Luisa Marnati / Festival di Bioetica 2026: Teologia e Speranza
"...È necessario passare dall’isolamento, stato in cui ognuno vive per proprio conto, alla solitudine, che significa capacità di pensare, meditare, per potersi relazionare significativamente con gli altri ..."
Lunedi, 17/08/2026
In vista del Festival di Bioetica 2026 - organizzato dall'Istituto Italiano di Bioetica e giunto alla decima edizione, (Rapallo 4 e 5 settembre) e dedicato al tema della 'SPERANZA' - abbiamo intervistato la dr.ssa Luisa Marnati.
Il titolo della sessione che lei coordina è molto impegnativo. Che significa, per lei, affrontare un tema come quello sintetizzato in 'Teologia della Speranza: una luce nella notte'?
La tematica della Tavola rotonda prende spunto dagli scritti di Papa Francesco: “La speranza è una luce nella notte” e “La speranza non delude mai” tema del giubileo 2025.
Per Papa Francesco “La speranza cristiana non è facile ottimismo; è la certezza, radicata nell’amore e nella fede, che Dio non ci lascia mai soli”.
Il Papa ha dedicato il Giubileo alla Speranza, consapevole che il mondo di oggi, attanagliato da troppo buio e sconsiderata violenza, ha bisogno di questa virtù. “Crediamo che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. (…) Essere cristiani implica una nuova prospettiva: uno sguardo pieno di speranza”.
Occorro imparare a vivere come “pellegrini di speranza”, perché la speranza non delude mai.
“La speranza cristiana non è facile ottimismo; è la certezza, radicata nell’amore e nella fede, che Dio non ci lascia mai soli”.
Francesco ha parlato tante volte di speranza, che definisce come “la più piccola delle virtù, ma la più forte. E la nostra speranza ha un volto: il volto del Signore risorto, che viene «con grande potenza e gloria»” (Mc 13 26)” . La speranza quindi non è qualcosa, ma qualcuno, proprio come esclama san Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo: “Tu sei la nostra speranza!” (FF 261). Ed “Egli non abbandonerà tutti quelli che sperano in lui” (FF 287; Cfr Sal 33, 23).
All’udienza giubilare in Piazza San Pietro, Leone XIV spiega che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale: credeva nell’umanità. Capiva che "Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità”
“Sperare è non sapere. Noi non abbiamo già le risposte a tutte le domande. Abbiamo però Gesù. Seguiamo Gesù. E allora speriamo ciò che ancora non vediamo.
È anche questo l’insegnamento dell’Anno Santo; come i discepoli di Gesù, ora “dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo”, a guardare ogni cosa “alla luce della risurrezione del Crocifisso” e avere la consapevolezza che così “siamo salvati”, in tale “speranza”.
Un accenno anche a due importanti “apostoli” della Speranza: Don Tonino Bello e San Carlo Acutis
Don Tonino Bello “Non l’amore senza speranza, ma la speranza dell’amore.”
“Ognuno di noi è un angelo con un’ala sola
Non possiamo volare se non abbracciati all’altro”.
San Carlo Acutis
È un ragazzo testimone della speranza. Una speranza che sa consolare al momento giusto, nelle varie situazioni di sofferenza e di dolore, senza mai perdersi d’animo.
La Speranza d’amore
“Ama il prossimo tuo come te stesso” afferma Gesù.
È necessario passare dall’isolamento, stato in cui ognuno vive per proprio conto, alla solitudine, che significa capacità di pensare, meditare, per potersi relazionare significativamente con gli altri.
È partendo da questa consapevolezza che la Speranza, con la “S” maiuscola, diviene sorgente di energia a cui attingere per essere pellegrini. A qualunque età.
Alla tavola rotonda è prevista la partecipazione di Giorgio Karalis, Andrea Gasparini ed Elisabetta Ricci. Quale contributo di pensiero e riflessioni porteranno al dibattito?
Nel contesto delle riflessioni sopra proposte, Andrea Gasparini (teologo fondamentale) ci parlerà di “Speranza umana e teologale: orizzonte dell’agire concreto in un’ecologia integrale”.
"Un discorso sulla speranza può essere condiviso da tutti finché si rimane sulla dimensione dei valori umani; un discorso teologico che tratti la speranza come una virtù, appunto, teologale (cioè legata a un dono gratuito fatto da Dio) richiede il passo ulteriore della fede.
Speranza come virtù umana: fiducia nel futuro che porta a fare scelte nel presente. Ci può essere una speranza a corto raggio, legata alla sopravvivenza o al benessere individuale e focalizzata sui propri bisogni e desideri. Se non ci si ferma a sperare solo per sé, ma ci si apre generosamente a un orizzonte più ampio, la speranza assume i contorni di un investimento disinteressato: i frutti dell’agire di chi spera potranno essere raccolti dalle prossime generazioni.
