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'L’immaginario del vetro' in Anne Carson

'L’immaginario del vetro' in Anne Carson

Lunedi, 12/10/2026

Il vetro è tante cose, riflette (la mente riflette), ci si può specchiare e, se è appannato, vi si può scrivere col dito sopra, tracciarvi dei ghirigori, il vetro può diventare scheggia acuminata se è in frantumi, ferirci, ma può anche divenire campana sotto cui rifugiarsi, o prisma che rifrange e racconta della nostra sfaccettata individualità e, nel contempo, di ciascuno di noi di ogni tempo.
I poeti è questo che fanno, nel protendersi ai bordi della solidità di un vetro squadrato o ai bordi della fluidità dell’acqua, scorgono sé stessi, la loro vita dalla più lontana memoria della propria infanzia in avanti e, nel raccontarla in immagini e in versi, dicono di noi uomini e donne dal più lontano o vicino passato ad oggi.

Il saggio in versi 'Glass, Irony and God' della straordinaria poeta e scrittrice canadese Anne Carson, alla quale è stato attribuito l’8 ottobre il Premio Nobel per la Letteratura 2026, è diviso in sei sezioni, ognuna apparentemente a sé, pubblicato col titolo 'Il saggio di vetro' nel 2023 da Crocetti, nell’ottima traduzione di Patrizio Ceccagnoli, inizia con 'The Glass Essay', un poema, che è anche un saggio, incentrata sul rapporto di Carson con un uomo che ha smesso di amarla, ma che lei ha amato molto; con la madre, che sembra non la ami e che lei sembra non amare; e la solitudine che pervade tutte queste relazioni. E che sia poesia e saggio assieme non c’è da stupirsi, poiché in tutte le sue tante opere Carson, fin da subito, ha osato le più impreviste commistioni di generi letterari, tanto è che la motivazione del Nobel è la seguente.”per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea”. Premio meritatissimo e come ha detto il poeta Charles Simic: “Quando si tratta di contenuti, la maggior parte della poesia è noiosa se comparata a quella della Carson".

"Il saggio di vetro" riflette sul dolore per la fine di una storia d’amore attraverso il resoconto di una visita ai genitori vecchi e malati, in un paesaggio che attiva il confronto con la brughiera delle sorelle Brontë e le loro opere.

«Vive al nord in una brughiera. / Vive sola. / Lì la primavera si apre come una lama. / Viaggio tutto il giorno in treno, con un mucchio di libri – / alcuni per mia madre, altri per me, / incluse. Tutte le poesie di Emily Brontë. / È il mio autore prediletto. // E la mia più grande paura, mi ci voglio confrontare. / Ogni volta che vado da mia madre / mi sembra di diventare Emily Brontë, // intorno a me la vita solitaria come una brughiera / il mio corpo sgraziato vacilla sulle distese di fango in apparente trasformazione / e appena varco la porta della cucina muore. / Che carne ci serve, Emily?»
E, dunque, Anne, varcata la porta della cucina, vacilla e muore ed è ad Emily che la madre rivolge la domanda.
“Le ragazze sono le più crudeli con sé stesse. / Qualcuna come Emily Brontë,/ che rimase una ragazza per tutta la vita nonostante il corpo/ [da donna, / aveva crudeltà accumulata in tutte le crepe del corpo come / [neve primaverile. / In varie occasioni possiamo vederla liberarsene / col gesto col quale spazzolava il tappeto. / Parlaci e poi frustalo! / fu il consiglio dato (a sei anni) a suo padre / riguardo al fratello Branwell./ E quando a 14 anni fu morsa da un cane rabbioso, si / [diresse a gran passi (così dicono) / in cucina e prendendo delle pinze roventi dalla stufa le / applicò / direttamente al proprio braccio./ La cauterizzazione di Heathcliff durò più a lungo. / Più di trent’anni nel tempo del romanzo”.

Allo stesso modo in cui Emily nel 1847 si mise a nudo nel suo romanzo, Anne nel 1995 si mette a nudo dinanzi al lettore, il suo dolore di amante respinta si materializza in vario modo e in visioni che chiama Nudi: “Non era il mio corpo, non era il corpo di una donna, era il corpo di tutti noi”.

Nudo n.1. Donna sola su una collina. / Sta in piedi nel vento. // È un vento violento che soffia da nord. / Lunghi lembi e brandelli di carne si strappano dal corpo della donna e si sollevano / e volano via nel vento, lasciando // esposta una colonna di nervi, sangue e muscoli / che continua a chiamare muta attraverso una bocca senza labbra. / Mi addolora documentare tutto questo, // non sono una persona melodrammatica. / Ma l’anima è “intagliata in un’officina selvaggia” / come dice Charlotte Brontë in 'Cime tempestose'.
Nudo n. 2. Donna prigioniera in una gabbia di spine. Grandi luccicanti spine marroni con macchie nere / dove la donna si torce in ogni direzione // incapace di stare in piedi. Nudo n. 3. Donna con un’unica grande spina conficcata nella fronte. / Lei la stringe con entrambe le mani // sforzandosi di estrarla / Nudo n. 4. Donna in un paesaggio devastato / retroilluminato in rosso come in Hieronymus Bosch. // A ricoprire la sua testa e la parte superiore del corpo è un marchingegno infernale / come la metà superiore di un granchio.

Poesia di carne, di sangue, di nervi, del desiderio del Paradiso, dell’esperienza dell’Inferno, quella di Anne Carson è poesia che sa essere algida come algido è il vetro, ma che sa essere anche fuoco rovente da cui tocca a ognuno nella vita, prima o poi, d’essere lambito.


Emily Brontë, ritratta dal fratello Branwell nel 1883, National Portrait Gallery, London

 














Anne Carson


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