Leggi e politiche reazionarie: il clima misogino che opprime le donne in Polonia
Lavoro, violenza domestica e aborto: i principali problemi delle polacche. Intervista all’avvocata Hanna Kobus e a due giovani coordinatrici del Centrum Praw Kobiet, una fondazione femminista attiva dal 1994 con sedi nelle principale città del Paese
Domenica, 03/05/2026 - In occasione di un viaggio a Cracovia abbiamo visitato il Centrum Praw Kobiet (Centro per i diritti delle donne) e abbiamo intervistato (in video) Katarzyna Czech and Wanesa Kubowicz-Lupa, due giovani donne che svolgono il ruolo di coordinatrici della Fondazione e sostengono anche le donne che si rivolgono alla Fondazione, in particolare quelle che soffrono di violenza domestica. Inoltre l’avvocata Hanna Kobus, una delle professioniste coinvolte nelle attività del Centro, ha risposto ad alcune domande. Sono testimonianze che, complessivamente, dipingono una situazione sconfortante e segnalano come sia facile per le donne perdere diritti, anche nel cuore dell’Europa.
Qual è attualmente la situazione lavorativa delle donne in Polonia? Esistono forme di protezione o aiuti? Secondo il Codice del Lavoro polacco i lavoratori devono essere trattati tutti allo stesso modo, sia al momento dell'assunzione che del licenziamento sia per le condizioni di lavoro, le promozioni e l’accesso alla formazione, in particolare senza distinzione di genere.
Esistono anche tutele legali contro la discriminazione e le molestie sul lavoro. I datori di lavoro che non si attengono a queste tutele possono essere legalmente perseguiti. Abbiamo anche un Ispettorato Nazionale del Lavoro (PaństowowaInspekcja Pracy) che ha il compito di identificare e sanzionare questi tipi di violazione.
Detto questo le cose nella pratica possono essere molto diverse. È difficile identificare precisamente i problemi, determinare esattamente il divario retributivo di genere o il livello reale di discriminazione.
In Polonia le discriminazioni contro le donne nel mercato del lavoro spesso sono viste come un tema secondario, a volte perfino sopravvalutato. Un esempio indicativo è quello di una recente modifica legislativa per il linguaggio inclusivo di genere in modo che le offerte di lavoro non si basino solo nella forma maschile. Questo ha creato una reazione sorprendentemente forte. È difficile ricordare un’altra causa legale, tra quelle che non riguardano direttamente questioni vitali, che abbia prodotto un tale dibattito pubblico ed emotivo. Complessivamente direi che le sfide principali che le donne devono affrontare nel mercato del lavoro polacco non hanno radici nella legislazione del lavoro in se ma sono di natura intersezionale.
Per le giovani donne, fino ai quarant’anni circa, gli ostacoli principali al lavoro, soprattutto per quelle con un basso livello di istruzione che vivono in piccole città e con figli piccoli, sono orari di lavoro rigidi, il peso delle responsabilità domestiche e di cura e l’accesso limitato agli asili e ai sevizi educativi prima sotto i tre anni. Molto spesso è l’accumularsi di fattori diversi - maternità, violenza domestica, malattia o cura di membri della famiglia dipendenti o disabili - a rendere le donne di fatto invisibili per il mercato del lavoro. Organizzazioni come il Centro per i Diritti delle Donne (Centrum Praw Kobiet) ascoltano costantemente storie del tipo: “Mio marito è aggressivo ma noi abbiamo due bambini piccoli e io non posso lavorare. Se me ne vado non sarò in grado di sopravvivere” oppure “Ho passato anni a prendermi cura dei miei genitori malati e quando sono morti sono restata senza mezzi di sostentamento”. Tutto ciò, e non solo la legge, rappresenta una sfida urgente e sottovalutata per il mercato del lavoro, oggi, in Polonia.