Nel lessico cristiano, la speranza è una virtù teologale; il termine entra fin da subito nel lessico dei credenti, anche se non si trova nei Vangeli in bocca a Gesù di Nazaret (eccetto Gv 5,45). La speranza è dono di Dio in Gesù Cristo, anzi, è Gesù stesso, e si fonda sulla fiducia in Dio che si mostra fedele alle sue promesse e apre strade a ogni persona.
La speranza è una proiezione sul futuro che rende operativi e responsabili nell’oggi, permette di non scoraggiarsi. Non è solo una disposizione d’animo, ma un orizzonte dell’agire concreto.
Ecologia integrale (Francesco, Laudato si, capitolo 4)
Impegno di corresponsabilità nei confronti dell’ambiente, delle altre specie, di tutti i popoli e delle prossime generazioni: tutto è connesso.
La crisi attuale è ambientale e sociale, inseparabilmente. Occorre una giustizia integrale
Agire per lasciare un mondo migliore ci rende migliori, fin da oggi. Questo è il lascito e il guadagno di chi agisce con speranza, cioè con fiducia nel futuro, generosità e responsabilità. È ciò che ci portiamo nella vita eterna, che non è una vita dopo quella mortale, un di più quantitativo di estensione temporale, ma la dimensione stessa dell’esistenza di Dio, un oltre qualitativo che già possiamo sperimentare ora, seppure non ancora nella compiutezza. Entriamo nella vita eterna divenendo simili a Dio, portandovi la persona che siamo diventati attraverso la nostra storia, il nostro passaggio in questo mondo vissuto con fiducia, speranza e amore".
Georgios Karalis (Teologo ortodosso; Medico nucleare) affronterà il tema: “L’Incarnazione e la Risurrezione di Cristo: unica speranza di salvezza per l’uomo e per il creato”.
"Cristo assume l’intera natura umana per risanarla. Secondo i Padri, l’uomo è un microcosmo: nel suo corpo ricapitola il mondo sensibile, mentre attraverso l’anima partecipa alla realtà spirituale. In lui si incontrano, dunque, le diverse dimensioni della creazione. Per questo la sua caduta non rimane un avvenimento individuale, ma diviene una ferita che attraversa l’intero creato.
Allontanandosi da Dio, l’uomo ha distolto il proprio desiderio dal godimento secondo natura, che consiste nella comunione con il Creatore, e lo ha rivolto verso il piacere contro natura, l’idonì. Al piacere seguono inevitabilmente il dolore, la tristezza, la corruzione e, infine, la morte. Anche la creazione viene trascinata in questo movimento: non è più accolta come dono, ma viene sottoposta dall’uomo al proprio desiderio edonistico, divenendo partecipe della sua sofferenza e della sua distruzione.
Il mondo animale manifesta in modo particolarmente evidente questa ferita: subisce il dolore, la violenza e la morte ed è spesso ridotto dall’uomo a strumento del proprio piacere e del proprio interesse. Gli animali soffrono così le conseguenze di una caduta che non hanno scelto. Con l’Incarnazione, Cristo è concepito senza seme e senza il piacere legato alla generazione carnale. Pur essendo senza peccato, assume liberamente il dolore e la morte: prende su di sé le conseguenze della caduta senza averne condiviso la causa. In questo modo spezza il circolo che dal piacere conduce al dolore e dal dolore alla morte.
Cristo non elimina la sofferenza restando estraneo ad essa, ma la attraversa; non evita la morte, ma entra nel suo abisso e la vince dall’interno. Con la sua Risurrezione risana la natura umana e, attraverso di essa, apre all’intera creazione la via del rinnovamento e della vita. L’Incarnazione e la Risurrezione illuminano così il gemito del creato con una speranza che supera ogni possibilità umana: il dolore, la corruzione e la morte non costituiscono l’ultima parola sull’uomo e sulla creazione. L’ultima parola appartiene alla Risurrezione".
Elisabetta Ricci (Dottore in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni – Sindaca della Città di Rapallo) affronterà il tema: “La Speranza è un'Azione Politica: Costruire il Futuro della Nostra Comunità”
"Quando ho accettato di intervenire su un tema così denso come la Teologia della Speranza, ho voluto fare una scelta precisa: non limitarmi al saluto di rito della nostra Amministrazione.
Un Sindaco – e una donna che guida una comunità – non può tirarsi indietro di fronte ai nodi culturali ed umani del proprio tempo.
Spesso si pensa alla politica come all'arte del possibile, al bilancio, alle manutenzioni, alla gestione dell'urgenza. Tutto questo è fondamentale, ma se la politica si riduce a pura amministrazione, perde la sua anima.
Oggi siamo qui per ribadire un principio chiave: la speranza non è un'illusione ingenua, né un'attesa passiva che le cose prima o poi migliorino. La speranza è una categoria politica, pedagogica e sociale. È la visione che orienta la bussola di una comunità. E il nostro compito è tradurla ogni giorno nell'architettura concreta del bene comune".