L’educazione sessuo-affettiva, 60 anni dopo la «Zanzara»
Dal famoso processo del 1966 alle battaglie attuali: sessant'anni di tabù, paure e la difficile affermazione dell'educazione sessuo-affettiva a scuola.
A pochi giorni dal traguardo raggiunto con la campagna referendaria: «Sì, educazione affettiva nelle scuole» – una campagna che ha sfondato il muro delle 500mila firme – ci sembra interessante attendere gli esiti di questa mobilitazione, richiamando alla memoria un fatto, storico più che aneddotico, di 60 anni fa.
Il testo di legge 104/2026, in vigore dallo scorso 7 luglio, che esige il consenso informato preventivo delle famiglie per la partecipazione dei minori ad attività che riguardano la sessualità e l’educazione sessuo-affettiva, ha fatto molto discutere l’opinione pubblica, gli insegnanti, le famiglie e gli adolescenti stessi.
Alcune perplessità vertevano sul rischio di una deriva, quello cioè della scuola «à la carte». È davvero giusto anteporre le decisioni familiari a quelle della scuola pubblica?
Una domanda solo apparentemente polemica, che solleva, invece, il problema (ormai sensibile e tangibile) dell’ingerenza endemica dei non professionisti del settore educativo all’interno di attività pedagogicamente necessarie.
Le preoccupazioni che venivano dal versante opposto erano invece quelle sulle cosiddette «teorie gender», modellizzazioni teoriche volte a problematizzare la questione delle identità di genere.
Può valere la pena rispolverare quindi quel vecchio episodio accaduto in un liceo di Milano, il Parini, esattamente 60 anni fa.
Era l’inverno del 1966 quando alcuni zelanti liceali del Parini di Milano, interessati al giornalismo d’inchiesta, utilizzarono il giornalino scolastico «La Zanzara» (fondato nel ‘45) per un’indagine dirompente a carattere culturale e di costume.
A fare da cornice teorica all'iniziativa fu l'articolo di apertura intitolato «Scuola e società», firmato dal direttore Marco De Poli. Nel pezzo, De Poli lamentava (non senza un'interessante parentesi metodologica) la tara del moralismo che vessava la scuola degli anni Sessanta, analizzando l’inconciliabilità tra censura confessionale ed educazione alla sessualità.
«Per quanto riguarda la Religione», spiegava De Poli, «essa è contemplata come materia di insegnamento, ma con criteri che non suscitano l’approvazione degli studenti [...]; l’unica religione trattata a fondo è quella cattolica, e le altre posizioni sono solo tollerate, se non negate». Indugiando poi sul nodo educativo, aggiungeva: «nella maggior parte dei paesi civili l’educazione sessuale fa parte del programma d’insegnamento. In Italia purtroppo, grazie a secolari pregiudizi e ad una mentalità decisamente conservatrice [...], una riforma in questo campo provocherebbe reazioni e proteste di ogni genere».
Il vero cuore dello scandalo – e della successiva vicenda giudiziaria – fu però l'inchiesta centrale intitolata «Che cosa pensano le ragazze d'oggi?». Nata da un'idea di Claudia Beltramo Ceppi (che intervistò nove compagne di classe con un registratore a bobina) e redatta collettivamente con Marco De Poli e Marco Sassano, l'indagine dava voce diretta alle adolescenti su temi fino ad allora tabù: sessualità, contraccezione, ruolo della donna e matrimonio.
Le dichiarazioni delle studentesse fecero insorgere soprattutto i cattolici e i conservatori. La Procura di Milano avviò un'indagine per oscenità a mezzo stampa e corruzione di minorenni. Il pezzo quindi fece scandalo, tanto che furono denunciati i firmatari dell’inchiesta, insieme con il Preside e la tipografa. Il clamore fu tale che molte testate giornalistiche seguirono la notizia con sincero interesse. Fu istruito un processo, che vide poi l’assoluzione di tutti gli imputati.
Ora, a vari decenni di distanza da questo mirabolante e “obbrobrioso” misfatto, viene da chiedersi se sia verosimile, per un paese come l’Italia, continuare a scandalizzarsi per le stesse cose dopo più di mezzo secolo. Come è possibile?