Violenza di genere e femminicidi: qual è la situazione dal punto di vista legale e della cultura predominante? Violenza di genere? Femminicidio? In Polonia questi concetti nella legge semplicemente non esistono, almeno non in termini legali. Esiste il reato di abuso. È applicato a chi, fisicamente o psicologicamente, abusa di una persona vicina o a chi è in permanente o temporanea dipendenza , con l'autore del reato – ad esempio un marito che abusa della moglie, o un genitore che abusa di un figlio. Ma la situazione diventa legalmente più complicata se un uomo compie degli abusi contro la sua ex partner. In generale deve trattarsi di un reato ripetuto o particolarmente grave affinché sia definito “abuso”. Questo crea problemi nella pratica perché la violenza “meno grave” viene classificata come “violazione dell’integrità del corpo”. Il risultato è che dal punto di vista legale il marito che prende a pugni in faccia la moglie viene trattato alla stregua di chi prende a pugni il vicino durante una lite.
Al di la degli abusi la legge distingue gradi differenti di lesioni personali: minori, medie e gravi. Ci sono anche reati di omicidio e sessuali. Questo, a grandi linee, è il quadro legale che codifica la violenza particolarmente quella fisica. Come si vede nessuna definizione di questi reati si riferisce al genere. Nonostante la Polonia abbia ratificato la Convenzione di Istanbul che connota precisamente la violenza di genere, questa prospettiva non si riflette nelle definizione di reati del Codice penale. Guardando la legislazione polacca si potrebbe pensare che i crimini avvengano in una sorta di vuoto in cui le categorie come il genere, l’età, la razza, l’orientamento sessuale semplicemente non esistono. Eppure la violenza contro le donne, compresi i casi di femminicidio, rappresenta un problema molto grave e diffuso in Polonia. Tuttavia non è solo la legislazione ad avere dei limiti ma la sua applicazione pratica. È allarmante la frequenza con cui la polizia rifiuta di accettare denunce o attivare la procedura “blue card”, quanto spesso i pubblici ministeri non riescano ad istruire un processo o allargare le indagini, quanto i tribunali minimizzino la violenza, qualificando le denunce di abuso come mosse tattiche nei procedimenti di divorzio invece che come appelli per chiedere protezione.
L’attuale legge consente l’aborto solo in pochissimi casi. Qual è l’opinione delle donne? In generale cosa pensa la società? La legge sull’aborto in Polonia ha una lunga storia – e sfortunatamente è una storia di regressione. Con il comunismo, nel 1956, fu introdotta una legge che permetteva l’aborto per i cosiddetti “motivi sociali”. In pratica era accessibile per tutte le donne: era sufficiente firmare una dichiarazione. Con la caduta del comunismo e i cambiamenti tra gli anni ’80 e ‘90 l’influenza della chiesa cattolica iniziò a crescere in modo significativo. Aveva acquisito un’enorme autorità morale durante la transizione politica e chiese forti restrizioni alla legge sull’aborto. Allo stesso tempo molti politici e importanti attori sociali volevano staccarsi dalle leggi approvate nel periodo comunista e la legge del 1956 divenne un simbolo da ripudiare. Il risultato fu che nel 1993 fu adottata una nuova legge che proibiva l’aborto, permesso solo in tre casi: quando la gravidanza mette in pericolo la vita della donna, in caso di gravi malformazioni del feto e quando la gravidanza è frutto di un atto criminale come stupro o incesto. Di fatto l’accesso all’aborto divenne estremamente limitato. I concetti di “minaccia alla vita o alla salute” della donna erano difficili da dimostrare in caso di reati. Quindi solamente in caso di malformazione fetale si poteva effettivamente fare ricorso all’aborto, infatti la maggior parte degli aborti legali in Polonia si basa su questa diagnosi. Quando il partito Law and Justice è andato al governo nel 2015 anche questo quadro normativo, già restrittivo, è stato sottoposto a pressioni per essere ulteriormente inasprito. Nel 2020 la Corte Costituzionale - formalmente indipendente ma di fatto influenzata da Law and Justice - stabilì che l’aborto era incostituzionale anche in caso di gravi malformazioni fetali. Quella decisione scatenò proteste di massa le più numerose mai viste in Polonia dal 1980. Le conseguenze furono visibili molto rapidamente: i medici, temendo ripercussioni professionali e pressioni politiche hanno cominciato ad agire con estrema cautela, spesso rifiutando di praticare un aborto anche quando la donna era in pericolo di vita o aveva subito violenza. I media hanno riportato casi di donne incinte morte in ospedale. Nonostante le chiare indicazioni mediche, e talvolta perfino dopo la morte del feto, le interruzioni di gravidanza sono state ritardate o rifiutate, con esiti fatali per la donna. Un caso eclatante fu quello di Izabela di Pszczyna.
