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Le scolare di Minab in Iran con noi, in questo 8 marzo 2026

Le scolare di Minab in Iran con noi, in questo 8 marzo 2026

La prima strage di innocenti nella scuola femminile 'Shajareh Tayyebebn'. Un pensiero di solidarietà per queste bambine e per le donne che continuano a combattere in Iran sognando la libertà

Martedi, 03/03/2026 - Le scolare di Minab con noi, in questo 8 marzo 2026 / Il femminile di giornata ottantatre
E’ il 28 febbraio, il primo giorno di lezione della settimana per le alunne della scuola elementare “Shajareh Tayyebeb” nella città di Minab nel sud dell’Iran, quando la vita di circa 165 fra bambine, maestre, personale scolastico, praticamente quasi tutte le presenti, come risulta dai terribili calcoli finali, viene ”sacrificata” tragicamente alle ragioni della guerra.
E’ infatti quel "Ruggito del leone” - secondo il nome che Trump e Netanyahu hanno deciso per il loro attacco contro l'Iran -  che ha distrutto la scuola; insieme alle mura e ai banchi sono state annientate tutte le bimbe e non solo.
E’ dopo il venerdì di festa - che immaginiamo, come per ogni bambina sia stato pieno di giochi e allegria - che il sabato in Iran si torna a scuola, per la nuova settimana di studio. Sono piccole le ”nostre” alunne e immaginiamo i genitori accompagnarle, raccomandando di mettere a posto zaini e cartelle, di fare attenzione mangiare la merenda. Gesti e parole abituali in tutto mondo.
Sabato 28 febbraio la soglia, di quella scuola è divenuta la porta per la morte e quei genitori, come racconta qualche articolo, sono tornati indietro disperati e attoniti, per accettare l’inesorabile realtà della guerra e cercare e raccogliere disperatamente quanto restava delle loro figlie.
La scuola è solo a 60 metri, come leggiamo, da una base dei Guardiani della Rivoluzione, presumibilmente vero obiettivo dell’attacco, che ne ha causato la distruzione e l'ha sacrificata alla superiore ragion di guerra.
Sembra fantasia e romanzo quel tempo in cui pensavamo che una scuola, come un ospedale, in ogni situazione avrebbe prevalso per importanza, determinando la rinuncia ad effetuare un attacco. Tale è l’enormità di questo avvenimento che nel raccontare, pensare e considerare la caverna di orrore e violenza che rappresenta, diviene simbolico, al momento, di tutte le creature innocenti che questa guerra sacrifica.
Un conflitto che continua feroce ed inesorabile e sta già colpendo da una parte e dall’altra oltre i confini dell’Iran e d’Israele, allargando i dannati obiettivi di guerra.
Come non accostare questa barbarie a quanto avviene in Ucraina, a Gaza, nel Sudan e in tante altre realtà, rischiando ogni minuto di ripetersi li dove puntano le armi iraniane, israeliane, americane, irusse. Strumenti di morte impegnati in guerre che non possiamo che deprecare augurandoci che si ritrovi al più presto la via della diplomazia, che prevalga la parola piuttosto sulle armi, seppur poco è l’ottimismo rispetto a tale speranza.
Fra le notizie più sottolineate di questi giorni di guerra vi è l’informazione della capacità fondamentale degli USA e di Israele di centrare con chirurgica precisione l’obiettivo, tanto da aver con "facilità” potuto identificare e uccidere l’ayatollah Ali Khamenei. Ed allora perché non evitare, data la formidabile abilità bellica e strategica, i luoghi dei civili, dell’infanzia, della scuola dell’umanità che la guerra non la combatte ma la subisce? Invece assistiamo alla cancellazione della vita e del futuro futuro di milioni d’innocenti inconsapevoli.
Ma torniamo alle nostre scolare, che immaginiamo dall’asilo alla quinta, sapendo che su questo terribile attacco vi è stato persino chi lo ha definito falso, o meglio costruito dall’IA, utilizzando foto di precedenti attacchi in altro paese, per poi ritrattare e lasciando comunque in sospeso la conferma di chi lo abbia scagliato se USA, Israele o addirittura lo stesso Iran.
Ciò che rimane è la vergogna della guerra per cui l’età, la condizione, il sentire delle vittime non conta; che per loro il futuro sia stato cancellato non ha alcun peso, né prevede alcun rimorso o scuse .E poi ecco la struggente notizia del funerale delle vittime innocenti già avvenuto, accompagnato ovviamente, in modo strumentale, dalle minacce delle vendette iraniane.
Le nostre bambine persiane alle quali mi piace l’idea di dedicare, almeno ”un po'” dell’8 marzo, non solo rappresentano creature che muoiono e purtroppo continueranno a morire in questa e altre guerre attive in contemporanea in tutto il mondo, che sono tante, troppe,”troppissime“, portando via e cancellando i loro sogni, le loro speranze; ma in Iran, assumono, direi, un significato “più speciale” e fortemente simbolico. Come non pensare alla forza proprio delle donne iraniane, le prime sempre a scendere in piazza, a contestare il regime, a gridare :”Vita, Donna, Libertà”, a manifestare in ogni luogo, per chiedere la caduta del regime, della dittatura religiosa, rischiando la morte, anche per il solo fatto di non indossare il velo in modo tradizionale.
Quanto accadde a Mahsa Amini che veniva brutalmente assassinata il 16 settembre del 2022 per non aver correttamente portato il l’hijab e divenuta poi, per questo, ispiratrice delle tantissime manifestazioni contro il regime a cui migliaia di donne hanno dato il via, da allora, vedendo poi unirsi a loro tanti giovani uomini, soprattutto universitari ma non solo, represse/i dal regime in migliaia e migliaia.
Da diversi anni ormai parlare di donne in Iran significa sottolineare il loro coraggio, la loro protesta, l’essere immagine stessa dell’opposizione, della rivolta, della resistenza al regime, presentandosi sempre in prima linea. Fatti, storie comportamenti, sofferenze, prigionie, condanne a morte conosciute/i e riconosciute/i che simbolicamente diviene quasi istintivo affiancare alle bambine di Minab. Loro, che un drone, o forse un missile o come diavolo si chiami, l’arma intelligente che le ha uccise, ne ha fermato la vita proprio quando s’impegnavano in un luogo di studio, d’amicizia, di sogni da bambine, per crescere, scegliendo un giorno, poi, come pensare il mondo, magari volendo divenire donne che amavano la vita e la libertà di scegliere cosa fare, come lavorare e vivere e da che parte stare della storia e dell'umanità.
E questo come tante delle donne che in tutto il mondo, magari, con in mano un rametto di mimosa, simbolicamente l’8 marzo, in una giornata, riempita di parole pensate e importanti, si pongono domande,fanno richieste, proteste, considerazioni, anche in memoria di tutte quelle che soffrono e che hanno pagato con la vita, per quella violenza che troppo spesso parte da un singolo uomo, ma che nei giorni nostri arriva dalla ferocia della guerra come per le nostre piccole scolare della scuola elementare, insieme alle loro insegnanti.
A loro vorrei dedicare - e sarebbe bello che lo facessimo in tante - un pensiero forte di nostalgia e di affetto per chi le ha perdute per sempre, aggiungendo la vicinanza a tutte e tutti quelli che vivono una feroce guerra che sta continuando ma che non possiamo che augurarci evolva più presto possibile in incontri in cui la diplomazia dell’ingegno sostituisca la mano armata.
Paola Ortensi

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