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La vita è un affacciarsi alla finestra

La vita è un affacciarsi alla finestra

Una storia di volontariato, fragilità e umanità. Uno spaccato di società attraverso gli incontri che hanno attraversato la vita di Maria Teresa Bucchieri, per tutti Titti

Venerdi, 26/06/2026

Attraverso questa storia capiremo meglio come ci si organizzava in passato e come, ancora oggi in tante zone del Paese, siano spesso le relazioni umane a colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni, soprattutto là dove i servizi non sempre esistono o riescono a rispondere ai bisogni delle famiglie.
Questo racconto ci mostra nitidamente anche un’altra realtà: quanto spesso la disabilità sia stata e, in gran parte, continui a essere una questione che riguarda soprattutto le donne. Donne che si prendono cura, donne che rinunciano al lavoro, donne che cercano soluzioni, donne che si sostengono e talvolta si scontrano, perché tutte stanno combattendo, ciascuna a modo proprio, per prendersi cura delle persone che amano; in questa storia, dei propri figli.
Ho scelto volutamente di fare emergere anche alcuni termini sbagliati perché fanno parte del tempo storico e culturale nel quale questa vicenda si svolge. Ci mostrano quanto il linguaggio abbia teso, per lungo tempo, non a descrivere una persona ma a identificarla con la sua condizione o patologia, etichettandola.
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Maria Teresa, per tutti Titti, cresce nel quartiere Trieste, vicino alla Parrocchia di Santa Agnese fuori le mura. È una ragazza di famiglia borghese e, come accadeva spesso allora, fin da bambina aiuta in casa. Ha del tempo libero, può uscire, ma sempre dentro una cornice molto legata all’educazione ricevuta. La madre è una donna religiosa e così Titti frequenta la chiesa, il gruppo scout e l’ambiente della parrocchia.
È ancora adolescente quando inizia a trascorrere molto tempo accanto a ragazzi e adulti con disabilità psichiche e fisiche che frequentano quella realtà.
«Pur non avendo una qualsivoglia disabilità, nella relazione con queste persone mi sono posta sin da giovanissima come una pari», mi dice.
Titti vive queste esperienze con naturalezza, perché fanno parte della realtà umana dentro cui si muove al di fuori dell’ambiente familiare. Le vive senza gli strumenti culturali, le parole e le consapevolezze che esistono oggi intorno alla disabilità e alla neurodivergenza.
«Così si diceva una volta: handicappati», precisa.
In parrocchia trascorre molto del proprio tempo libero: gioca con le persone con una disabilità, va con loro in gita e a passeggiare.
«Erano tutti più grandi ma bambini come me», ricorda.
Ricorda un’atmosfera serena, quasi familiare. Un’esperienza «meravigliosa» e «indimenticabile».
A me viene subito da pensare che quella di cui parla era l’epoca degli istituti, dei brefotrofi e dei manicomi, non soltanto delle opere di bene.
Tra i ricordi che conserva più vividi c’è Luciana, figlia di un’amica di sua madre: «Era spastica. Veniva ogni pomeriggio a giocare a casa nostra. Era piena di vita e con un carattere meraviglioso. Non potrò mai dimenticarla».
Poi sorride ricordando una scena precisa: Luciana che, con i suoi scarponi e il suo incredibile equilibrio, riusciva a camminare sulle tavole senza cadere, «come fanno le ginnaste sulle travi d’equilibrio».
La vita va avanti. Arrivano la laurea in lingue, il matrimonio con Stefano, i figli Alessio e Riccardo, ma quel filo non si spezza.
Durante gli anni in cui interrompe temporaneamente il lavoro per occuparsi dei bambini piccoli, una famiglia le presenta Cristina (nome di fantasia), una ragazza con disturbo autistico di circa venticinque anni. I genitori lavoravano entrambi e avevano bisogno di qualcuno che li sostituisse costantemente. Titti accetta subito.
«La accolsi con slancio. Anche in questo caso con spirito di volontariato oltreché di accoglienza. Lo feci ingenuamente: non sapevo quanto impegnativa potesse essere la relazione con una persona autistica».

Una donna smette di lavorare per poter crescere i propri figli e, proprio perché è a casa, aiuta un’altra donna, che invece sta cercando di non rinunciare al lavoro, accogliendo sua figlia per molte ore al giorno.