Dopo la sua morte esplosero di nuovo le proteste: i manifestanti si riunivano nei centri cittadini per protestare contro le restrizioni della legge e osservavano minuti di silenzio in sua memoria. In alcuni casi le controproteste organizzate da gruppi conservatori e nazionalisti interrompevano le mozioni di silenzio.
Oggi, dopo l’emendamento del 1993 sulla pianificazione familiare, la protezione del feto e le condizioni per mettere fine alla gravidanza, l’aborto è permesso solo quando la gravidanza è un pericolo per la vita e la salute della donna, o quando ci sia un giustificato sospetto che la gravidanza sia il risultato di un atto criminale. In questo caso l’aborto è permesso solo entro la dodicesima settimana. Tuttavia in pratica i medici restano riluttanti nel seguire la procedura. Non c’è ancora un chiaro consenso su come interpretare la “minaccia per la vita e la salute”. Per quanto riguarda le gravidanze frutto di atti criminali fino a poco tempo fa la legislazione polacca definiva lo stupro in modo così restrittivo che molte denunce per violenza sessuale non arrivavano alla causa legale in tempo. Inoltre con una scadenza di dodici settimane era praticamente impossibile per la vittima di stupro ottenere la conferma legale. Molte persone in Polonia sono profondamente insoddisfatte dell’impianto legale, come dimostrato dalle proteste di massa del 2020 e dalla crescente attività delle organizzazioni che appoggiano l’accesso all’aborto. Nello stesso tempo una porzione significativa della società sostiene leggi restrittive e vede l’aborto moralmente equivalente all’omicidio. In alcuni di questi gruppi, particolarmente di giovani uomini, ci sono segni di aumento di radicalizzazione con l’appoggio dell’estrema destra e perfino di movimenti politici fascisti. In questi circoli gravidanze non volute e nascite forzate sono presentate come “conseguenza” dell’attività sessuale delle donne.
Paradossalmente sembra che dieci o venti anni fa questi punti di vista fossero meno visibili nell’opinione pubblica. Domande quali: “è legale porre fine a una gravidanza quando c’è un feto che non può sopravvivere?” di rado erano discusse apertamente. Oggi queste domande sono parte di discorsi politici quotidiani. Il dibattito più esteso si è spostato a destra e perfino i partiti che si descrivono come centristi spesso evitano di prendere una chiara posizione in favore dell’aborto legale. I medici che dicono apertamente di praticare l’aborto affrontano aggressioni e intimidazioni da parte di soggetti politici. Negli spazi pubblicitari è comune vedere vicini tra loro messaggi sia pro che contro l’aborto. Eppure in quest’atmosfera di paura, stigma e giudizio morale le donne polacche continuano ad abortire. Almeno da questo punto di vista non è cambiato.
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English version
(Title)
REACTIONARY LAWS AND POLICIES: THE MISOGYNICAL CLIMATE THAT OPPRESSES WOMEN IN POLAND
Work, domestic violence, and abortion: the main problems facing polish women. An interview with lawyer Hanna Kobus and two young coordinators from Centrum Praw Kobiet, a feminist foundation active since 1994 with offices in the country's major cities.
(Article)
During a trip to Krakow, we visited the Centrum Praw Kobiet (Women's Rights Center) and interviewed (on video) Katarzyna Czech and Wanesa Kubowicz-Lupa, two young women that serve as coordinators of the Foundation and also support women who turn to the Foundation, particularly those suffering from domestic violence. Lawyer Hanna Kobus, one of the professionals involved in the Center's activities, also answered some questions. These testimonies paint a disheartening picture and highlight how easy it is for women to lose their rights, even in the heart of Europe.
