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L’ottantesimo del voto alle donne tra rimozioni e cancellazioni

L’ottantesimo del voto alle donne tra rimozioni e cancellazioni

Il suffragio universale femminile non è stata una concessione data alle donne ma una conquista delle donne. Conosciamo la storia e ricordiamolo sempre!

Lunedi, 27/04/2026 - Dai commenti sull’ottantesimo del voto alle donne italiane, attraverso la lettura di giornali, comunicati stampa, servizi e interviste televisive, quello che più emerge è che Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi sono coloro che hanno firmato il 2 febbraio del ‘45 il decreto legislativo luogotenenziale che riconosceva alle donne il diritto di votare.
Due uomini dunque sono al centro di questo importante momento della nostra democrazia. Solo in alcuni casi si fa riferimento generico alle lotte delle donne venute prima e al loro ruolo fondamentale nella Resistenza, ruolo che allora secondo molte rendeva non più procrastinabile quel diritto. Il fatto è che si tende a parlare troppo spesso del suffragio femminile come di una concessione data alle donne e non come una conquista delle donne.
La verità è che, tranne lodevoli eccezioni, ci troviamo di fronte ad una palese rimozione, come capita in genere nelle narrazioni dominanti, quando si tratterebbe al contrario di dare spazio, senso e valore all’esperienza storica femminile, ai suoi movimenti e alle sue protagoniste: una cancellazione che sottende una mal celata misoginia.
Andiamo allora per la parte che più ci riguarda alle fonti, ai fatti così come ce li racconta ad esempio una delle protagoniste, Marisa Rodano, nel suo libro “Memorie di una che c’era”. Dobbiamo fare un piccolo passo indietro quando a Roma, appena liberata nel giugno del ‘44, dopo una serie di incontri alcune donne della Resistenza tra cui due comuniste, due socialiste e due del Partito della sinistra cristiana di cui faceva parte Marisa, in raccordo con i Gruppi di difesa della donna che nel nord continuavano la lotta, il 15 settembre costituirono un Comitato di iniziativa Udi provvisorio, con l’obiettivo di dare vita ad una associazione di sole donne, l’Unione Donne Italiane, per una emancipazione femminile da realizzarsi in un paese che si voleva finalmente libero e democratico. Molte infatti, una volta uscite dalla guerra, non volevano più tornare a rinchiudersi nelle case, ma continuare a partecipare attivamente alla vita sociale e politica e, in particolare, alla costruzione di una democrazia anche a loro misura.
Credevano fosse condizione necessaria stare insieme tra donne in quanto avevano alle spalle una lunga storia di lotte iniziate fin dalla fine del settecento, interrotte purtroppo nel ventennio fascista, e conoscevano bene, all’interno delle mura domestiche e nello spazio pubblico, la tenace volontà degli uomini a mantenere per sé poteri e privilegi. Volevano votare già alle prime elezioni, ma avvertivano sulla pelle le resistenze e l’ostilità di molti, anche nel fronte antifascista, i liberali ad esempio e i monarchici erano nettamente contrari al suffragio femminile. Sentivano da più parti affermare che le donne non erano pronte o che rischiavano di mascolinizzarsi perdendo così quelle caratteristiche femminili basate sulla dolcezza, la mitezza accudente, la cura, tratti distintivi di un ruolo ritenuto “naturale”, immodificabile. Ricorda a questo proposito Marisa: “Era allora opinione diffusa che le donne italiane, ancor più degli uomini tenute dal regime fascista lontane dalla possibilità di formarsi una coscienza politica, non fossero mature per entrare nei partiti.”
