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Lampedusa: l’isola che c’è. La bimba morta di ipotermia ed altro ancora

Lampedusa: l’isola che c’è. La bimba morta di ipotermia ed altro ancora

La morte per il freddo della neonata, l'assassinio del bracciante a Taranto, l'assalto di Modena e la visita di Papa Leone a Lampedusa, isola dell'accoglienza che potrebbe diventare 'sorella di Ventotene'. Se l'UE lo volesse

Martedi, 19/05/2026

Lampedusa: l’isola che c’è. La bimba morta di ipotermia ed altro ancora / il femminile di giornata novantaquattro
Lampedusa l’isola che c’è, che salva e accoglie chiunque arrivi, ancora una volta apre il suo porto alla salvezza di migranti, in un freddo giorno di metà maggio. Ma LEI, la piccola di neanche un mese che viene da lontano non ce l'ha fatta. Il freddo l’ha uccisa e nessun aiuto, che non fosse magia, ha potuto ridarle il respiro.
Erano partiti in 55 da Tunisi solo un giorno prima, dopo essere confluiti lì da tanti paesi dell’Africa subsahariana, fra loro anche una mamma giovanissima della Costa d’Avorio con due creature: una di due anni e una di forse un mese. Poco meno, poco più. Di questa bimba il nome non è mai comparso in alcun articolo che ne ha narrato il tragico destino. Chissà se la sua mamma aveva fatto in tempo a sceglierlo per lei. Certo è che appena scesa da quel barcone che rappresentava la speranza di trovare una vita degna d’essere vissuta la mamma - che la teneva stretta a sè mentre teneva con l’altra mano l'altra bimba di due anni - è stata presa in carico dai medici locali i quali, capita la situazione gravissima, hanno tentato tutto per salvare la neonata. Un tentativo coraggioso e una speranza senza successo: il freddo assorbito nella traversata, gli abiti bagnati, contro cui nulla ha potuto l’abbraccio stretto di quella madre, hanno determinato una sentenza stringata e terribile: morta per ipotermia.
Abbiamo letto di quella mamma ventenne incredula davanti a troppo dolore e delle speranze cancellate di chi ha tentato, come poteva, di non lasciare andare la quella vita appena nata e carica di speranze per quella madre, che aveva cercato di proteggerla col suo abbraccio.
E’ ancora una volta una vicenda dolorosa e ingiusta che costringe a riflettere e a domandarsi come sia possibile accettare tutto questo, che si ripete con reiterati episodi analoghi senza, con coraggio e oltre ogni leggerezza e contraddizione, affrontare il tema di chi emigra. E ancora quel tema scottante ed enorme che si chiama razzismo e che al tema dell’emigrazione è ovviamente fortemente connesso.
Una tematica difficile e sicuramente dalle molteplici sfaccettature ma che, come non mai in questi giorni, dovremmo sentirci costretti ad affrontare nella sua difficile e ingarbugliata complessità.
Non a caso mentre la notizia della nostra bimba a Lampedusa è subito scomparsa dall’informazione, contemporaneamente due ”enormi” fatti di cronaca hanno scatenato orrore e discussione ed un‘infinità di interrogativi. Oltre il dolore e lo sgomento dell’accaduto, infatti, sembra impossibile per le forze di governo, con responsabilità, leggere i fatti in maniera corretta, intrecciandoli alla pressante e complessa tematica dell’emigrazione.
A Taranto Bakari Sako, il bracciante originario del Mali in possesso di un permesso di cittadinanza regolare con un lavoro e una vita normali, è stato assalito da un branco di ragazzini razzisti che lo hanno pestato e ucciso, con il sostegno, di fatto, anche di chi lo ha cacciato dal bar dove ha cercato di rifugiarsi.
Pochi giorni, poche ore e a Modena un uomo italiano, nato in Italia e d’origine marocchina, Salim El Koudri, in pieno centro travolge orribilmente e volutamente con la macchina la gente che tranquillamente cammina, causando feriti gravissimi. Alcuni sono in pericolo di vita e , se ce la faranno, rimarranno per sempre menomati. Una vicenda spaventosa e inaccettabile dove l’uomo del massacro è stato al fine bloccato da un italiano e da due egiziani( padre e figlio): persone che non hanno esitato ad intervenire per bloccare l'aggressore, pur correndo grandi rischi essi stessi a rischio.
Una vicenda che è ancora piena di punti da chiarire e che ha aperto un dibattito sulle motivazioni dell’orribile azione, ovvero se causata da un disturbo mentale o se sia stata una scelta dettata da odio politico culturale, religioso come già visto in altri paesi. Ricerche legittime e che al momento sembrano rivolte ad un disturbo mentale e non a motivazioni politiche, ma non è questo ovviamente un tema che ci compete.
Ciò che risulta eclatante, e che riporta al tema del razzismo e alla necessità di affrontarlo per quello che è, riguarda l’ignobile speculazione politica di Matteo Salvini, prima di qualunque conclusione sul perché dei fatti. Un vicepresidente del Consiglio che come prima riflessione, a poche ore dalla tragedia, ha sottolineato, non volendo prendere atto che Salim El Koudri è italiano a tutti gli effetti, come si dovrebbe proporre una legge per la quale in casi di ”reati” si possa cancellare la cittadinanza italiana rimandando il colpevole al paese dei genitori.

