Al tempo di Meloni, Schlein e Von der Leyen occorre "...condividere con le nuove generazioni l’approfondimento in chiave femminista della 'politica' come necessità sociale.."
La scomparsa quasi contemporanea di Luisa Muraro e di Lia Cigarini ha richiamato alla mente delle donne che ancora si dichiarano femministe i contenuti e lo stile “di una volta”.
Era generale il bisogno di agganciare le buone pratiche alla dimensione teorica di problemi mai risolti perché radicati nella tradizione di vita degli uomini e delle donne, non ancora rimessi in discussione rinnovata dalla pluralità delle differenze sessuali.
Usava ragionare di noi secondo “scuole di pensiero” che facevano dire a intellettuali e filosofi dell’accademia che, davvero, il femminismo era la più importante novità del secolo (scorso) che avrebbe lasciato il segno. Infatti se la scomparsa di due femministe storiche ha fatto notizia su tutti i quotidiani, è segno che ne era coinvolta l’opinione pubblica non senza motivo. Ma bisogna frequentare ancora la Libreria di Milano o il gruppo Diotima di Verona e, comunque, un’altra classe anagrafica per riabituarsi allo stile.
Eppure le liceali che fanno i cortei antiviolenza sembrano non aver rapporti con il pensiero delle madri, fino al punto di rinunciare a un incontro con una femminista non vetusta, ma non gradita.
Una volta gli orientamenti, dati per diversi, si confrontavano, anche tempestosamente, e le differenze tra noi fornivano materia di polemiche che ricadevano, personalizzate, nei gruppi di base e gli atenei avevano spazi - restano, ma non fanno più rumore - riservati alla cultura ormai difficilmente chiamata “femminista”. Prevalgono lo studio sociologico e corsi disciplinari e tesi di laurea dedicati all’eccellenza femminile nella storia, le lettere o le arti. La parola “genere” non rappresenta più solo la cultura femminile: è stato cancellato il gender anglosassone che internazionalmente indicava la cultura del “genere” che veniva imponendo, anche all’Onu, la propria autonomia. Infattl il genere era cambiato “in sé”: aveva recepito l’importanza di fare giustizia dell’emarginazione dell’omosessualità e aveva aperto una diversa relazione con i corpi: la sessualità ha avuto bisogno di nuovi approcci di studio, soprattutto di accoglienza di un nuovo che si scopriva antico.
Forse il vecchio femminismo era pronto alla relazione prima ancora di investigare che cosa cambiava nella conoscenza di un’umanità diventata molto più complessa di quanto non fosse stata pensata nella morfologia maschio/femmina.
Abbiamo lasciato alle spalle gli equivoci sulla “normalità”, non la fine del pregiudizio. Il tempo non ha ancora chiarìto abbastanza che anche le case dei cattolici sono abitate da coppie lesbiche con i loro bambini e da differenze lgbtq+. Resta l’ignoranza dell’impatto con le sorprese della storia.
C’è sempre stato il problema della rappresentanza. Nemmeno le vetero femministe apprezzarono l’idea - che da una qualche parte venne in mente - del “partito delle donne”, analogo della “forma-partito” tradizionale. Comunque la questione della partecipazione al voto in un paese in cui l’elettorato è composto da donne per il 52%, rimane, tanto più che in buona sostanza è rimasto lo schema del femminismo progressista che vota la sinistra, preferibilmente la sinistra radicale. Mai studiato il rapporto con le donne di destra e ancor meno la pregiudiziale maschilista della stessa sinistra. Mentre avevamo cercato di approfondire che cosa potevano fare le donne per cambiare il valore di “questo” potere che opprime il sistema-mondo (e oggi lo trascina alle guerre) in tutti i settori.
Resta da condividere con le nuove generazioni l’approfondimento in chiave femminista della “politica” come necessità sociale non neutra, mentre sono femminili le massime autorità che - Meloni e Schlein nonché Von der Leyen - gestiscono la politica “come uomini” e conservano il patriarcato istituzionale.
Secondo la mia scuola di pensiero le donne esercitano un magistero in quanto donne; come singole, nessuna si fa maestra a nessuna. Luisa Muraro era di opposto avviso. E adesso si vede che è stata una “maestra”. Appunto, “un tempo” si discuteva e le idee crescevano insieme con le parole. Oggi mi sento un po’ “stretta”. Meno male che Francesca Archibugi presenta a Venezia il suo film su Carla Lonzi.