What is the situation today in general among women in Poland at work? Are there particular protections or aids? Under the Polish Labour Code, employees are supposed to be treated equally when it comes to hiring and dismissal, working conditions, promotion, and access to training – particularly regardless of gender.
There are also legal safeguards against discrimination and workplace harassment, and employers who fail to provide such protection can be sued. There is also the Państwowa Inspekcja Pracy (National Labour Inspectorate), which is responsible for identifying and addressing these kinds of violations.
That said, in practice, things can look quite different. It’s also very difficult to measure these issues precisely – to determine the exact gender pay gap, or the real scale of discrimination.
Socially, discrimination against women in the labour market is often seen in Poland as a secondary issue, sometimes even as a bit overstated. A good example is a recent legal change requiring gender-neutral language in job advertisements – so that job postings can’t rely solely on masculine forms of job titles. This sparked a surprisingly strong reaction. It’s hard to remember another legal change – one that doesn’t really affect everyday life in any major way – that generated so much public debate and emotion.
Overall, I would say that the main challenges women face in the Polish labour market are not really rooted in labour law itself. They are more intersectional in nature. For younger women, roughly up to the age of 40, the key barriers to employment, especially for those with lower levels of education, living in smaller towns, or raising young children, include inflexible working hours, the burden of domestic and caregiving responsibilities, and limited access to childcare and early education services for children under three.
Very often, it’s the accumulation of different factors – motherhood, domestic violence, illness, or caring for dependent or disabled family members – that makes a woman effectively invisible on the labour market. Organizations like the Centrum Praw Kobiet (Women’s Rights Centre) regularly hear stories like: “My husband is abusive, but we have two small children and I have no way of taking up work. If I leave, I won’t be able to support myself,” or “I spent years caring for my sick parents, and after they passed away, I was left with no means of making a living.”
This, and not only the law, is one of the most pressing and underappreciated challenges in the Polish labour market today.
Gender violence and feminicides: what is the situation from the point of view of laws and widespread culture? Gender-based violence? Femicide? Not in Poland – at least not in legal terms. These concepts simply do not exist in the law.
What does exist is the criminal offence of abuse. It applies to anyone who physically or psychologically abuses a close person, or someone who remains in a permanent or temporary relationship of dependence on the perpetrator – for example, a husband abusing his wife, or a parent abusing a child. But a man abusing his former partner? That becomes more legally complicated.
In general, the conduct has to be either repeated or particularly severe to qualify as abuse. This creates real problems in practice, because “less severe” violence is often classified merely as a violation of bodily integrity. As a result, a husband who punches his wife in the face with his fist may end up being treated, in legal terms, the same as someone who pushes a neighbour during an argument.
Beyond abuse, the law distinguishes between different degrees of bodily harm – minor, medium, and severe. There are, of course, homicide offences, as well as sexual offences.
And that is, broadly speaking, the extent of the legal framework governing violence, particularly physical violence. As you can see, none of these offences makes any reference to gender. Although Poland has ratified the Istanbul Convention, which specifically addresses gender-based violence, this perspective is not reflected in the definitions of criminal offences under the Penal Code. If one were to look only at the law as drafted by the Polish legislature, one might conclude that crimes occur in a kind of vacuum – one in which categories such as gender, age, race, or sexual orientation simply do not exist.
And yet, violence against women, including cases of femicide, is a deeply serious and widespread problem in Poland.
The issue, however, is not limited to the law itself, but also concerns how it is applied in practice. It is alarming how often the police refuse to accept reports or decline to initiate a “Blue Card” procedure, how frequently prosecutors fail to open investigations or discontinue them at an early stage, and how courts downplay violence, treating reports of abuse as tactical moves in divorce proceedings rather than as genuine claims requiring protection.