Mi sono chiesta con amara ironia se toglierebbe la cittadinanza anche ai ragazzi, minorenni e non solo, che a Taranto hanno ucciso il bracciante. Dove penserebbe di mandarli? La risposta potrebbe essere di renderli apolidi, forse.
Al di là di amare battute, che l’argomento emigranti sia noto e complesso non ci sono dubbi, che si discuta sui centri in Albania e il loro perché, sulla remigrazione e contemporaneamente, guarda caso, del bisogno di emigrati, seppur da far arrivare in maniera coordinata, perché le forze lavoro italiane oggi e più che mai in prospettiva, guardando il calo delle nascite e l’invecchiamento del paese, rappresentano un serio problema. Tutto vero, come lo è però il disordine e talvolta la malafede a beneficio di una campagna elettorale permanente, con cui i temi vengono affrontati e come, nello specifico di questi giorni, affrontati senza mai guardarli nella complessità che propongono con urgenza.
Ed è forse proprio per questo che, tornando a Lampedusa, bisogna interrogarsi come la morte di una creatura di poche settimane, portata in Italia per cercare un futuro è uscita dal novero delle notizie così velocemente.
Sono proprio le bambine e bambini che arrivano, portati a Lampedusa, in quest’isola che non è solo la Porta d’Europa ma anche una frontiera che per la sua storia è simbolo di integrazione, come racconta il Santuario della Madonna di Porto Salvo, che per secoli ha accolto cristiani e musulmani offrendo a tutti un riparo sicuro, che hanno bisogno di chiarezza su che cosa siano le scelte, le prospettive le leggi che governano l’accoglienza o la non accoglienza, sicuramente in Italia ma sarebbe interessante in Europa tutta.
E’ a Lampedusa che il 4 Luglio si recherà Papa Leone, come già fece Papa Francesco, per sottolineare l’importanza e il valore dell’isola dell’accoglienza e dell’accoglienza in sé come grande tema della civiltà messa, oggi, quanto mai in difficoltà da guerre e conflitti di potere.
Ma come non “sognare”, desiderare che oltre il Papa magari proprio l’Europa non possa impegnarsi per fare di Lampedusa un’isola sorella di Ventotene, dove discutere e confrontarsi su come affrontare l’emigrazione in Europa. E questo, ammettendo con ragionevolezza che l’Unione Europa non solo è una meta irrinunciabile per un numero massiccio di migranti, ma che deve ammettere di averne necessità e utilità in molti dei paesi che la compongono, fra cui sicuramente l’Italia, e per questo sarebbe indispensabile uno scambio di convenienza reciproca, rispettoso e reciprocamente fruttuoso.
Paola Ortensi

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