Posso con onestà intellettuale affermare che i ragazzi hanno potuto mettere in pratica le loro autonomie supportati dalla nostra presenza discreta. E alla fine a noi è sembrato di scoprire che, davvero, si può osare: basta avere coraggio e accogliere, al massimo delle nostre possibilità, le sollecitazioni che spesso arrivano dall’esterno, dagli utenti e dalle famiglie.
Ma non è la prima volta che l’intraprendente A. fa richieste pressanti in questo senso. Già tempo fa ci aveva chiesto e richiesto di poter andare a un parco giochi poco distante da Roma, dove mi aveva trascinata in un’attrazione per me paurosissima: oltre al percorso tipo montagne russe, che già normalmente mi terrorizza, il tragitto era completamente al buio. E io ho paura del buio.
Ho urlato di terrore per tutto il tempo e mi sono aggrappata io a lei per avere conforto. Lì dentro A. mi ha perfino abbracciata e consolata ma appena usciti dall’attrazione le ho detto di tutto:
– Ma dove mi hai portata? Giuro che io qui non ci vengo più!
Lei rideva come una matta.
Dietro di noi c’erano dei ragazzi che hanno iniziato a prendermi in giro e a guardarmi ridendo perché avevo avuto paura:
– Giuma paù! (Giulia ha paura!)
L’operatrice D., ancora oggi, ride fino alle lacrime quando riparliamo di quel giorno.
E proprio come durante quest’ultima uscita abbiamo scoperto che uno di loro non aveva mai preso il treno prima, anche quella volta scoprimmo che R., uno dei partecipanti, non era mai stato in un parco giochi.
Ed è forse questo il punto più importante: spesso pensiamo di proporre “piccole attività”, ma in realtà stiamo aprendo possibilità, esperienze e ricordi che per qualcuno non erano mai esistiti prima.
Del resto, l’entusiasmo generato da questa esperienza non si è fermato al ritorno dalla Balduina.
M., R. e F. del gruppo corsa hanno infatti chiesto quando verrà organizzata una nuova gita in treno con una destinazione diversa.
E quando la voce si è sparsa, anche L., un ospite della Residenza che non partecipa al gruppo corsa, e F., del Centro Diurno Il Bambu, anche lui esterno al gruppo, hanno chiesto di essere informati sulla prossima uscita per potersi aggregare.
L., in particolare, ha espresso il desiderio di vedere da vicino i nuovi treni Rock».
E forse – aggiungo io all’amabile racconto della dottoressa Giulia Fiorelli – è proprio qui che si coglie un aspetto importante di queste esperienze.
Chi ci mette il desiderio di salire su un treno, chi scopre per la prima volta la gioia di un parco giochi, chi adesso sogna di vedere da vicino i nuovi treni Rock.
Spesso pensiamo all’inclusione come a qualcosa che viene offerto alle persone con disabilità dall’esterno. Eppure, ascoltando racconti come questo, emerge anche la loro capacità di auto-includersi, di cercare il mondo, di desiderarlo e di trovare strade per parteciparvi. A volte sono proprio loro a indicare la direzione, a suggerire nuove possibilità e a spingere tutti noi un po’ più avanti.
Ed è proprio questa la dimostrazione più semplice e più bella di come il desiderio sia contagioso: quando un’esperienza è autentica, inclusiva e significativa, finisce naturalmente per attirare altre persone che desiderano parteciparvi, aprendosi così a un mondo la cui mancanza di talento in tema di inclusione sembra essere proprio quella di rendersi inaccessibile ai più fragili.
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