The law in force allows abortion only in a few cases. What is the opinion of women? In general, what does society think? Abortion law in Poland has a long history – and unfortunately, it is a history of regression. Under communism, in 1956, a law was introduced allowing abortion on so-called “social grounds.” In practice, this meant very broad access: a woman’s declaration was sufficient.
With the collapse of communism at the turn of the 1980s and 1990s, the position of the Catholic Church began to grow significantly. It had gained enormous moral authority during the political transition and strongly advocated for restricting abortion. At the same time, many political and social actors wanted to break away from laws associated with the communist period, and the liberal 1956 legislation came to be seen as a symbol of the previous system.
As a result, in 1993 a new law was adopted. It generally prohibited abortion, but allowed it in three cases: when the pregnancy posed a threat to the woman’s life or health, in cases of severe fetal abnormalities, and when the pregnancy resulted from a criminal act, such as rape or incest.
In practice, however, access to abortion became extremely limited. The concepts of “threat to life or health” and pregnancy resulting from a crime were vague and difficult to prove. As a result, it was primarily the fetal abnormality ground that made legal abortion realistically accessible – and indeed, the vast majority of legal abortions in Poland were carried out on that basis.
After the (Law and Justice party came to power in 2015, even this already restrictive framework came under pressure to be tightened further.
In 2020, the Constitutional Tribunal – formally independent, but in practice largely influenced by the ruling Law and Justice party – held that the provision allowing abortion in cases of fetal abnormalities was unconstitutional. From that point on, abortion on these grounds became illegal, even in cases involving severe and non-viable conditions. This decision triggered mass protests, the largest seen in Poland since the 1980s.
The consequences became visible very quickly. Doctors, fearing professional repercussions and political pressure, began acting with extreme caution, often refusing to perform abortions even in cases where the pregnancy endangered the woman’s life or resulted from rape. The media reported cases of pregnant women dying in hospitals. Despite clear medical indications, and sometimes even after fetal death, terminations were delayed or refused, leading to fatal outcomes.
One particularly widely reported case was that of Izabela from Pszczyna. After her death, protests erupted again. People gathered in city centres to oppose the restrictive law and hold moments of silence in her memory. In some instances, counter-protests organized by conservative and nationalist groups disrupted the minute of silence.
Today, under the amended 1993 Act on family planning, the protection of the human fetus, and the conditions for lawful termination of pregnancy, abortion is permitted only when the pregnancy poses a threat to the life or health of the woman, or when there is a justified suspicion that it resulted from a criminal act. In the latter case, abortion is allowed only up to the 12th week of pregnancy.
In practice, however, doctors remain reluctant to perform the procedure. There is still no clear consensus on how to interpret a “threat to life or health.” As for pregnancies resulting from criminal acts, until recently Polish law defined rape so narrowly that many real instances of sexual violence did not meet the legal threshold. Moreover, within the 12-week time limit, it is often practically impossible to obtain legal confirmation that a crime has occurred.
Many people in Poland are deeply dissatisfied with this legal framework, as reflected in the mass protests of 2020 and the growing activity of organizations supporting access to abortion.
At the same time, a significant part of society supports restrictive laws and views abortion as morally equivalent to killing. Among some groups, particularly younger men, there are signs of increasing radicalization, with support for far-right or even fascist political movements. In these circles, unwanted pregnancy and forced childbirth are sometimes framed as a form of “consequence” for women’s sexual activity.
Paradoxically, it seems that a decade or two ago such views were less visible in public debate. Questions such as whether it should be legal to terminate a pregnancy involving a fetus that cannot survive birth were rarely discussed openly. Today, they are part of everyday political discourse. The broader debate has shifted to the right, and even parties that describe themselves as centrist often avoid taking a clear position in favor of legal abortion.
Doctors who openly state that they perform abortions face harassment and intimidation from political actors. In public spaces, it is common to see competing messages side by side – stickers saying “abortion is okay” next to graphic anti-abortion posters intended to shock and deter.
And yet, amid all this – this atmosphere of fear, stigma, and moral judgment – women in Poland continue to have abortions. At least in that respect, nothing has changed.
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