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Le città del futuro si costruiscono oggi: ambiente, cura e resilienza - di Pinuccia Montanari

Le città del futuro si costruiscono oggi: ambiente, cura e resilienza - di Pinuccia Montanari

Il cambiamento climatico e la parola 'cura' delle persone, delle relazioni, dei luoghi

Sabato, 04/07/2026

La crisi climatica non è più un problema del futuro. È la realtà che attraversa le nostre giornate, modifica le stagioni, rende più frequenti le ondate di calore, le piogge torrenziali, la siccità e gli eventi estremi. È una realtà che entra nelle case, nelle scuole, negli ospedali, nei quartieri e nelle piazze, incidendo soprattutto sulla vita delle persone più fragili.

Le donne conoscono bene il significato della parola “cura”. Cura delle persone, delle relazioni, dei luoghi. Forse proprio per questo il cambiamento climatico può essere letto anche attraverso uno sguardo diverso: non soltanto come una questione tecnica o ambientale, ma come una sfida che riguarda il benessere delle comunità, la giustizia sociale e la qualità della vita.

Negli ultimi mesi ho analizzato i Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) di Reggio Emilia, Genova e Roma, confrontandoli con alcune delle esperienze europee più avanzate, come Copenaghen, Parigi e Rotterdam. Ne emerge un messaggio chiaro: le città possono diventare protagoniste della transizione ecologica, ma solo se sapranno mettere al centro le persone.

Per anni abbiamo pensato che bastasse ridurre l’inquinamento o aumentare l’efficienza energetica. Oggi sappiamo che non è sufficiente. Le città devono imparare ad adattarsi ai cambiamenti climatici già in corso, diventando più resilienti, più verdi e più capaci di proteggere la salute dei cittadini.

Una città resiliente non è semplicemente una città con più pannelli solari. È una città nella quale gli alberi diventano infrastrutture pubbliche, l’acqua piovana viene raccolta anziché dispersa, il verde riduce il calore estivo e la mobilità sostenibile restituisce spazio alle persone.

Genova offre un esempio significativo. Dopo le drammatiche alluvioni degli ultimi decenni ha scelto di investire nelle cosiddette Nature Based Solutions: parchi, alberature, corsi d’acqua rinaturalizzati e superfici permeabili che aiutano la città ad assorbire l’acqua e a ridurre il rischio idraulico. Il verde non è più un elemento decorativo, ma una vera infrastruttura climatica.

Roma, invece, ha sviluppato una visione più ampia, nella quale energia, mobilità, salute pubblica e biodiversità diventano parti di un’unica strategia. Le Comunità Energetiche Rinnovabili, la riforestazione urbana, la mobilità ciclabile e la tutela delle persone vulnerabili durante le ondate di calore rappresentano tasselli di una stessa politica.

Anche Reggio Emilia possiede tutte le caratteristiche per diventare un laboratorio della transizione ecologica. Ha una lunga tradizione di pianificazione urbanistica, un forte tessuto associativo, competenze scientifiche e una cultura della partecipazione che costituiscono un patrimonio prezioso. Il suo PAESC rappresenta una base importante, ma la vera sfida sarà trasformare gli obiettivi scritti in azioni concrete e condivise.

Il confronto con le esperienze europee suggerisce alcune idee semplici ma rivoluzionarie.

Pensiamo alla cosiddetta “città spugna”, sperimentata in diverse città del Nord Europa. Invece di convogliare rapidamente tutta l’acqua piovana nelle fognature, si progettano piazze, giardini e parchi capaci di trattenerla temporaneamente, restituendola lentamente al terreno. È un modo intelligente di convivere con gli eventi climatici estremi.

Oppure alla “città dei quindici minuti”, proposta da Parigi: una città nella quale scuole, negozi, farmacie, parchi e servizi essenziali siano raggiungibili a piedi o in bicicletta in pochi minuti. Non significa vietare l’automobile, ma ridurre la necessità di usarla per ogni spostamento quotidiano.

Copenaghen dimostra che tutto questo è possibile. Oltre il sessanta per cento degli abitanti raggiunge ogni giorno il lavoro o la scuola in bicicletta grazie a una rete continua e sicura di piste ciclabili. La qualità della vita migliora, diminuiscono le emissioni e cresce il benessere collettivo.

C’è poi un aspetto spesso trascurato: il rapporto tra cambiamento climatico e salute.

Le ondate di calore colpiscono soprattutto gli anziani, i bambini e le persone con malattie croniche. Una piazza alberata non è soltanto più bella: può salvare vite umane. Un percorso ombreggiato permette agli anziani di uscire di casa anche durante l’estate. Una scuola con alberi e pavimentazioni permeabili diventa un luogo più sano dove crescere.

La cura dell’ambiente coincide sempre più con la cura delle persone.

Ed è qui che lo sguardo femminile può offrire un contributo originale. Le donne hanno spesso sviluppato una particolare sensibilità verso la qualità degli spazi quotidiani, la salute, la prossimità dei servizi, il verde, il tempo dedicato alle relazioni. Sono dimensioni che oggi diventano centrali anche nelle politiche climatiche.

Non è un caso che molte esperienze di partecipazione ambientale nascano proprio dall’impegno delle donne: nei comitati di quartiere, nelle associazioni, nelle scuole, nei gruppi di cittadinanza attiva.

La transizione ecologica non sarà soltanto una questione di tecnologie innovative. Sarà soprattutto una trasformazione culturale.

Occorre imparare a considerare gli alberi come alleati della salute pubblica, l’acqua come una risorsa da custodire, il suolo come un bene comune da non consumare, la biodiversità come una ricchezza indispensabile per la qualità della vita.

Il cambiamento climatico ci obbliga anche a ripensare il concetto stesso di città. Non più uno spazio dominato dal cemento e dalle automobili, ma un ambiente nel quale natura e urbanistica tornano a dialogare.

In questo percorso la partecipazione dei cittadini diventa fondamentale. Nessun piano climatico potrà funzionare se resterà confinato negli uffici comunali. Servono scuole coinvolte, università attive, imprese responsabili, associazioni protagoniste e cittadini informati.

La sostenibilità non si costruisce soltanto attraverso grandi opere. Nasce anche dai piccoli gesti quotidiani: scegliere di camminare, piantare un albero, risparmiare acqua, condividere energia, ridurre gli sprechi, prendersi cura degli spazi pubblici.

Le città del futuro saranno quelle capaci di coniugare innovazione e solidarietà, tecnologia e natura, efficienza e bellezza.

Perché la crisi climatica non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda il modo in cui vogliamo vivere insieme.

E forse è proprio questo il contributo che uno sguardo di donna può offrire al dibattito pubblico: ricordare che dietro ogni piano urbanistico, dietro ogni albero piantato, dietro ogni pista ciclabile, ci sono persone, famiglie, bambini, anziani, comunità.

La transizione ecologica, prima ancora che una rivoluzione tecnologica, è un grande progetto di cura collettiva. E la cura è sempre stata il linguaggio più autentico con cui costruire il futuro.


Dott.ssa. Pinuccia Montanari
Coordinatrice Comitato scientifico
Ecoistituto ReGe 

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