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L'essenza dell'Essere sul palcoscenico con  'Hanno ucciso Baudelaire' - di Maria Inversi

L'essenza dell'Essere sul palcoscenico con 'Hanno ucciso Baudelaire' - di Maria Inversi

Con il testo di Marco Buzzi Maresca è andato in scena Gianni De Feo, che ha anche curato la direzione e la drammaturgia teatrale (Teatrosophia di Roma)

Martedi, 31/03/2026 - Nel bel testo di Marco Buzzi Maresca Baudelaire si interroga sull’essenza dell’essere. Si chiede dove risieda la vita. Nel ricordo? Nell’essere stato qualcosa? Niente? Carne? Ma in sé e fuori di sé lui vive in scena come “incarnazione del discorso”.

Non è tuttavia un Baudelaire filosofico, un Amleto che si strugge nel dilemma se essere “perdono” e dormire, o assassino e continuare a vivere.Vivere fino a quando? Non può dirselo.

Nei versi di Baudelaire - che taluni di noi, a tratti ricordano, e che nella loro bellezza grondano di erotismo - in 'Hanno ucciso Baudelaire', andato in scena a marzo al Teatrosophia di Roma, Buzzi Maresca si spinge a leggere una forma di sessualità cercata e voluta. Baudelaire. Il poeta! Ma Baudelaire non scrive poesia. È poesia, poesia incarnata tanto che in quegli angoli di bellezza noi stessi vorremmo accovacciarci senza più uscirne. Ma l’attore De Feo, eccellente sempre, qui si spinge ben oltre il testo, pur senza mai tradirlo, incarnandolo nel barbone del testo. Un barbone che, signore della poesia e di famiglia più che benestante, vive ora sul lungotevere,  confuso e inabissato. Decaduto e decadente, tanto da non comprendere perché non faccia un bel salto nel Tevere, perché non si suicidi, come tanti nella Senna.

Ma Baudelaire qui vive o sopravvive alla violenza dell’asfalto, all’urto che la sua carne straziò, dicendo: “No, non è stato niente, se non svenire all’essere che già non era, se non periferia di sé”.

Un testo ricco, intenso, immaginifico quello di Buzzi Maresca, che obbliga l’attore ad una immersione difficile, poiché la vita di questo Baudelaire barbone è una altalena tra fetori e discarica e la ricerca di ricordi che gli consentano di rivivere quella bellezza che tanto cercò tra versi ed echi grondanti erotismo, mai sesso.

L’attore De Feo, che conosciamo per la sua bravura, lui sì da premio UBU, sceglie un corpo a corpo con il personaggio che non ha respiro, con immersioni e emersioni grondanti amore, paura, timore, e con uno sguardo privo di pena per sé e dunque per il mondo.

De Feo - con rara intelligenza interpretativa - saetta, sfugge, salta da un luogo della mente all’altro con disinvoltura, come se stesse scrivendo per noi in hic et nunc una vita travolta dalle sue stesse emozioni, come un pony che, non capendo cosa sia un ostacolo, lo supera splendidamente.

Questo barbone - attorniato solo da qualche scatolone, abbigliato da straccivendolo, che ci chiede attenzione per alcune frasi che appende ad una parete-vetrina - è lucido.

Sa cosa dire. È allucinato e stanco, e sa perché. È il gioco dell’attore che non può mai perdere di vista il pubblico.

Baudelaire, come gli intellettuali della sua generazione, fece uso di droghe.

Fa parte di una categoria di scrittori colti e geniali che verranno successivamente definiti “poeti maledetti”, come Verlaine, Mallarmé, Rimbaud. Fa parte dei decadenti, e pure De Feo - che è un attore colto (e dunque raro) - sapientemente si immerge anche in una forma di decadenza, una decadenza interiore. Essere un barbone lo aiuta in ciò solo in parte però, e l’attore si muove in uno spazio scenico angusto. Inoltre il testo di Buzzi-Maresca, sicuramente bello, non lascia respiro all’interprete, ostacolandolo ad essere fluido. Una storia non storia ove non sempre ritroviamo intero il nostro Baudelaire.

De Feo tuttavia ci regala nonostante tutto un Baudelaire unito in sé e per il suo sé.

Un uomo abbandonato da Dio e dal mondo che pur consegnandogli una fama precoce, lo lascia infine solo come il chiunque “noi”. Un Baudelaire di strada, che, diversamente dall’originale, non ha conosciuto benessere e bellezza in quei luoghi del vivere quotidiano che pure fanno la differenza, come scrisse Saint-Exupery in una frase: …io apro gli occhi la mattina e sulla parete di fronte vedo un Renoir.

Hanno ucciso Baudelaire
di Marco Buzzi Maresca
Diretto e Interpretato da Gianni De Feo
Drammaturgia musicale: Gianni De Feo     
Scenografia: Roberto Rinaldi                        
Costumi: Janni Altamura   
Produzione Florian Metateatro
Teatro Sophia

Via della Vetrina / Roma

 

 

 


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