Quella riunione del 15 settembre del ‘44 dette il via in tutta Italia alla nascita di centinaia di circoli Udi: saranno 400.000 le iscritte al momento del primo congresso che si terrà a Firenze nell’ottobre del ’45. Migliaia e migliaia erano dunque le donne italiane che volevano entrare nella polis, essere cittadine attivamente impegnate nella ricostruzione materiale e morale del paese, perciò volevano innanzitutto che fosse loro riconosciuto il diritto di voto politico e amministrativo che, teniamolo ben presente, era la prima delle rivendicazioni del Comitato di iniziativa Udi. Bisognava però agire subito perché si stavano già definendo le liste elettorali perciò, promosso dall’Udi, il 25 ottobre si costituì un Comitato pro-voto di cui facevano parte le associazioni femminili prefasciste come L’Alleanza femminile pro-suffragio e la Fildis (Federazione italiana diplomate e laureate degli istituti superiori) a cui si aggiunsero tutte le componenti femminili del Comitato di Liberazione Nazionale. Fu inviato un promemoria all’onorevole Ivanoe Bonomi, presidente del Consiglio, in cui si sollecitava l’estensione alle donne del diritto elettorale passivo e attivo. Di fronte a evidenti ritardi che non facevano sperare niente di buono, il 23 dicembre l’Udi chiese con forza l’immediata inclusione delle donne nelle liste elettorali e avviò una intensa campagna di massa con riunioni in tutto il paese durante le quali venivano redatti verbali sottoscritti poi dalle presenti e utilizzati per dare forza alla lotta. Il 15 gennaio del ’45 il Comitato pro-voto riusciva finalmente a farsi ricevere dal sottosegretario alla Presidenza, Giuseppe Spataro. Non sembrava ci fossero garanzie certe per cui si decise di preparare una forte mobilitazione per gli inizi di febbraio, ma non fu poi necessaria perché il 2 febbraio arrivò il decreto legislativo luogotenenziale. Forse è il caso di sottolineare che questo decreto arrivò appena in tempo, tanto che fu necessario inviare telegraficamente le disposizioni necessarie ai prefetti.
Ricorda Marisa “La fretta e la disattenzione erano tali che […] ci si era dimenticati dell’elettorato passivo”, cioè le donne potevano sì votare, ma non potevano essere votate! Soltanto un anno dopo e a seguito di varie pressioni, fu codificato con un altro decreto il diritto delle donne ad essere elette ed entrare così nelle assemblee elettive. Bisogna dunque riconoscere che è stata una fatica lunga e di tante quella per ottenere un diritto che oggi sembra ovvio e che invece è l’esito di un protagonismo tenace, intelligente, appassionato che non può essere rimosso né taciuto. Questa è la verità, altro che concessione!". Così conclude Marisa sull’importanza di questo primo voto “se le donne non avessero potuto votare il 2 giugno 1946 e non fossero state elette 21 donne all’Assemblea costituente, è difficile pensare che un’assemblea tutta maschile avrebbe inserito nella Costituzione quei principi di parità che sono poi stati la base delle lotte delle donne per la loro emancipazione nei decenni successivi.”
Ha perfettamente ragione Rodano, e bisogna ringraziarla poiché anche grazie a lei sappiamo la ragione per cui le donne hanno potuto votare nel 1946. Da allora è iniziato quel percorso non ancora concluso per costruire nel nostro paese non una generica e neutra democrazia, ma una democrazia compiuta. Una democrazia che mantenga in sé, nella sua struttura, elementi di dominio maschile sulle donne non può definirsi tale, essendo la pratica di dominio di per sé elemento antidemocratico.
Per questo la lotta delle donne come superamento definitivo del sistema patriarcale, della sua violenza e misoginia, riguarda la sostanza stessa della democrazia, aprendola a pratiche di inclusione per tutti i soggetti che la abitano. Oggi che la violenza, la prepotenza, il denaro, un uso spericolato della tecnologia stanno svuotando dall’interno le nostre imperfette democrazie e ci stanno riportando indietro verso un ordine neopatriarcale con esiti che non poco ci spaventano, oggi più di ieri noi donne abbiamo cose giuste e forti da dire che ci vengono da tutta la nostra storia, umana e politica, e dobbiamo farlo con maggiore determinazione, stando insieme, costruendo alleanze credibili per mettere argini a questa brutta deriva.
Dobbiamo continuare a nutrire la speranza e additare un altro modo di stare nel mondo mantenendo vivo e attivo dentro di noi il desiderio di una democrazia pienamente compiuta in cui vivere finalmente in pace. Sarebbe la prima volta nella storia.

Rosanna Marcodoppido
 

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