All’inizio Cristina si inserisce serenamente nella vita familiare: «Era molto bella», ricorda Titti. «Aveva venticinque anni, ma sembrava una bambina, esattamente come le persone disabili della mia vecchia parrocchia».
Con il passare del tempo Cristina sviluppa un legame molto intenso con Titti e fatica sempre di più a condividere la sua attenzione con i figli di lei. La situazione diventa progressivamente difficile da gestire fino al giorno in cui una crisi di aggressività nei confronti dei bambini costringe Titti a confrontarsi con i propri limiti: non ha gli strumenti e le competenze necessarie. Ed è così che è costretta, con grande dispiacere, a dire alla madre della ragazza di non poter più proseguire quell’esperienza e, dopo due anni trascorsi insieme ogni giorno, la madre di Cristina interrompe completamente i rapporti con lei.
Una frattura e, dentro, ancora una volta, ci sono due donne: una che lotta per riuscire a tenere la figlia accanto a sé senza rinunciare al lavoro e l’altra nella quale prevale il bisogno di prendersi cura personalmente dei propri figli. E gli uomini? In queste vicende, quasi non entrano mai davvero in scena. Ce le lasciano sbrigare tra di noi. È la nostra società.
Anni dopo, però, accade qualcosa che ricompone quella ferita. Titti rincontra per caso Cristina e sua madre. Cristina le corre incontro e l’abbraccia con entusiasmo. In quell’abbraccio c’è tutto il loro rapporto, intatto, e di fronte a una scena così eloquente, in qualche modo, si ricompone anche il rapporto tra le due donne.
«Il fatto che la mamma di Cristina l’avesse presa così mi lasciò un amaro in bocca».
Quando le chiedo perché abbia fatto una cosa tanto grande per un’altra famiglia, Titti mi risponde quasi di getto: «Sono stata educata così».
E quando le domando cosa significhi, aggiunge: «Ad aiutare le persone più fragili. E poi volevo anche che Riccardo e Alessio facessero questa esperienza. Soprattutto, volevo che si rendessero conto che la persona sana in assoluto è solo un mito».
Quando le chiedo che cosa abbiano lasciato dentro di lei tutte le persone con disabilità incontrate nel corso della vita, Titti si ferma un momento, poi dice maternamente: «Sono persone indifese».
A questo punto il discorso si sposta sulla sua alopecia universale, comparsa anni dopo e vissuta come un dolore devastante.
«Spesso è la persona colpita a fare coraggio ai propri affetti. Chi sta peggio aiuta», osserva.
E proprio l’esperienza dell’alopecia le fa comprendere ancora più profondamente che cosa significhi vivere sotto lo sguardo insistente degli altri:
«Molte persone con disabilità vivono questa sorta di persecuzione. E spesso soffre molto anche chi se ne prende cura».
Ricorda allora una scena avvenuta molti anni fa sulla spiaggia.
«Una ragazza spastica era al mare con la madre quando due signore, sedute poco distante sotto un ombrellone, iniziarono a fissarla con insistenza. A un certo punto la madre reagì infastidita da quegli sguardi. Ma la figlia la fermò subito: Mamma, perché hai reagito? Non lo fare più. Tanto incontreremo sempre gente che si comporterà così».
Ecco dunque cosa intende Titti quando afferma che è la persona “colpita” a fare coraggio ai propri affetti: la figlia aiuta la propria madre a sopportare lo sguardo esterno che le ricorda la sua disabilità.

E a me viene spontaneo chiedermi come i nostri figli vivano davvero la propria fragilità e, soprattutto quando non possono raccontarcelo, come vorrebbero essere sostenuti da noi. Credo sia un punto molto delicato e da non sottovalutare della nostra relazione con loro.

Detto questo, è proprio qui che dovrebbero intervenire davvero le istituzioni, costruendo politiche sociali capaci di sostenere concretamente le famiglie e i progetti di vita delle persone fin dall’infanzia e dalla scuola. Ma per fare questo non bastano le leggi dello Stato. Bisognerebbe creare un humus sociale diverso, costruire anche leggi interiori nelle persone attraverso l’educazione, l’incontro e realtà capaci di abbattere le separazioni. Forse il vero passo avanti sarebbe arrivare ad abolire perfino la parola “malato”, cancellandola dal vocabolario umano prima ancora che da quello linguistico.
Chiedo a Titti cosa le abbiano insegnato tutti questi incontri.
«Mi hanno insegnato che cosa sia la vita».
E quando le domando che cosa sia la vita, Titti risponde immediatamente: «Un affacciarsi alla finestra», poi aggiunge:
«Un invito a guardare fuori per vedere cosa accade, ben sapendo cosa c’è dentro».
Marina Morelli 

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